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Zero alibi, zero sconti: la Virtus Bologna di Ivanovic oltre il mercato

03.02.2026 10:00 di  Davide Trebbi  Twitter:    vedi letture
Zero alibi, zero sconti: la Virtus Bologna di Ivanovic oltre il mercato
© foto di Degaspari/Ciamillo

C’è una Virtus che vive di strappi, di nervi scoperti e di serate al limite. E poi c’è una Virtus che, appena sembra poter respirare, inciampa. Monaco battuto in Eurolega in piena emergenza, con l’orgoglio messo davanti a tutto e la classifica che, per una notte, torna a farsi guardare senza arrossire. Quarantotto ore dopo, però, il controcanto: Trento, il ritorno di Edwards, cinque minuti finali giocati male, o forse proprio non giocati, e un primo posto in campionato che scivola via mentre Brescia va a vincere persino a Milano, sul campo dell’Olimpia e va al comando in solitaria.

È febbraio, ma non è ancora tempo di sconti. E Dusko Ivanovic lo sa meglio di chiunque altro.
Si sbagliano scelte, certo. Il “3 in panca” negli ultimi quarantuno secondi fa discutere, come fa discutere una gestione finale che sembra più subita che costruita. Ma il punto, come spesso accade quando c’è Ivanovic, non è tanto cosa si dice, bensì a chi lo si dice. In sala stampa Dusko non parla quasi mai ai tifosi. Parla alla sua squadra. Sempre. Anche quando sembra non dire nulla. Anche quando il “no comment” pesa più di un’analisi tattica lunga dieci minuti.
Niente alibi, mai. Solo richieste. Reazione, spinta, fame. È il suo linguaggio da sempre. Lo faceva lo scorso febbraio, nel momento più buio dopo la caduta in Coppa Italia, quando parlò di scudetto e sembrò quasi provocatorio. Alla fine aveva ragione lui. E non è un dettaglio.

Contro Trento, però, la Virtus ha tirato fuori la lingua. Ha pagato la fatica della battaglia europea vinta a sorpresa, ha mostrato i limiti di una coperta corta e di energie finite troppo in fretta. Ma questo, per Ivanovic, non basta. Non ora. Non a inizio febbraio. Non è tempo di rilassarsi, né di carezze. Le coccole, secondo lui, non servono.
Così anche i tre minuti concessi a Momo Diouf vanno letti per quello che sono: uno stimolo. Non una bocciatura. Diarra quei minuti se li è meritati, ma per il lungo italiano non è una sentenza. È un messaggio, soprattutto difensivo, in un periodo complicato anche fisicamente, con un ginocchio gonfio da gestire. Se si farà trovare pronto, il suo momento tornerà. Succede sempre.

Intanto l’Europa chiama. Servono nove vittorie su tredici, il mirino si sposta: non più Stella Rossa, ora Zalgiris. Arriva un doppio turno che non fa sconti. Mercoledì in casa contro l’ASVEL, ultimi ma da battere con tutta la pressione addosso. Venerdì il Pireo, contro l’Olympiakos secondo in classifica, per provare almeno a salvare la faccia.
Senza Pajola. Il capitano, menisco sinistro, pronto all’operazione. Eurolega regolare quasi certamente finita, l’obiettivo è riaverlo per i playoff scudetto, senza fretta ma con giudizio. E come se non bastasse c’è la caviglia di Morgan, uscita malconcia contro Trento. Lui rassicura tutti su X: “Starò bene! Tornerò presto” ma intanto la coperta si accorcia ancora. Con lui e senza di lui, il futuro immediato resta fragile, soprattutto con la Coppa Italia alle porte, meno di venti giorni. Una Coppa che la Virtus vorrebbe vincere anche per completare la bacheca di Zanetti. E allora si ragiona: Hackett  riportato stabilmente in regia, più minuti per Accorsi e Ferrari. Ma senza un creatore come Morgan, quando Edwards è in panca, la Virtus diventa prevedibile. Troppo.

Il mercato? Chi chiama trova prezzi da fuori saldo. E per un play c’è anche Milano in fila, col bigliettino in mano. L’ultimo colpo vero, Brandon Taylor, arrivò a maggio, con una squadra già retrocessa. A volte le occasioni non fanno rumore.
Dopo l’Europa, lunedì arriva Brescia. Gasata dalla vittoria al PalaLido, pronta, in caso di colpo davanti al suo pubblico, a portarsi a due vittorie di vantaggio in vetta con dodici gare ancora da giocare. Un bivio vero.
Eppure questa Virtus ha già dimostrato una cosa: nell’emergenza sa diventare un osso duro. Ha una forza mentale che emerge quando tutto sembra andare storto. Il cuore viene gettato oltre l’ostacolo, ogni volta. È questa la narrativa che viene cavalcata. Non se ne accettano altre. Gli elogi pubblici non servono. È ancora troppo presto.