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Il biglietto dorato dell’Eurolega per i play-in e la Virtus che non smette di crederci

27.01.2026 19:08 di  Davide Trebbi  Twitter:    vedi letture
Il biglietto dorato dell’Eurolega per i play-in e la Virtus che non smette di crederci

In Eurolega non ci sono saldi, né seconde possibilità. C’è una porta stretta, dorata come il biglietto di Willy Wonka, e davanti una folla che spinge: tredici squadre per gli ultimi quattro posti per i play-in. Chi passa, vive. Chi resta fuori, racconta scuse. 
Se la Stella Rossa dovesse battere Dubai e ribaltare il -16 dell’andata, il quadro si farebbe ancora più crudele: a giocarsi l’ultimo treno per il play-in resterebbe solo l’Olimpia Milano. Non la Virtus. Un dettaglio che pesa come una sentenza, anche se il calendario dice che mancano ancora quattordici giornate. Tante, pochissime. Dipende da dove guardi.

L’Eurolega, come al solito, esaspera. La Serie A2 porta dodici squadre alla seconda fase su venti e rende ogni domenica un piccolo inferno sportivo. Qui no: dieci su venti, qui la selezione è naturale, quasi darwiniana. Sopravvive chi è pronto subito. Gli altri imparano. La Virtus oggi è undicesima. Le percentuali parlano chiaro: 28% di possibilità di rientrare. Tradotto: servono almeno dieci vittorie, quasi tutte obbligatorie, senza margine d’errore. E il calendario non fa sconti: sette trasferte, due su tre doppi turni fuori, trasferte a Madrid, Pireo, Tel Aviv, Milano due volte, Montecarlo già venerdì. Non un viaggio, un pellegrinaggio.

Eppure la Virtus c’è. Non è più quella dell’anno scorso, squadra da fondo classifica e dignità in prestito. È diventata una presenza scomoda, una squadra che non conviene incontrare. Spigolosa. Capace di vincere contro chiunque, e purtroppo anche di perdere contro chiunque. Ma viva. 
I numeri raccontano una squadra che difende: top 10 europea, 83 punti concessi. L’attacco invece arranca, 82 segnati. In Eurolega non basta correre: bisogna prima mordere. Se vuoi vincere lontano da casa, devi difendere prima ancora di sperare.

A Montecarlo potrebbero tornare due pedine importanti: Aliou Diarra, fermo dal 29 dicembre per la caviglia, e Alen Smailagic, fuori da metà gennaio per l’addome. Nessuna fretta, dice il buon senso. Meglio venerdì, forse domenica contro Trento. Recuperarli è più importante che affrettarli. Intanto la Virtus guarda avanti, anche quando gioca il presente. A Cremona Edwards riposa, e Ivanovic apre la porta ai giovani: Ferrari, Accorsi. Minuti veri, non simbolici. Risposte incoraggianti. Abbastanza da far riflettere anche sul mercato.
Paolo Ronci, a fine partita, lo dice senza retorica:
«Anche con una maglia come la Virtus, se ci si crede, i giovani italiani possono stare in campo. Servono pazienza e coraggio».

Accorsi parte addirittura in quintetto. Pochi minuti, ma pesanti. Perché ora la Virtus è sospesa: con un verdetto europeo vicino, ma non ancora chiuso, e un campionato che chiede scelte. Chi saranno i dodici dei playoff? Serve davvero aggiungere qualcuno? Il mercato offre poco, e quasi nulla che faccia davvero la differenza. Certo, se arrivasse il profilo giusto e se l’emergenza diventasse reale, la Virtus non si tirerebbe indietro. Ma la domanda resta: a che pro, quando mancano trenta partite da qui a metà maggio e si è in corsa ovunque? 

La scelta è chiara: sviluppare ciò che c’è. Anche a costo di aspettare. Anche a costo di vedere sbagliare. Ronci lo spiega con un’immagine che sa di NBA: «Quando perdi, pensi subito alla prossima. Investi in fiducia, crei un ambiente positivo. E questo si trasmette ai tifosi».
Poi c’è Dusko Ivanovic, che di alibi non ne concede. Mai.
«La fatica fisica non esiste: è tutto mentale».

Non protegge, non addolcisce. Spinge. Vuole i suoi giocatori sempre sul bordo, senza rete di sicurezza, senza cambi pronti a coprire la stanchezza. Ogni sera, il massimo. Punto.
La strada è segnata. Play-in da inseguire, Coppa Italia da provare a vincere, scudetto da costruire giorno dopo giorno. Non è una promessa, è un metodo. E in Eurolega, spesso, il metodo è l’unica cosa che resta quando il biglietto dorato sembra già in tasca a qualcun altro.