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Edwards e la Virtus, tra rette parallele e onde perfette: il talento non basta, serve l’armonia

27.02.2026 10:00 di  Davide Trebbi  Twitter:    vedi letture
Edwards e la Virtus, tra rette parallele e onde perfette: il talento non basta, serve l’armonia
© foto di Ciamillo

C’è una tentazione, nel rumore di fondo che accompagna ogni sconfitta, ogni tiro sbagliato, ogni smorfia in panchina: trovare un colpevole. E allora il nome che rimbalza è quello di Carsen Edwards. Troppo accentratore, troppo discontinuo, troppo tutto. Ma Edwards non è un problema. Non lo è mai stato. Così come la Virtus Bologna non è una squadra che gioca meglio senza di lui. Questa è la scorciatoia, e le scorciatoie raramente portano lontano. Qui siamo davanti a qualcosa di più sottile: il rapporto tra un ottimo giocatore e una squadra che vuole diventare ottima. A volte due rette parallele, ognuna con la propria traiettoria. A volte un’onda unica, compatta, capace di travolgere chiunque. In EuroLeague lo si è visto: quando Carsen accende il ritmo e la Virtus si sincronizza, l’effetto è quello di una corrente che non lascia scampo.

Entrambi – giocatore e club – erano partiti con un’idea semplice e ambiziosa: crescere insieme. Edwards di partite come quella di mercoledì ne ha fatte tante. Gare in cui si è caricato la squadra sulle spalle, senza chiedere permesso. Ma dopo 58 partite è fisiologico avere un calo. È fisiologico inciampare, come accaduto in Coppa Italia alla cinquantasettesima. È fisiologico faticare quando, oltre a segnare, ti si chiede di costruire, orchestrare, tamponare l’assenza dei due playmaker italiani.
Perché il punto è questo: Edwards è il riferimento offensivo della Virtus. Quando gira lui, gira la squadra. E la Virtus, oggi, non ha molti punti “nelle mani”. È una squadra giovane, con margini, ma non con un surplus di talento realizzativo diffuso. Tocca quindi a Carsen alzare l’asticella, migliorare quell’aspetto, trovare continuità dentro le pieghe della stagione.

Dopo l’uscita in semifinale di Coppa Italia contro Derthona Basket, la vittoria di mercoledì contro il Barcelona non era solo importante. Era necessaria. La Virtus arrivava da tre sconfitte consecutive in Eurolega, con una classifica che si faceva più ripida e l’ottimismo del tifoso che iniziava a tremare. Vincere ha significato rimettere insieme i pezzi, ricordarsi chi si è e cosa si può diventare. In estate si pensava a una stagione più complicata di così. E in effetti le difficoltà sono arrivate, puntuali. L’infortunio di Alessandro Pajola ha complicato i meccanismi, togliendo equilibrio e gestione. La Virtus ha provato a muoversi, sondando la pista Andrea Calzavara dalla Apu Udine: risposta negativa per ora, forse un arrivederci all’estate. E poi c’è il tema della guida tecnica. Il sì di Duško Ivanović al rinnovo è il prossimo snodo. Se ne parlerà in questi sette giorni. Mettere una firma significa mettere una direzione, iniziare a buttare giù le basi della prossima stagione, capire su chi costruire e come.

Ma prima c’è il presente. Un campionato con un primato da difendere nelle ultime dieci partite. Una data cerchiata in rosso: il 15 marzo, in casa, contro l’Olimpia Milano. E in mezzo nove gare di Eurolega, con quattro trasferte e due doppi turni che chiedono energia, lucidità, rotazioni vere. È qui che si misura la maturità. Non nel picco isolato, ma nella tenuta. Edwards non è un problema: è una responsabilità condivisa. Se trova equilibrio lui, lo trova la Virtus. Se la squadra cresce, cresce anche lui. Non è una questione di togliere o aggiungere. È una questione di allinearsi. E quando succede, lo abbiamo già visto, il rumore si spegne e resta solo il suono pieno del gioco che funziona.