Virtus Bologna e l'addio a Ivanovic: cambiare per restare in vetta
Non è la classica decisione che nasce da una classifica compromessa. Anzi, è proprio questo il punto. La Virtus Bologna ha scelto di cambiare mentre era ancora davanti a tutti, nel momento in cui il vantaggio iniziava a ridursi ma non era ancora evaporato. Un anticipo, più che una reazione. Un segnale lanciato prima che il dubbio diventasse certezza.
Da lì, l’esonero di Duško Ivanović assume un significato diverso: non la conseguenza di un crollo, ma il tentativo di evitarlo.
La scelta arriva così, in un marzo opaco: due vittorie in sette partite, la caduta contro Reggio Emilia in campionato e, soprattutto, l’ultima sconfitta contro l’Olimpia Milano in Eurolega. Un fulmine a ciel sereno solo in apparenza, perché la classifica racconta una verità parziale: primi in Italia, quindicesimi in Europa. Se il cammino europeo era in linea con aspettative e budget — fuori dalla zona play-in, ma senza drammi — è il contesto domestico a rendere la scelta discutibile e, allo stesso tempo, comprensibile.
Perché la Virtus è sì in testa, ma non più in controllo. Il margine su Brescia si è assottigliato, eroso proprio nello scontro più recente, e con sette partite ancora da giocare l’idea di doverne vincere almeno sei per blindare il primato ha cambiato la prospettiva. Non più gestione, ma urgenza.
E allora la sosta diventa occasione. Non per rattoppare, ma per intervenire. Una mossa preventiva, quasi chirurgica, figlia di un ultimo mese che ha mostrato crepe non solo nei risultati, ma nel gioco e nelle energie.
Gli infortuni, tanti, troppi, sono stati il primo campanello. Ma più ancora della quantità, ha pesato la gestione. Giocatori a mezzo servizio, rischiati contro il parere dello staff, una linea dura che ha finito per svuotare la squadra nel momento decisivo. Le vittorie sono arrivate anche in emergenza, è vero, ma all’interno cresceva un malcontento silenzioso, accompagnato da una domanda sempre più insistente: quanto è sostenibile tutto questo?
Ivanović ha sempre spinto al limite. È la sua cifra, il suo marchio. Squadre tese, esigenti, fisicamente e mentalmente. Fino a gennaio, i risultati gli avevano dato ragione, e anche con una certa autorità. Ma quando la macchina ha iniziato a rallentare, quella stessa intensità si è trasformata in rigidità.
Anche la gestione della rosa ha lasciato tracce. L’addio di Brandon Taylor, oggi, assume un peso diverso: un giocatore che avrebbe potuto dare ossigeno proprio nel mese più complicato, ma che non ha mai trovato spazio sufficiente. Scelte tecniche nette, a volte drastiche, accettate finché il campo le sosteneva, molto meno quando il rendimento ha iniziato a calare.
Poi la comunicazione. Poca, diretta, spesso rivolta più alla squadra che all’esterno. Una cifra stilistica che inizialmente protegge, ma che col tempo può irrigidire. Senza spiegazioni, senza aperture, anche i risultati negativi finiscono per pesare di più.
La Coppa Italia, non centrata almeno nella finale, aveva già inclinato la posizione del tecnico montenegrino. E le voci su un mancato rinnovo a fine stagione — oggi diventate certezze — hanno fatto il resto, accelerando una decisione che la Virtus ha scelto di non rimandare.
Eppure, per i tifosi, Ivanović resta il coach dello scudetto. Quello che parlava poco e vinceva. Che non curava la forma, ma l’epilogo. Un allenatore capace di portare la squadra oltre il limite, ma forse anche oltre il punto di equilibrio.
Nelle ultime uscite, la Virtus aveva perso lucidità e brillantezza. Si pensava fosse un passaggio temporaneo: l’assenza dei playmaker, il peso sugli americani, una condizione da ritrovare. Ma la sensazione, crescente, era quella di una squadra svuotata, più che semplicemente stanca.
L’esonero, allora, diventa un segnale. Una scossa. Non solo tecnica, ma emotiva. Serve a riaccendere, a spezzare una routine che stava diventando logorante, a restituire margine a un gruppo che sembrava aver esaurito le risorse.
È una scelta controcorrente, certo. Anche rischiosa. Ma in qualche modo coerente con l’urgenza del momento: salvare la stagione, difendere il primato, inseguire almeno un titolo.
Perché, alla fine, come direbbe Ivanović, non esistono problemi. Esistono soluzioni. E la Virtus, oggi, ha deciso di cambiare la propria.