La Virtus Bologna ora è davvero underdog. E cambia tutto
Non era mai partita da favorita assoluta, la Virtus Olidata Bologna. Neppure quando il roster era integro, neppure quando il primo posto in regular season le aveva consegnato la testa di serie numero uno e, almeno sulla carta, una corsia privilegiata verso le fasi decisive dei playoff.
Adesso, però, il quadro cambia ancora. E cambia in peggio.
La notizia dell’infortunio di Alston — frattura scomposta del terzo metacarpo della mano sinistra dopo il trauma subito in Gara 1 dei quarti contro Trento — non è soltanto l’assenza di uno dei migliori realizzatori della squadra. È la perdita di una funzione, di un equilibrio, di una soluzione tecnica che aveva finito per diventare strutturale nel gioco bianconero.
Perché Alston non garantiva soltanto 12 punti di media. Garantiva spazi. Con il 42% da tre punti, settima miglior percentuale del campionato, costringeva le difese ad allargarsi. E in quel movimento si aprivano corridoi per i piccoli, per le penetrazioni, per i lunghi, per un attacco che spesso viveva proprio di quelle geometrie.
Era un’ala capace di correre il campo, di punire i closeout, di produrre seconde opportunità a rimbalzo offensivo. Uno di quei giocatori che non incidono solo nelle statistiche, ma cambiano il modo in cui gli avversari devono difendere.
La Virtus perde questo. E perde molto.
Già l’assenza di Pajola rappresentava un problema enorme. Non soltanto per il peso specifico di un italiano in rotazione, ma per ciò che significa difensivamente: intensità, pressione sulla palla, identità. Resta da capire in quali condizioni tornerà. Nel frattempo, Bologna si trova senza due elementi che agivano come collante tra i reparti.
Il ritorno di Matt Morgan offrirà ossigeno, ma non sostituirà automaticamente ciò che Alston portava. Anche perché senza di lui la Virtus sarà inevitabilmente più piccola, più vulnerabile fisicamente contro squadre con ali più strutturate e lunghi capaci di occupare l’area.
E il tabellone, improvvisamente, sembra meno favorevole.
Prima bisognerà chiudere la pratica Trento, con Gara 2 che può indirizzare definitivamente la serie. Poi, eventualmente, Venezia o Tortona. Due avversarie che, per caratteristiche atletiche e fisiche, rischiano di accentuare proprio i limiti che l’emergenza sta creando alla squadra di Bologna.
Per questo diventa necessario rivedere una narrativa diffusa negli ultimi mesi: quella di una Virtus favorita naturale nel confronto con Milano.
Perché anche al completo il discorso era più complesso. Milano disponeva di maggiore profondità, di un roster economicamente più pesante, di giocatori con esperienza internazionale superiore. E, potenzialmente, di un percorso più agevole.
La Virtus di quest’anno era stata costruita su intuizioni e scommesse: giocatori provenienti da contesti diversi, chiamati a salire di livello. Jallow arrivava da Ulm, Diarra da un percorso africano, Smailagic cercava continuità dopo stagioni intermittenti, Vildoza usciva da un’annata complicata all’Olympiacos, Edwards doveva ancora certificare certi numeri ad alto livello.
Molte di quelle scommesse hanno funzionato. Alcune oltre le aspettative.
Ora, però, arriva il momento in cui servono risposte collettive.
Perché la Virtus domani scenderà in campo per provare ad allungare sul 2-0 contro Trento e mettere una mano sulla serie. Ma lo farà con meno certezze, meno profondità, meno margine di errore.
Si sorrideva quando qualcuno definiva Bologna un’underdog.
Adesso, forse, lo è davvero. E non sempre essere sfavoriti basta a trasformarsi in una storia da raccontare.