Valtur Brindisi: il sipario sulla stagione apre il momento delle analisi
Con la sconfitta casalinga contro la Tezenis Verona in gara 4 playoff è calato il sipario sulla stagione della Valtur Brindisi. Alla cena di fine anno i musi erano lunghi, gli animi depressi e la voglia di sorridere anche per un semplice brindisi poca. Del resto non poteva essere altrimenti, dato che nessuno esce bene da una stagione che era partita con grandi ambizioni e si è conclusa con un risultato peggiore dello scorso anno, quando una squadra costata molto meno e composta non da giocatori di prima fascia riuscì a forzare gara 5 a Rimini dopo aver superato entrambi i turni del play-in. Non ne escono bene i giocatori, arrivati a Brindisi con uno status e che in molti casi la saluteranno con uno inferiore; lo stesso si può dire per l’allenatore che, per quanto ci abbia provato con tutte le sue forze, dal rientro di Francis non è mai riuscito a trovare la chimica giusta per ovviare agli evidenti problemi di equilibrio della squadra; ne esce male anche la società che come spesso è accaduto negli ultimi anni, e nonostante le tante avvisaglie pervenute e mascherate dal primo posto in classifica, si è mossa troppo tardi e quando i buoi ormai erano scappati dalla stalla.
IL PECCATO ORIGINALE - Come già detto a più riprese il punto di svolta della stagione è arrivato già nel precampionato con l’infortunio di Francis e l’ingaggio di Cinciarini. In quel momento era probabilmente l’unica cosa da fare, il play italiano era libero sul mercato ed era un’occasione troppo golosa per lasciarsela scappare. Il fatto è che la squadra era costruita con l’idea di due esterni americani, che prendessero una quarantina di tiri a partita in totale, lasciando a Vildera rimbalzi e a Esposito e Radonjic il gioco in post. Con Cinciarini però cambiano tutti gli equilibri. Innanzitutto perché la squadra si è trovata con 3/5 di quintetto (Esposito, Vildera e proprio Cinciarini) incapace di essere affidabile al tiro anche solo dalla media, cosa che ha provocato delle spaziature che non hanno ragione di esistere nel 2026 e che appartengono ormai al secolo scorso. Così, finché Brindisi è riuscita a sfruttare il gioco nel pitturato e a tirare da due con percentuali al di sopra del 60% tutto è andato bene, quando invece gli avversari hanno iniziato a conoscere quel tipo di attacco e hanno deciso di sfidare apertamente i brindisini al tiro da fuori, preferendo occupare l’area, ecco che i nodi sono venuti al pettine. Basti pensare che in un A2 in cui le squadre di vertice erano infarcite di guardie tiratrici e con pochi lunghi, Brindisi era l'unica ad avere nel solo Radonjic, e in parte Copeland, dei tiratori da tre affidabili in quintetto. Non a caso la squadra è sempre andata meglio con Miani in campo, in quanto unico lungo in grado di allargare il campo. Contro Verona il piano partita è stato evidente: sfidare la tiro Cinciarini sempre e comunque, occupare l’area e concentrare la difesa sull’arco su Ahmad, Jones e Radonjic, unici in grado di far male da li. Il 15% dall’arco con cui si è chiusa la partita non è casuale e non dettato dal fatto di aver trovato buoni tiri, perché se Ambrosin, McGee, Monaldi, Johnson, Zampini hanno un tiro aperto con spazio, lo mettono dentro il 70% delle volte; se invece lo stesso tiro lo hanno Esposito o Cinciarini lo mettono forse neanche il 30%. In sostanza, una volta preso Cinciarini andava cambiato l'assetto della squadra e non con l'ennesimo lungo a occupare il pitturato, bensì con un 3/4 in grado di aprire il campo e attaccare il canestro. Oltre a questo si è anche aggiunta la questione ala piccola. Era risaputo che il ginocchio di De Vico non stesse bene e che si sarebbe cercata una risoluzione anticipata del contratto, cosa poi successa nel mese di agosto. Nonostante ciò si è deciso di affidare lo slot di ala piccola a Tosho Radonjic (che non è un 3 e non è un giocatore che può attaccare il canestro come molti pari ruolo) e a Fantoma che, quando chiamato in causa ha sempre messo il suo mattoncino, ma che non è un giocatore in grado di garantire continuità di rendimento per molti minuti.
IL GRANDE DILEMMA - La gestione di Francis è stata un caos totale per tutta la stagione. Se all’inizio, per ragioni economiche o anche razionali, poteva starci di tenerlo a roster nonostante l’ingaggio di Cinciarini, dopo il suo rientro è stato sin da subito evidente che qualcosa andava fatta perché i due play e Copeland non potevano giocare insieme. Lo dicevano le statistiche, lo dicevano semplicemente le immagini che si vedevano sugli schermi delle tv. Tre giocatori quasi pari ruolo, che volevano sempre la palla in mano e che non si integravano minimamente con il resto della squadra. Francis, come ha dimostrato ad Avellino, è uno che entra in ritmo solo se può prendere 20/25 tiri a partita e questo a Brindisi non era possibile (e forse non lo era possibile anche senza Cinciarini). Un giocatore come lui può giocare solo con comprimari, non con giocatori di status come Esposito, Vildera o Copeland. L’occasione per sostituire Francis ci sarebbe anche stata, poco prima di Natale quando ha avuto un infortunio muscolare che lo ha tenuto fuori un mesetto, ma anche li è scelto di attendere, salvo poi farsi prendere dalla frenesia a fine stagione. Si è sempre detto che questa squadra faticava in trasferta perché non aveva carattere, ma la realtà è che faticava soprattutto perché non aveva alternative di gioco e, di fronte a difese più attente, ha sempre avuto difficoltà. Non a caso nelle ultime giornate, quando tutti si giocavano qualcosa di importante, Brindisi ha iniziato a perdere e soffrire anche in casa. Questo perché il carattere può anche mancare, ma a questo si può sopperire avendo alternative diverse di gioco per adeguare i quintetti agli aggiustamenti avversari. Bucchi questo non lo ha mai potuto fare perché non aveva un roster in grado di farlo. Se Verona dalla panchina fa alzare Monaldi e Ambrosin, che permettono di allargare gli spazi e giocare più in transizione, Brindisi faceva alzare Mouaha e Fantoma, che lasciavano il gioco immutato in quanto incapaci di essere una minaccia dall’arco. Così si è arrivati all’epilogo stagionale con la più grande classica delle panic move, ovvero quella di cambiare entrambi gli americani alla vigilia dei playoff. Giocatori anche buoni, ma completamente fuori condizione che sono stati buttati in una tonnara, con un avversario fortissimo già dal primo turno, e impossibilitati a rendere per il loro reale valore. Jones ne è la dimostrazione. Appena ha iniziato a entrare in ritmo si è visto che è un giocatore che in una A2 di vertice ci sta senza problemi, così come Ahmad a Pesaro ha fatto vedere che in condizione è in grado di essere una minaccia costante. Ad ogni modo, la decisione di cambiare tutto a campionato ormai concluso ha dimostrato come in società le idee fossero poche e anche abbastanza confuse.
QUALE FUTURO - Innanzitutto è necessario dare stabilità alla parte sportiva della società. Se la proprietà ha dimostrato di esserci, la struttura sportiva è tutta da rifare. Innanzitutto c’è da prendere un DS vero. Uno che abbia in mano la gestione sportiva, con libertà di movimento sul mercato e possibilmente che scelga anche il coach. Non basta un DS come lo è stato DeRycke, ma ci vuole qualcuno di polso che aiuti l’allenatore a gestire la squadra. Come riportato da Quinto Quarto c’è interesse per Cristian Mayer, DS in uscita da Agrigento, che però sembra preferire altri lidi proprio per una questione di libertà di azione. Se il profilo ricercato è però quello, vuol dire che si sta cercando un DS con una profonda conoscenza del mercato italiani, soprattutto in quello delle perle rare, e con un buon occhio per gli stranieri che potrebbero sfondare (non a caso Mayer è stato colui che portato in Italia Jalen Cannon e Kelvin Martin). Dato ormai per certo il fatto che non sarà Bucchi l’allenatore per il prossimo anno, la società cerca un profilo più giovane che possa offrire un basket moderno. Non a caso le attenzioni adesso sono tutte su Nicola Brienza con cui al momento non c’è una vera e propria trattativa, ma una chiacchierata si. Dal punto di vista del roster invece siamo vicini a un possibile anno zero. L’unico con contratto è Miani, mentre quello di Mouaha ha uscite bilaterali. Esposito tornerà a Varese e Cinciarini difficilmente resterà a Brindisi, così come Vildera. Maspero, nonostante sia stato accantonato per metà stagione, ha dimostrato che come backup del play in una squadra di vertice ha moltissimo senso e, quando chiamato in causa, ha sempre risposto più che presente. Il giocatore resterebbe volentieri a Brindisi, ma dipenderà dalle volontà del nuovo allenatore, così come sarà per Radonjic, capitano vero e legatissimo a città e pubblico. Al momento è difficile fare previsioni, ma potrebbe essere un duo da cui Brindisi può ripartire per cercare un nuovo assalto alla massima serie