Lou Carnesecca: l'allenatore italiano che divenne icona del basket in America
(di LORENZO MANGINI). Lou Carnesecca è scomparso il 30 novembre 2024, aveva novantanove anni, ma la sua eredità è più attuale che mai. La NCAA sta perdendo la sua identità, come ha denunciato Rick Pitino in un post a fine anno, subito sostenuto da John Calipari e Tom Izzo: “Non si tratta più di basket universitario. È basket professionistico con budget che rivaleggiano con l'Eurolega. La G League è ben al di sotto come stipendi e anche i giocatori con “two way” contracts nella NBA. Purtroppo il modello in cui ho allenato per oltre quarant’anni anni non esiste più”. Servirebbe in questi momenti la saggezza del Coach, che, stando alla leggenda, riuscì ad appianare i dissidi sulla divisione degli introiti tra le vecchie e nuove squadre della leggendaria Big East Conference con un semplice esempio: “Ascoltate, quando venite invitati a casa mia per una fetta di torta e un caffè, non taglio ad alcuni ospiti una fetta più grande e ad altri una fetta più piccola. Tutti ricevono la stessa cosa”.
Lou Carnesecca non era solo un grande allenatore di basket, era un riferimento per tutto il movimento. La conferma arriva da Jim Calhoun, per ventisei anni guida di Connecticut. “Non so se c’è qualcun altro allenatore come lui, nessuno odia Lou. Se ti piace il basket, ti piace Lou. Se ti piacciono i bambini, ti piace Lou”. Non a caso, la Metropolitan Basketball Writers Association ha deciso di intitolargli il suo premio più prestigioso, quello di coach dell’anno pochi mesi dopo la sua morte. Non era un predestinato. Come ha raccontato, era un’autentica schiappa da giocatore, ma la grande passione per lo sport e in particolare per il basket lo ha spinto a superare qualsiasi ostacolo, anche la perplessità di suo padre, che lo voleva medico e suonatore di fisarmonica. È così partito dalla drogheria dei genitori ad East Harlem, il quartiere “ghetto” in cui venivano raccolti gli italiani all’inizio del secolo scorso, per arrivare ad essere il primo coach NCAA ad avere una bandiera sul tetto del Madison Square Garden, la più grande arena al mondo, a celebrare le sue 526 vittorie con St. John’s. Ha, però, considerato il vero successo accompagnare la crescita dei giocatori dentro e fuori dal campo, ricordando sempre che non tutti diventano campioni, ma tutti diventano uomini. La sua prima grande soddisfazione, come raccontava sempre, era quando i suoi ragazzi, perché tali li considerava, tornavano a trovarlo a distanza di anni e la sua porta era sempre aperta per questa autentica processione. Quando reclutava un giovane, nella maggior parte dei casi provenivano dalla zona di New York, Carnesecca non conosceva solo il ragazzo, ma anche i genitori, i parenti e a volte un intero quartiere. Un allenatore può invecchiare, ma dentro serve restare “giovani”, dei ragazzi tra i ragazzi, e Looie non ha mai smarrito questa sua qualità.
La guardia Simeon Wilcher, la migliore matricola di St. John’s dai tempi di Rysheed Jordan, ha detto che un incontro con il leggendario allenatore nella primavera del 2024 lo ha aiutato a convincerlo a essere un Johnnie. Lou si è seduto con Wilcher e la sua famiglia e ha parlato della sua esperienza a St. John’s. "Ha avuto un impatto pazzesco", ha raccontato Wilcher dopo che St. John’s ha superato Kansas State, 88-71, nella prima partita dopo la scomparsa di Carnesecca. Lou sapeva comunicare in modo semplice, diretto e rispettoso, adattando il proprio linguaggio ai diversi interlocutori. Non si metteva su un piedistallo, cercava sempre di mettersi sullo stesso piano dell’interlocutore. Voleva creare un clima positivo trasmettendo fiducia e motivazione, creando quindi i presupposti per la crescita dei propri atleti a 360°. Era consapevole che, oltre ad essere una guida tecnica, rappresentava un fondamentale punto di riferimento per tutti i suoi giocatori, spesso con storie personali difficili alle spalle, e doveva essere credibile. Si attribuiva sempre la responsabilità delle sconfitte e lasciava ai giocatori il merito delle vittorie. Era il primo difensore della squadra in pubblico e ogni critica veniva rivolta in privato. Dai suoi giocatori pretendeva che conoscessero tutti gli schemi e i movimenti di tutto il quintetto, non solo del singolo, come ha raccontato Marco Baldi. Con questi presupposti, la squadra in campo era come Carnesecca. Non mollava mai, anche contro avversari superiori a livello fisico e come qualità, cercava di coniugare il talento individuale, affinato nei playground della Grande Mela, con schemi rigorosi e ripetuti in modo metodico, ma senza esasperare la ricerca del risultato e svilire lo spirito del gioco inventato da Naismith.
Molti suoi giocatori non erano campioni, hanno praticamente smesso dopo l’esperienza con i Redmen, dove erano autentiche colonne, come Matt Brust, Carmine Calzonetti, Frank Alagia, ma Lou aveva la capacità di cogliere un dettaglio e lavorare su un aspetto che rendeva “speciale” un giocatore. La storia di Billy Paultz è emblematica. Da “schiappa” al liceo a oltre mille partite nei professionisti ABA e NBA. Non poteva diventare Jabbar o Lanier, ma, come diceva Carnesecca: “Tutto è allenabile tranne l’altezza”. Così Lou insegnò, prima di tutto, un’etica del lavoro, che conta molto di più di tante altre qualità, con allenamenti individuali personalizzati.
Lou Carnesecca non si è limitato a fare bella la sua casa, come considerava St John’s; può essere definito un autentico ambasciatore del basket a livello mondiale. Ha, infatti, effettuato clinic dappertutto e in Angola contribuì perfino a fermare temporaneamente una guerra civile. Nel cuore, però aveva sempre l’Italia. Il suo immutato orgoglio nel rivendicare le sue origini in Lunigiana ha avuto un grande riconoscimento in occasione della nomina a Cavaliere al merito della Repubblica italiana, il 17 febbraio 1990. Non ha mai vissuto nella terra dei suoi genitori in età adulta e neppure ha mai allenato, ma viene considerato uno dei riferimenti della pallacanestro nostrana. Un italiano, appassionato di basket aveva due tappe irrinunciabili a New York: il negozio di Red Sarachek e la St. John’s University, dove Lou era accogliente e ricco di suggerimenti, in qualche caso organizzava degli allenamenti speciali per gli ospiti. La sua casa era sempre aperta e un passaggio da Dante’s, il suo ristorante preferito, una sorta di clubhouse personale, diventava obbligato. Il suo metodo lo ha raccontato in Italia nel clinic di Roma nel 1966, che viene considerato un crocevia nella storia della pallacanestro italiana. Valerio Bianchini fu uno dei quattrocento partecipanti. A Roma, i presenti furono colpiti dall’importanza e dal tempo che Carnesecca dedicava alla difesa, sottolineando il concetto di aiuto e sviluppando strategie per cui il difensore non subiva più l’attaccante, ma invece lo costringeva ad andare verso altri difensori, che aiutano a contrastarlo.
Bianchini ricorda bene l’atmosfera quasi magica di quelle giornate in una Roma da sogno. “Senza dubbio, gli allenatori di questa generazione non possono nemmeno immaginare quale fu la portata di quell’evento. Quei coach assiepati sulle tribune del Palazzetto dello Sport di Viale Tiziano, coi loro bloc notes in mano, erano consapevoli della sterminata prateria che si schiudeva davanti a loro dove far correre i loro sogni di basket. In quella occasione ebbero la rivelazione di cosa potesse essere questo magico sport. Molti di loro non ci sono più, i loro bloc-notes sono chiusi per sempre, ma il ricordo della comune passione accompagna i colleghi che li hanno vissuti come anime guida. Ragazzi appassionati ebbero il coraggio di pensare di allenare un giorno come mestiere”. Proprio come Valerio. Fu un crocevia fondamentale nella storia del basket nostrano. In pochi giorni furono messe le basi per un grande passo avanti con un autentico Maestro, non solo del gioco. La capacità di tanti allenatori fu, però, di elaborare un basket proprio, come dei provetti artigiani, e così osservando le squadre si poteva capire chi fosse l’allenatore, senza dover guardare la distinta. L’influenza di Lou si è estesa a diverse generazioni di tecnici nostrani, non aveva mai rinunciato al piacere di confrontarsi e condividere le proprie conoscenze con i colleghi, soprattutto quelli più giovani. Ettore Messina ha conosciuto Carnesecca, quando era assistente di Massimo Mangano alla Duco Mestre. “Lou può essere considerato uno dei padri della pallacanestro italiana assieme a Paratore, Primo, Van Zandt e Tracuzzi. Fu un antesignano, diede un metodo e fece fare un salto in avanti a tutti. Non aveva nulla da invidiare come allenatore a Mike Krzyzewski, Dean Smith e Bobby Knight, ma voglio soprattutto dire che era una grande persona e possiamo solo dirgli grazie per tutto quello che ha fatto per i colleghi italiani”. I più grandi amici italiani di Carnesecca erano il “Principe” Rubini e Sandro Gamba, che fu fondamentale per il sopracitato clinic di Roma. Entrambi furono accompagnati dal Coach, come veniva chiamato da tutti a New York, in occasione dell’ingresso nella Hall of Fame. Questo capitò anche con tecnici spagnoli, come Pablo Ferrandiz e Antonio Diaz Miguel.
L’Italia, anche non cestistica, ha scoperto la NCAA all’inizio degli anni Ottanta, Tele Montecarlo trasmetteva una partita ogni sabato. Era l’epoca degli allenatori di grande carisma e lungo corso. Degli autentici santoni del gioco, con un’aura e un carisma tangibile, che li rendeva quasi inavvicinabili. In questo variegato mondo anche un piccolo nucleo di italoamericani, che attiravano una naturale simpatia. Tra questi, LouCarneseccadaPontremoli, come diceva, senza interruzioni, il telecronista, spiegando come si presentava quando incontrava un italiano, a testimoniare un legame speciale con la sua terra e un orgoglio smisurato delle sue origini. Come si faceva a non amare uno così, a partire dal fisico da “persona comune”. Era la versione migliore del classico allenatore da minibasket, nel senso più nobile del termine. Magrolino, occhi e bocca piccoli, capelli con riga laterale da impiegato, questi elementi, apparentemente anonimi, nascondevano un uomo energico. Non alto, ma in grado di farsi ascoltare dai giganti in campo, rispettoso e rispettato, sapeva stimolare in un modo unico i suoi ragazzi. La squadra era a sua immagine e somiglianza e si vedeva che in panchina non poteva stare fermo, perché era questo il suo modo di aiutare i ragazzi, non solo con le indicazioni tecniche. Nel 1985 tutti questi ingredienti trovarono il talento e allora St John’s divenne un appuntamento imperdibile, le poche volte che veniva trasmessa. Era troppo forte il fascino invariato della “cenerentola” che, per una volta, ha qualità in grado di competere con tutti. New York e, in particolare, il Madison Square Garden erano la capitale del mondo e del basket e anche la più famosa arena dello sport si colorava di bianco e di rosso. St. John’s non ha vinto nel 1985, ma sarà sempre ricordato, come il Brasile dei mondiali di calcio del 1982, il suo siparietto con l’amico-rivale John Thompson, che si presentò con uno “sweater” identico a quello portafortuna di Lou nella storica sfida del Madison Square Garden, resta un modo indimenticabile di sdrammatizzare una gara che, in quella stagione era di vertice e attesa da tutto il paese. Elementi come Mark Jackson, Chris Mullin, Bill Wennington, Willie Glass, Walter Berry sono rimasti nella memoria collettiva degli appassionati e alcuni suoi allievi hanno anche contribuito a rendere più bello il campionato italiano di serie A1, quando era ancora secondo solo alla NBA. Lou costruiva, prima di tutto, uomini e non solo giocatori. Riconosceva subito le qualità tecniche e fisiche, ma poi c’era da lavorare su tutto il resto. Non bastano i protocolli, serve trasmettere un’infinita passione, la vera sfida dell’educatore, un eterno ragazzo tra i ragazzi.
Tutto questo e molto altro viene raccontato nel volume bilingue di Lorenzo Mangini, “Lou Carnesecca Da Pontremoli a New York” di Erga Edizioni. Lorenzo, genovese di 59 anni, si è innamorato della palla a spicchi grazie a una esperienza nel minibasket nella palestra di Via Cagliari con il CAP Genova guidato dall'indimenticato Luciano Bertolassi (allievo di Lou Carnesecca nello storico clinic di Roma), passata soprattutto a guardare gli altri dalla panchina. Nell’opera sono stati inseriti dei VCode “aperti”, con immagini e video degli eventi celebrativi su Carnesecca, in Italia e in America. Disponibile nelle migliori librerie e su Amazon https://www.amazon.it/Lou-Carnesecca.../dp/883298654X