Olimpia Milano: si può dire che Ettore Messina si è sbagliato?

Editoriale
martedì, 28 novembre 2023 alle 8:25
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Sette sconfitte subite in tutta la stagione regolare 2022-23, una sola nelle prime nove giornate contro le quattro rimediate in questo 2023-24, sono un ruolino di marcia che dovrebbe far suonare un campanello d'allarme in casa Olimpia visto che la corsa delle quattro battistrada è di notevole spessore. Questo in chiave Final Eight di Coppa Italia: alla fine del girone di andata Milano vi arrivò con tre sole sconfitte l'anno scorso, ma quella classifica era assai più sgranata rispetto ad oggi che abbiamo due formazioni ad aver raccolto una vittoria in diciotto partite. Sappiamo che la posizione nella griglia della coppa ha scarsa importanza se vuoi vincere il trofeo ma oggettivamente le cose non vanno bene.
Gli ermeneuti che nel futuro andranno a rileggere le dichiarazioni a cadenza alternata di Ettore Messina (un tono quando vince, un altro tono quando perde) si porranno tante domande di interpretazione per comprendere la loro reale portata. Meno male che la squadra non riflette l'umorale allenatore e si applica difensivamente quanto può. Il filotto di partite facili doveva dare fieno in cascina e rinnovato entusiasmo: battuta una Venezia senza due giocatori titolari e senza quel centro che avrebbe potuto renderla davvero squadra da titolo, battuta quella Stella Rossa chiaramente sopravvalutata in estate, il crash-test contro la Estra (una squadra che costa di budget meno del solo Mirotic, sigh!) ci riporta punto e a capo al super-sfruttamento dei soliti giocatori e alla mancanza di creazione di una alternativa di gioco con quelli che languono in panchina. L'ha ammesso ieri il coach, speriamo che il presidente provveda alla bisogna.
Sul discorso del doppio incarico allenatore-presidente, confermiamo che siamo contrari ed è una cosa che affermiamo dal 2017. Ci sembra che i risultati dell'Olimpia ce lo confermino. Bravo il coach a sviare gli allocchi che gli vogliono credere o che sono interessati a farlo ma abbiamo l'impressione che non la racconti tutta. Uscirsene poi dicendo "la responsabilità è mia" per non entrare nel punto delle critiche è un classico della disinformazione per evitare di discuterne. Proprio le recenti polemiche con Shabazz Napier sono illuminanti almeno quanto il podcast di Melli e Datome in Nazionale di questa estate.
Che Napier sia andato via per motivi di rapporti interni e non di uno squallido rilancio di denaro è evidente: impensabile che Armani non possa coprire un contratto semestrale anche se triplicato, una dichiarazione di modestia economica che suona come un insulto alla storia del Grande Sarto. Su queste polemiche nate dopo il passaggio alla Stella Rossa Napier è molto veemente, sui sei mesi passati dentro l'Olimpia nemmeno una parola. Come lo stesso James. Come altri arrivati da protagonisti nei loro club a Milano e finiti nel dimenticatoio che ringraziano di aver passato qualche anno a riempire il portafoglio guardando gli altri giocare. Non vorremmo che sia a frenarli un qualche cavillo inibitore nel contratto, pratica usuale per chi lavora nel campo della moda. E così il Melli disteso e piacevole entertainer che ci ha colpito nel podcast non è la stessa persona che rilascia dichiarazioni generiche sul suo club, mentre sulla polemica di un presunto desiderio di tornare a Milano non ci vogliamo tornare più sopra.
Il budget, questo sconosciuto, sembra poi un blocco informe di plastilina pronto ad essere piegato ad ogni esigenza di scuse. Dal suo arrivo a Milano Messina è stato prodigo di buyout per milioni di euro rescindendo contratti in essere - la scorsa estate dovrebbe essere toccato ad Alviti, Mitrou-Long e Davies, mentre la composizione economica dell'1+1 di Thomas non è conosciuta - Una pratica comune nella NBA dove però è regolata in maniera diversa e con altri budget. Niente di strano se alla fine al general manager poco accorto (o per nulla pratico del mestiere?) manchino i quattrini per prendere giocatori e debba intervenire la proprietà con i munifici regali tipo Mirotic. State attenti: l'epoca dei miliardari mecenati nello sport è finita da un pezzo anche se EuroLeague spesso chiude un occhio, o tutti e due. A noi interessa il futuro dell'Olimpia, il dopo Giorgio cui auguriamo altri cento anni.
Sulle difficoltà di comunicazione, dalle esternazioni oltre i limiti del buon gusto contro tutti (in panchina come in sala stampa) al continuo ricorso ad aggiustamenti di pensiero dopo ogni intervento o quasi c'è poco da aggiungere dopo quello di ieri sera. Solo ricordare che nessuno negli USA si permette certi atteggiamenti con la stampa che crea ogni giorno l'interesse nei tuoi confronti (ah, se Gandini avesse lo stesso potere di Silver!). E sottolineare la mania di controllo su tutto e tutti, compresi i giocatori che devono rimanere in mensa a pranzo anche quando potrebbero andare in famiglia tra un viaggio e un altro. Roba che va bene per i ritmi della NBA che giocano 82 partite con due mesi in meno dei campionati europei. Proprio la rivendicazione dei 35 titoli vinti è l'ultimo degli autogol: non è una patente che permette di accreditarsi delle competenze in altri settori anche della stessa attività lavorativa. Diciamo che Elon Musk è un genio visionario? Bene, però i progetti per realizzare la Tesla o i missili che voleranno su Marte li hanno disegnati i suoi ingegneri. Così chiudiamo il cerchio, e rimaniamo della nostra idea che nella pallacanestro moderna non può avere spessore e successo per un club una figura che fa il doppio ruolo presidente e allenatore (e general manager e direttore sportivo). Specialmente se ha meno della metà delle competenze necessarie.

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