ESCLUSIVA PB – Intervista a RICCARDO MORANDOTTI

“ Torino, quanti ricordi…”
08.04.2020 14:27 di Emiliano Latino   Vedi letture
Fonte: PIANETA BASKET
Riccardo Morandotti
Riccardo Morandotti

Abbiamo “incontrato” Riccardo Morandotti, campione d’Italia per quattro volte con la maglia della Virtus Bologna, le sue opinioni e le speranze per tutto il movimento cestistico italiano in questo particolare e doloroso momento.

Cresciuto nelle giovanili prima della Canottieri Milano e poi del Monkeys, sponsorizzato Banco Ambrosiano, passa in età juniores all'Auxilium Torino, nelle cui file debutterà in A1 nel 1982 e si fermerà fino alla stagione 1989-90. Nella squadra torinese, pur non vincendo nulla, si mette in mostra grazie alle sue ottime qualità tecniche e atletiche, che gli consentono di essere efficace sia vicino che lontano da canestro.

Ottimo contropiedista e tiratore dalla media distanza, dotato di grande carisma (che lo porta presto a diventare capitano dell'Auxilium e beniamino della tifoseria), disputa delle ottime stagioni con la squadra torinese, che gli consentono di essere più volte convocato in Nazionale. Dopo l'esperienza torinese, Morandotti ha giocato per un anno a Verona e poi per 8 stagioni nella Virtus Bologna, per poi terminare la carriera professionistica nel 1999 con una breve parentesi in A2 a Roseto.

Successivamente scende di sette categorie giocando nel campionato di Promozione con il Cavour EmilCargo, quindi passa in B1 indossando le canotte prima di Ozzano e poi di Trapani. Nel 2001 gioca in C1 a Castel Guelfo, rimanendovi fino al 2005. Nel 2011 approda al San Crispino Basket nel campionato di Promozione delle Marche.

Con la maglia della Nazionale Morandotti ha disputato i Campionati Europei 1987 e 1989.

Morandotti , che ha ricoperto il ruolo di direttore marketing della Sutor Montegranaro in serie A1, è cugino di primo grado della pesista neozelandese Valerie Adams, campionessa mondiale e olimpica, nonché del fratello cestista Steven Adams, centro degli Oklahoma City Thunder nella NBA.

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In questo momento particolare, come hai organizzato il tempo da trascorrere in casa?

Vivo a Rimini con mio figlio in un piccolo appartamento che per fortuna ha un grande terrazzo vista mare e lo usiamo per giocare a basket (abbiamo un canestro…) e a rugby; lo seguo nelle lezioni scolastiche online, cuciniamo insieme e cerchiamo di far passare il tempo nel migliore dei modi.

Il coronavirus ha cambiato le abitudini delle persone, bisogna restare a casa e rispettare le decisioni prese dal Governo. Se pensiamo che finirà tutto con uno schioccare delle dita siamo fuori strada e sono preoccupato per la Romagna che vive di turismo, per questa estate prevedo poca gente, è un peccato…siamo abituati al casino e all’aggregazione che purtroppo verrà a mancare.Pensa che appena prima che scoppiasse la pandemia, ho rotto la macchina nella zona di Bergamo ed è ancora lì, pronta e prima o poi spero di poterla ritirare.

Ieri è stato decretato il stop dei campionati di serie A, sei d’accordo con la decisione presa e qual è la tua proposta per determinare le classifiche (promozioni e retrocessioni)?

Perfettamente d’accordo con le decisioni prese, pensare di giocare a porte chiuse è impensabile, i tifosi sono tutto e anche per gli atleti verrebbe a mancare l’atmosfera che ti fa entrare in partita con la giusta mentalità; grinta e adrenalina verrebbero a mancare e diventerebbe tutto surreale.

Non è più spettacolo, sarebbero solo partite fini a se stesse e non è certo questo lo spirito di uno sport come il basket che vive di emozioni e contatto con il pubblico nei palazzetti. Credo che si potrebbe pensare di lasciar tutto così, non assegnare alcun titolo e ripartire il prossimo anno con le stesse squadre nelle categorie attuali.La mia idea, non di adesso, è che bisognerebbe bloccare le retrocessioni, come in America dove le franchigie giocano sempre nella stessa lega, eventualmente si spostano in un'altra città, senza l’assillo di una caduta nelle serie minori trarrebbe giovamento anche l’aspetto economico legato alle sponsorizzazioni che sarebbero più interessate ad un discorso di questo tipo.

Debutto con la maglia dell’Auxilium Torino a 17 anni, raccontaci il passaggio da Milano, i ricordi a cui più sei legato.

Sono nato a Milano, ma quando me lo chiedono dico che sono nato a Torino; lì ho passato tanti anni della mia adolescenza e l’ho vista cambiare tantissimo e in meglio.La mentalità e il modo di vivere della gente sono molto simili al mio modo di intendere la vita, il vivi e lascia vivere dei torinesi mi è piaciuto fin da subito.Passavo le mie giornate in palestra ad allenarmi e vivevo in zona Stadio Comunale nella foresteria messa a disposizione dalla società.Torno spesso in città e ho mantenuto ancora tantissimi contatti a cui sono molto legato. L’anno scorso sono venuto anche a vedere alcune partite al Palavela e ogni volta mi emoziona tanto.

Siamo nel 1989/1990 (il tuo ultimo anno a Torino), Darryl Dawkins centro titolare e Dido Guerrieri head coach, due personaggi straordinari rimasti nel cuore del tifo gialloblù e non solo…continua tu…

Quando ripenso agli anni con Dido Guerrieri e anche Gianni Asti che per me è stato fondamentale, la prima cosa che mi viene in mente è lo straordinario rapporto che ci legava, non solo giocatore/allenatore, ma direi quasi padre e figlio. Non che avessi da parte sua particolari privilegi anzi, spesso e volentieri, mi bacchettava anche per cose futili sempre a fin di bene.Era anche molto attento alla vita privata degli atleti e si informava anche della mia, auspicando che mi trovassi anche la morosa e che non pensassi solo all’allenamento.

Ti racconto un aneddoto, una volta rientrato ad Agosto dalle varie competizioni con la Nazionale, chiamò a casa mia, comunicandomi che sarei dovuto rientrare subito a Torino per allenarmi; la presi malissimo perché non mi fermavo da oltre un anno, ma rientrai subito.Quando arrivai alla Sisport (la struttura dove all’epoca ci allenavamo) mi salutò, mi disse che gli ero mancato e mi concesse di rientrare a casa…rimasi a bocca aperta, ma rimasi a Torino per continuare il programma in attesa dell'inizio della stagione successiva.

Dido Guerrieri è stato anche fondamentale per Darryl, non era assolutamente facile da gestire e credo che la sua fortuna sia stata proprio quella di avere un allenatore di quella caratura.Spesso capitava che si fermasse alla fine degli allenamenti per aiutare i più giovani come me, correggere alcune cose e dare consigli preziosi. Non era un cosa da tutti.Era una bravissima persona e anche un grande atleta ancor oggi ricordato con affetto dai tifosi di Torino

Grazie al nuovo progetto Reale Mutua Basket Torino, la città è ritornata a sperare in un nuovo futuro, cosa ne pensi?

L’anno scorso sono venuto anche a vedere alcune partite al Palavela e ogni volta mi emoziona tanto. Seguo tutti i risultati, Torino merita di avere una squadra in Serie e i tifosi pian piano si stanno riavvicinando al palazzetto.Ci sono tutte le premesse per la riuscita del progetto, si percepisce competenza nella gestione, la progettualità ha argomenti che hanno convinto e poi Torino non può non competere ad alti livelli perché è una piazza importante, una delle più belle città italiane e merita tanto.

Il tuo pensiero sul movimento cestistico italiano e una tua ricetta per farlo ritornare “grande”

Ovviamente la pallacanestro è molto cambiata, adesso spero che questa emergenza faccia ritornare alcune cose come un tempo. Credo che bisognerà ripartire dai settori giovanili e dalla costruzione di progetti a lungo termine. Puntare su giocatori italiani è certamente più costoso rispetto all’ingaggio di giocatori fatti e finiti in giro per il mondo, però alla lunga si potrebbe ricreare quel senso di appartenenza che avvicina alla squadra le nuove generazioni.I risultati, come sempre stato, contano molto, però è arrivato il momento di fermarsi e pensare a quali possano essere le nuove priorità. Ricordo che da ragazzo Torino aveva strutture molto importanti e i giovani potevano lavorare in maniera incredibile crescendo di anno in anno sempre di più.Al di là del talento, cuore e attributi fanno la differenza, ogni singolo giocatore è un tassello importante per la squadra, la storia dell’ Nba ci racconta di storie di uomini che non hanno doti atletiche eccelse, ma che hanno fatto la differenza e, in molto casi, la storia i questo sport.

Inoltre bisognerà mettere al primo posto la competenza nella gestione delle società, spesso mi trovo a parlare di basket con gente che ha poca competenza.

I tuoi progetti futuri?

Ho un azienda che produce sneakers, ho due marchi che presto verranno lanciati sul mercato con misure anche grandi (io ho la 50….)Ho creato un prodotto che sarà diverso per uomo e donna e credo possa essere un bel progetto.

Il mio sogno nel cassetto è quello di poter seguire un progetto nel basket con i giovani, ho un carattere difficile, ma con loro credo di poter fare cose importanti.Mi piace trasmettere sul campo la mia esperienza personale, in maglietta e pantaloncini senza fronzoli. È lo sport più bello del mondo e quando fai qualcosa che ti piace non senti la fatica.