Poca flessibilità e troppa arroganza: perché saltano i coach storici in LBA?

28.03.2026 15:00 di  Umberto De Santis  Twitter:    vedi letture
Poca flessibilità e troppa arroganza: perché saltano i coach storici in LBA?

L'improvviso siluramento di Dusko Ivanovic alla Virtus Bologna - improvviso solo per chi non fosse dentro le cose della società felsinea come abbiamo raccontato - ridisegna definitivamente la geografia degli allenatori della serie A italiana: via i vecchi seppur onusti di campionati, vittorie e trionfi, largo a giovani di belle speranze anche in squadre di vertice, cinque delle prime sei. Basta leggere la classifica: Virtus Bologna nelle mani di un esordiente head coach come Jakovljevic; Germani Brescia idem con patatine grazie a Cotelli; Reyer Venezia unica tra le top a reggere con l'esperto Spahija; Olimpia Milano nelle mani di un Peppe Poeta al secondo anno e senza praticamente gavetta; Tortona nelle mani di Fioretti, vice di lunghissimo corso ma esordiente da capo; Pallacanestro Trieste nelle mani di Francesco Taccetti, promosso da poche settimane al posto di Gonzalez. 

Una tendenza che si è accelerata negli ultimi mesi, dopo che i passi indietro di Ettore Messina all'Olimpia e di Zeljko Obradovic al Partizan Belgrado avevano messo sul tappeto le problematiche di relazione generazionale. Quella di coach vecchia maniera autoritaria e paternalistica si sta scontrando con una di giovani che hanno affrettato la crescita unendo determinazione e playstation, maggiore forza fisica e highlights. Difficile dare loro ordini, meglio essere consiglieri autorevoli e magari carismatici. La pallacanestro metodica e schematizzata, con tanti giocatori specializzati in una singola funzione, sta lasciando il passo ad atleti polivalenti. Un playmaker di 2,06 come Magic Johnson non è più una eccezione, e se un pivot non tira da tre come Olajuwon, Robinson o Ewing oggi avrebbe difficoltà enormi nella NBA attuale, ed è vero che gente come Poeltl, Adams e Gobert non sfuggono alle critiche. Molte squadre hanno una gestione piuttosto free dell'attacco.

Più o meno inconsciamente la politica della NBA, che nel giro di dieci anni ha strutturato un enorme potere a favore dei giocatori, ha influenzato il resto del mondo. Figli e nipoti della Bosman hanno ormai una perfetta visione dei propri diritti e sono disposti a farli valere, non importa quante EuroLeague abbia vinto il coach che si trovano davanti. In più le paturnie del mercato attuale della pallacanestro mondiale consegnano loro un potere arrogante. Il proliferare di campionati con più squadre e più lunghi nel tempo, con conseguente esplosione degli infortuni e dispersione di talenti in giro per il mondo diminuisce il numero dei buoni giocatori disponibili. In Italia la convenienza per la maggior parte degli italiani è andare a prendere soldi in A2 invece di prendere meno e fare tanta panchina in serie A. L'addio di Ellis a Milano e quello di Niang a Bologna in direzione NCAA o NBA sono eventi sul piano tecnico dolorosissimi per i due club, visto che sul mercato domestico l'equivalente non sembra proprio esserci.

L'arroganza del vecchio gli impedisce di rischiare. Chi si sente di non dover dimostrare niente a nessuno in realtà maschera la paura di dover ammettere l'errore se lancia un giovane che si dimostri non ancora pronto al livello della serie A. Anche l'abuso della parola "leggenda" da parte della stampa nel descrivere questi coach se da un lato lusinga dall'altro contribuisce ad aumentare l'insicurezza col passare degli anni. Che è un danno allo stesso modo della troppa sicurezza nella propria esperienza. Quella che ti fa credere ancora di avere davanti giovani virgulti incoscienti e inconsapevoli da piegare ai propri ordini. Ci vorrebbe flessibilità: peccato che non la vendano un tanto al chilo sulle bancarelle del mercato. Ci vorrebbe da tutte e due le parti, ma soprattutto da parte degli allenatori. I tempi passano sempre più rapidamente, non ci stupiremmo che anche queste nostre considerazioni diventino vecchie e superate già nel giro di un paio di stagioni.