NBA-Cina. Non sono informato è una scusa che non paga, LeBron!

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giovedì, 17 ottobre 2019 alle 9:35
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LeBron James ha alzato bandiera bianca. A ESPN (qui) ha detto che non parlerà più di quanto è successo in Cina, di Morey, di Hong Kong. Delle maglie bruciate non ne vuol sapere, il suo unico pensiero è e sarà solo vincere il titolo con i Lakers. Le contraddizioni e la confusione che ha generato, raccontando la favoletta che Morey, quanto lui stesso, non fossero informati di quanto succedeva nell'isola lo hanno cacciato in un cul-de-sac che gli ha tolto quell'aura di autorevolezza che da un pò di tempo si portava dietro dopo le polemiche con Trump e il successo della scuola "I Promise".
Al tempo di internet "non essere informato" è una scusa che paga per 24 ore. Dopo, un'idea te la devi essere fatta e, se hai una posizione pubblica, devi esprimere una tua opinione. Altrimenti ti bruciano la maglia. Trump non aveva torto a chiedere chiarezza alla NBA e al suo censore Kerr, in fin dei conti. Ma cosa sappiamo noi, della vicenda di Hong Kong?
L'isola divenne nel 1842 possedimento inglese, e nel 1860 furono aggiunti altri territori della terraferma. La Cina di Mao, dopo il 1947, ha iniziato il lungo percorso per riportarla con sè (come fatto con la colonia portoghese di Macao e come sta facendo con Taiwan), arrivando nel 1997 a un accordo con la Gran Bretagna di restituzione attraverso la formula "Un paese, due sistemi" che avrebbe garantito una autonomia speciale ad Hong Kong che vive un modello di società capitalistico differente da quello cinese del Partito Comunista al potere.
Partito Comunista che negli ultimi decenni, in casa sua, ha dovuto aprire all'economia di mercato capitalistica per non farsi travolgere dalla povertà dei suoi cittadini. Abbiamo visto tutti lo sviluppo economico che ha contraddistinto il paese negli ultimi 30 anni. Paese che vive la contraddizione di un sistema di mercato che non corrisponde all'ideologia del partito ma di cui non si può fare a meno. Il potere comunista ha pensato di barattare le libertà economiche concesse in cambio dello status quo politico.
Per questo, in Hong Kong, fin dal ritorno nella madrepatria è cominciato uno strisciante lavoro di riduzione dello speciale statuto per evitare che il suo progetto possa coinvolgere altre aree del paese e mettere in discussione il controllo assoluto di Pechino. Senza farla lunga, la legge di estradizione verso la Cina di cittadini di Hong Kong renderà possibile zittare gli oppositori politici ingabbiandoli e spedendoli a Pechino con una scusa di imputazione qualsiasi per cui, di fatto, si chiuderà la bocca al dissenso e del "Un paese, due sistemi" non rimarrà nulla.
Perché Pechino non vorrebbe imporsi con la forza, nonostante il leader Xi Jinping abbia detto domenica scorsa in Nepal «Chiunque si azzardi a dividere qualsiasi regione dalla Cina morirà: i loro corpi saranno distrutti e le loro ossa maciullate e polverizzate»? Hong Kong è la prima piazza finanziaria del mondo, attraverso la quale si possono fare business trasversali oltre a essere residenza di molti miliardari. L'esplicita privazione dello status particolare della città potrebbe innescare una fuga di capitali, di residenti e di credibilità che il paese non si può permettere.
Come non si può permettere, senza pagare un carissimo prezzo, di perdere gli accordi con la NBA. A parte il risarcimento danni per aver rotto i contratti, le sponsorizzazioni servono a incrementare le vendite nel mondo del Made in China. Troppe le aziende che dovrebbero rivedere al ribasso i programmi di sviluppo e, in uno Stato che potrebbe implodere se non mantiene un tasso di sviluppo adeguato per aprire ad ampi strati di popolazione l'innalzamento dello standard di vita, il boomerang generato sarebbe una luxury tax che da quelle parti non si possono permettere.
Mentre in ogni caso, LeBron James si potrebbe permettere di rinunciare allo stipendio e agli introiti delle sponsorizzazioni fin da adesso senza che la sua famiglia possa avere problemi economici vivendo da ricchi per le prossime sei/sette generazioni. Oh, come Trump, of course...

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