"Play the right way": Larry Brown dalla Bielorussia ai Sixers, dai Pistons a Torino
(di FRANCESCO RIVANO). Quando si affronta un percorso, di qualsiasi natura esso sia, spesso ci si trova di fronte a un bivio e la scelta di imboccare una via piuttosto che un’altra diventa fondamentale in quanto indirizza il resto del cammino che si sta intraprendendo. A volte le scelte si prendono in piena autonomia, altre volte dietro il consiglio di genitori, parenti, amici, insomma di persone fidate e la raccomandazione principale è sempre la stessa: “fai la cosa giusta”.
Ma qual è la cosa giusta? C’è un canone, uno standard, un metodo scientifico per decidere quale sia la scelta migliore in un determinato momento? La risposta dovrebbe essere negativa in quanto ovviamente ogni scelta deve essere presa in base alle proprie necessità, agli scopi che si vogliono raggiungere, alle condizioni in cui ci si trova nell’esatto momento in cui si deve affrontare la scelta. In realtà la risposta potrebbe assumere un’accezione positiva in quanto un criterio per poter scegliere c’è eccome e cioè decidere in modo tale da trarre un vantaggio a lungo termine da tale decisione, anche se, nel momento in cui si sceglie, può sembrare sbagliata.
Nell’800 in Bielorussia, a causa di una condizione economica e sociale piuttosto decadente provocata da una povertà diffusa e dall’oppressione politica esercita dal governo sovietico, molti contadini, perlopiù ebrei, si sono trovati di fronte a un bivio. Da un lato mantenere la loro condizione precaria pur restando nella loro terra natia; dall’altro stravolgere la loro esistenza, raggruppando in un fagotto le poche cose che possedevano, per cercare fortuna altrove. C’era una cosa giusta da fare? Con il senno di poi la storia insegna che la seconda opzione sia stata la più redditizia, sia dal lato professionale che da quello meramente umano e in molti hanno deciso di perseguirla per andare a fornire manodopera a basso costo negli Stati Uniti. Una scelta in cui tutti ne sono usciti vincitori, sia gli immigrati capaci di migliorare le condizioni per se stessi e per le generazioni future; sia il paese ospitante capace di usufruire di questo surplus di forza lavoro per crescere e svilupparsi.
Se c’è un comportamento legato ai flussi migratori che si ripete nel tempo è la capacità degli immigrati provenienti dalle stesse zone del mondo di raggrupparsi in comunità che cercano di ricreare un ambiente familiare anche se lontani dall’ambiente familiare stesso. I cinesi a China Town come gli Italiani a Little Italy, così anche le persone provenienti dall’est Europa tendono a raggrupparsi in quartieri nei quali continuare a vivere in terra straniera le tradizioni originarie. È a Brooklyn, nei primi del ‘900, che la figlia di un panettiere proveniente da Minsk incontra Wilson Brown, russo purosangue nonostante un nome americaneggiante affibbiato durante la permanenza a Ellis Island, e se innamora tanto da sposarlo e tirar su famiglia con la nascita di Herbert e Lawrence. Herb e Larry hanno solo rispettivamente undici e sette anni quando la rottura di un aneurisma porta via loro la figura paterna e la madre decide di trasferirsi a Long Island.
Entrambi i figli di Wilson si appassionano alla pallacanestro, ma nonostante entrambi capiscano il gioco è Larry il più talentuoso in campo e alla Long Island High School mette in mostra le sue capacità da play maker. Il fisico non è di sicuro il punto forte del secondogenito di casa Brown ma a 175 cm da terra c’è un cervello tra i più raffinati fra quello mai visti in un campo da basket. Le qualità di Larry non sfuggono ai piani alti del College Basket e ad arruolarlo sono i Tar Heels di North Carolina. Sotto la guida prima di Franck McGuire e poi di Dean Smith, Larry evolve in maniera esponenziale in termini di comprensione del gioco e pone le basi per quello che sarà il suo futuro nel mondo della pallacanestro. Nel 1964 viene convocato nel Team Olimpico per competere per l’oro a Tokyo, oro che vincerà. Dopo l’esperienza universitaria, essendo considerato troppo basso per poter approdare nella NBA, Larry inizia la sua duplice carriera da giocatore professionista e da assistente allenatore. Da giocatore sviluppa la sua carriera nella ABA, vince il titolo di MVP nel primo All Star Game della Lega emergente e vince il titolo con gli Oakland Oaks nel ‘69 al fianco di Rick Barry e agli ordini di Alex Hannum, unico allenatore capace di interrompere per ben due volte l’egemonia di Bill Russell nel periodo glorioso dei Boston Celtics. Una volta conclusa l’esperienza sul campo Larry fa la scelta giusta per se e per il resto del mondo cestistico statunitense: si siede a tempo pieno in panchina e la sua esperienza inizia a Davidson College (si il college di Steph Curry) nel quale però si dimetterà ancor prima di affrontare la prima partita. La prima vera esperienza da capo allenatore quindi è con i Carolina Cougars, nella ABA, dove il suo “run and jump”, basato su un ritmo forsennato reso possibile da una panchina piuttosto lunga, impressiona il resto della Lega alternativa alla NBA.
L’impronta di Larry nelle panchine su cui siede è ben riconoscibile e lo eleva a talento emergente tra i coach statunitensi. I dettami appresi alla corte di Dean Smith vengono sfruttati alla perfezione. Durezza, divertimento, altruismo e intelligenza sono i 4 pilastri della filosofia dei Tar Heels targati Dean Smith ai quali Larry aggiunge tre ingredienti chiave, difesa, rimbalzi e buona scelta dei tiri, per sfornare la ricetta perfetta: il “play the right way.”
Larry si divide fra NBA e NCAA. Nel college basket porta UCLA all’atto finale delle Final Four del 1981 perdendo da Louisville, risultato che però verrà cancellato dagli annali a causa dello schieramento di due giocatori non eleggibili; alla guida dei Jayhawks di Kansas invece centra la vittoria finale nel 1988 con la squadra che è passata alla storia con il nome di “Danny and the miracle” per enfatizzare l’impatto di Danny Manning nella squadra dell’università del Kansas.
AI piani superiori invece Larry allena gli Spurs di David Robinson portandoli dal peggior record della storia di San Antonio al migliore fino a qual momento; i Clippers trascinandoli alla prima stagione vincente da quando la franchigia si era trasferita a Los Angeles; i Pacers, che non avevano mai vinto una serie di playoffs, guidandoli addirittura alle Finali di Conference per ben due volte, fino ad arrivare a Philadelphia prima e a Detroit poi.
Alla guida dei Sixers e dei Pistons arriva la sublimazione del “play the right way”. Nella città dell’amore fraterno, complice un rapporto di amore odio con Allen Iverson, raggiunge le Finals nel 2001, strappa Gara 1 in trasferta ai Los Angeles Lakers stupendo il mondo intero, salvo poi arrendersi allo strapotere di Kobe e Shaq in cinque partite. L’occasione di diventare il primo e unico allenatore a vincere sia la NCAA che la NBA sfuma in quel di Philadelphia, ma diventa realtà a Mo-Town quando nel 2004, sempre contro i Lakers, si prende la sua rivincita personale e porta i Pistons sul tetto del mondo per la terza volta dopo i fasti dei Bad Boys di fine anni ’80.
I primi anni del nuovo millennio sono quelli che identificano coach Larry Brown fra i migliori allenatori dell’intero panorama cestistico mondiale anche se in realtà si macchia di un grave peccato alla guida di Team Usa alle Olimpiadi di Atene. Laddove tutto è nato, nella terra di Olimpia, Larry Brown non riesce laddove sono riusciti quasi tutti i suoi predecessori e dopo Mosca ’70 e Seoul ’88, Team USA non sale sul gradino più alto del podio Olimpico venendo sconfitta in semifinale dall’Argentina che in finale fermerà la folle corsa degli Azzurri di Charlie Recalcati.
Dopo l’esperienza e la vittoria con i Pistons, Larry siede ancora sulle panchine dei Knicks, dove raggiungerà Lenny Wilkins, Don Nelson e Pat Riley fra i coach capaci di vincere almeno 1.000 partite in NBA, e dei Charlotte Bobcats, franchigia nuova di zecca voluta dalla politica espansionistica di David Stern. Guidando ben 8 franchigie Larry Brown detiene tutt’ora il record di squadre allenate nella Lega. Successivamente alla lunga esperienza in NBA Larry Brown è tornato al College Basket diventando prima capo allenatore dei Mustangs di SMU e dopo unendosi allo staff tecnico dell’Università di Memphis non prima di aver provato l’avventura all’Auxilium Torino nella nostra Serie A.
È stata una condizione fisica cagionevole a costringere Larry Brown a interrompere il suo lavoro. Un lavoro durato più di 50 anni sempre, o quasi, ai vertici; un lavoro fondato su principi riconoscibili e ben chiari, un lavoro fatto di scelte fatte e da far prendere ai suoi giocatori in modo da ottenere sempre e comunque il massimo possibile. Ecco, se ci dovessimo trovare di fronte a un bivio e al momento della scelta, di fianco a noi, ci fosse Larry Brown il suo consiglio sarebbe identico a quello dato a ogni suo giocatore: “play the right way”, ossia “fai la cosa giusta”, perché è scegliendo nel modo giusto la cosa da fare che si possono raggiungere tutti gli obiettivi, anche quello di vincere un titolo NBA da sfavoriti contro una squadra nella quale giocano Gary Payton, Kobe Bryant, Karl Malone e Shaquille O’Neal.
----- Francesco Rivano nasce nel 1980 nel profondo Sud Sardegna e cresce a Carloforte, unico centro abitato dell'Isola di San Pietro. Laureato in Economia e Commercio presso l'Università degli Studi di Cagliari, fa ritorno nell'amata isola dove vive, lavora e coltiva la grande passione per la scrittura. Circondato dal mare e affascinato dallo sport è stato travolto improvvisamente dall'amore per il basket. Ha collaborato come redattore con alcune riviste on line che si occupano principalmente di basket NBA, esperienza che lo ha portato a maturare le competenze per redigere e pubblicare la sua prima opera: "Ricordi al canestro" legato alla storia del Basket. Ha poi pubblicato la sua seconda, dal titolo "La via di fuga" Link per l'acquisto del libro.