Kenny Atkinson, Treviso e quel cerchio che si chiude all'Eurocamp

Kenny Atkinson, Treviso e quel cerchio che si chiude all'Eurocamp

C’è un certo tipo di energia che si riconosce subito, quella che accompagna gli eventi capaci di lasciare un segno. A Treviso, nei giorni dell’Adidas Eurocamp, questa sensazione si è trasformata in un filo continuo che ha attraversato campi, tribune e corridoi, alimentato da prospetti, allenatori, dirigenti e scout arrivati da mezzo mondo. La Ghirada è diventata ancora una volta un punto di gravità del basket internazionale, un luogo in cui il presente si intreccia con il futuro e dove ogni dettaglio sembra suggerire che il ventennale del 2027 potrà poggiare su basi già solidissime. Tra gli ospiti più attesi c’era Kenny Atkinson, oggi capoallenatore dei Cleveland Cavaliers, tornato a Treviso come se stesse chiudendo un cerchio iniziato anni fa, quando era un giovane coach in cerca di strada.

Atkinson ha raccontato sulle pagine del Gazzettino di Treviso il suo legame con la città con un sorriso che dice più delle parole: «Adoro Treviso. C’è lo slogan “I Love New York”, no? Beh, dovremmo crearne uno: “I Love Treviso”. Ho lavorato in questo camp quando ero un giovane allenatore. Ora torno qui per la prima volta da allora, dopo essere andato in Nba: in qualche modo è un cerchio che si chiude». Per lui l’Eurocamp è soprattutto un’opportunità, un luogo in cui i ragazzi possono mostrarsi alla comunità globale del basket, davanti a rappresentanti dell’NBA, dell’EuroLeague, dei campionati italiani e di molte altre realtà europee. «Complimenti ad Adidas: significa investire sui giovani», ha detto, spiegando anche quali siano i tre aspetti che valuta in un prospetto. Il primo è il modo in cui si muove in campo, ritmo e fluidità. Il secondo è il tiro, la capacità di mettere la palla nel canestro. Il terzo è la testa, il modo in cui legge il gioco. E parlando di Saliou Niang, scelto da Cleveland con il numero 58, Atkinson non ha avuto esitazioni: «Ha talento, conosce il gioco, è atletico, ma soprattutto è un bravissimo ragazzo. Giocherà in Nba? Lo spero. Intanto siamo fortunati a detenerne i diritti».

Il coach ha ricordato anche la sua stagione da giocatore alla Partenope Napoli, una parentesi rimasta impressa per la qualità della vita e per il calore dei tifosi, soprattutto nelle sfide con Pozzuoli e Avellino. Ha citato i viaggi in tutta Italia, da Trieste a Forlì, da Fabriano a Sassari, come parte di un percorso che ancora oggi considera speciale. E mentre ribadisce che l’NBA diventerà sempre più globale, non risparmia parole d’elogio per il campionato italiano, che giudica di livello molto più alto di quanto si pensi, ricco di ottimi giocatori e tecnici da cui prendere spunti. Prima delle foto con le giovanili di Treviso, Atkinson ha condiviso un nuovo dialogo con i partecipanti insieme a Franz Wagner, VJ Edgecombe e Maurizio Gherardini, componendo una sorta di reunion che ha unito generazioni, esperienze e visioni diverse. E quando cita la vittoria di Venezia nella serie playoff, il pensiero corre all’amico Neven Spahija: «Sono felicissimo per lui, abbiamo lavorato insieme nello staff di Atlanta». In queste parole c’è tutto il senso dell’Eurocamp: un luogo dove il basket non è solo tecnica o scouting, ma anche memoria, relazioni e un futuro che continua a prendere forma.

Redazione Pianetabasket.com
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