Achille Polonara: «Ho lottato per i figli e per mia moglie Il futuro? Allenatore»
Achille Polonara ha raccontato la sua storia, dentro e fuori dal campo, in un incontro con Nicola Cesaro nel chiostro della Crepadona, davanti a un pubblico numeroso accorso per abbracciare un campione che ha saputo conquistare il mondo del basket e non solo. La sua vita è stata divisa in due tempi, proprio come una partita: il primo quello della carriera, dei successi e delle sfide sportive; il secondo quello della battaglia contro la leucemia, affrontata con una forza straordinaria e con il sostegno della famiglia, degli amici e dei compagni di squadra che gli portarono anche la coppa di campioni d’Italia in ospedale.
Polonara ha ripercorso alcuni dei momenti più emozionanti della sua carriera, dagli inizi a Teramo nel 2009 fino alle esperienze in giro per l’Europa e alle vittorie con i club. Ha ricordato con particolare affetto le due partite contro la Serbia con la Nazionale, decisive prima per la qualificazione agli Europei e poi per l’accesso ai quarti di finale di Eurobasket: «Sono le partite che farei vedere ai miei figli», ha raccontato. Ha parlato anche dei grandi avversari affrontati, come Giannis Antetokounmpo: «Quando entrava in area era un treno», e dei compagni che hanno segnato il suo percorso, indicando in Danilo Gallinari il giocatore a cui affiderebbe l’ultimo tiro: «È il più forte per talento e mentalità».
Il momento più toccante è stato quello dedicato alla malattia e al periodo più difficile della sua vita. Polonara ha raccontato senza nascondersi le paure vissute durante la battaglia contro la leucemia, spiegando quanto siano stati fondamentali la moglie Erika e i figli: «Volevo farla finita. Ma i miei figli non avrebbero potuto accettare che papà non combattesse». Ha ricordato anche come, nei momenti più bui, la presenza della famiglia sia stata la sua ancora: la moglie era l’unica voce che riusciva a percepire quando era in coma.
Oggi Polonara guarda avanti con maggiore serenità, anche se deve continuare a sottoporsi a controlli e cure sperimentali. Il suo legame con il basket resta fortissimo, tanto da immaginare un futuro ancora dentro questo sport: «Vorrei prendere il patentino da allenatore». Una nuova fase della sua vita, un secondo tempo nel quale potrà mettere a disposizione esperienza, carattere e insegnamenti maturati non solo sui parquet, ma anche nella sfida più importante.