Virtus Bologna, il conto arriva a giugno
L’eliminazione della Virtus Bologna in semifinale playoff contro Venezia, maturata in quattro partite, fa rumore. Non soltanto perché arriva la caduta dei campioni d’Italia in carica, ma perché chiude una stagione nella quale i segnali di fragilità erano emersi più volte, spesso nascosti dai risultati.
La sensazione è che questa fosse una squadra da governare con mano forte. Per tutta l’annata ha dato il meglio quando si è sentita sotto pressione, quando qualcuno ha acceso la scintilla giusta. Dusko Ivanovic, nel bene e nel male, aveva scelto questa strada. Decisioni dure, esclusioni eccellenti, dichiarazioni pensate per provocare reazioni. Un equilibrio precario, ma che in qualche modo aveva funzionato.
Quando Ivanovic è uscito di scena, è venuto meno proprio quel collante. Chi è arrivato dopo, la promozione da allenatore dell’assistente coach Nenad Jakovljevic, non è riuscito a imporsi né tecnicamente né emotivamente. È sembrata la persona sbagliata nel momento sbagliato, chiamata a gestire una situazione che richiedeva personalità, lucidità e capacità di spegnere gli incendi.
Anche il racconto di quei giorni ha contribuito a creare confusione. Quasi che la scelta fosse tra Ivanovic e Carsen Edwards, quando in realtà il rapporto tra il tecnico montenegrino e gran parte dell’ambiente era ormai logorato. Lo scontro era diventato generale e la società si è trovata davanti a una situazione che riteneva non più sostenibile.
Da lì in avanti, però, non è stato trovato un nuovo equilibrio.
Così il peso delle sconfitte è finito soprattutto sulle spalle di Edwards. Una lettura semplice, forse troppo semplice. Perché Edwards ha certamente mostrato limiti e forzature, ma il suo compito era quello di creare vantaggi, battere l’uomo, produrre punti. Pretendere che non sbagliasse mai e che vincesse da solo significava chiedergli qualcosa che nessun giocatore può garantire.
Il problema vero è stato un altro: non si è mai trovata una convivenza tattica efficace tra il talento offensivo dell’americano e il resto della squadra. La Virtus ha spesso attaccato con spaziature insufficienti, quintetti poco armonici e soluzioni prevedibili. Troppo spesso il rendimento offensivo è dipeso dall’energia individuale di pochi uomini piuttosto che da un sistema riconoscibile.
La coperta era corta e rattoppata, ma Bologna è riuscita comunque a complicarsi la vita.
È mancata lucidità e sono mancate convinzioni. Perché quando dalla panchina non arrivano certezze, difficilmente possono trovarle i giocatori in campo.
I problemi accumulati durante la stagione sono riemersi tutti insieme nel momento decisivo. Già contro Trento la Virtus aveva rischiato seriamente: la gara 5 dei quarti è stata risolta negli ultimi minuti dall’esperienza e dalla personalità di Daniel Hackett più che da particolari intuizioni tattiche.
Poi sono arrivati gli infortuni. Non come alibi e nemmeno come giustificazione, ma come elemento impossibile da ignorare nell’analisi della serie e playoff.
Alessandro Pajola, il capitano, non ha praticamente potuto partecipare ai playoff dopo una stagione tormentata da problemi fisici e accompagnata da polemiche che hanno finito per appesantire ulteriormente l’ambiente. Una situazione che, col senno di poi, sembra quasi aver accompagnato il difficile finale della sua storia in bianconero dopo undici anni.
Ancora più pesante l’assenza di Derrick Alston Jr. L’infortunio subito dopo gara 1 ha privato la Virtus di uno degli uomini più importanti per equilibrio e versatilità. Un’ala capace di segnare, difendere e occupare più ruoli, il cui stop ha cambiato profondamente la fisionomia della squadra e ridimensionato le prospettive dei campioni d’Italia.
Anche Aliou Diarra è venuto a mancare nel momento sbagliato. La sua assenza in gara 3 ha tolto energia, presenza fisica e una crescita che durante la stagione era stata evidente. Paradossalmente, proprio uno dei giocatori più migliorati dell’anno era stato a volte dimenticato in panchina nei passaggi più delicati delle partite.
Infine Luca Vildoza. Un’altra stagione segnata da problemi fisici e vicende personali che ne hanno limitato continuità e rendimento. Eppure, quando la serie contro Venezia è arrivata al momento decisivo, la Virtus avrebbe avuto bisogno proprio della sua esperienza, della sua gestione e della sua capacità di leggere le situazioni più complicate. La sua assenza si è fatta sentire più di quanto raccontino i numeri.
E dall’altra parte non c’erano comparse.
Trento e Venezia sono, insieme a Virtus e Milano, le uniche italiane ad aver sostenuto una vera stagione europea. Squadre abituate al ritmo alto, alla fisicità, all’intensità delle partite che contano. Venezia, in particolare, si è presentata alla sfida con il roster praticamente al completo.
Tradotto: la Virtus era costretta a spremere gli stessi uomini, mentre gli avversari potevano alternare difese, aumentare la pressione fisica e mantenere costante il livello di energia sul parquet.
E questi giocatori, oggi, sono esseri umani dentro una situazione complicatissima. Talmente complicata che sarebbe pesante da gestire anche per organizzazioni abituate a vincere sempre.
Quando perdi pezzi, continuità e lucidità, il margine di errore si riduce fino quasi a scomparire.
Per questo la ricerca del colpevole rischia di essere un esercizio sterile. Per molti tifosi il dito è puntato contro la società, che si è trovata tra le mani una bomba innescata e ha provato a disinnescarla senza riuscirci del tutto.
Per questo cercare un unico colpevole rischia di essere un esercizio inutile.
Ci sono stagioni che finiscono per un episodio. E altre che finiscono perché tanti piccoli problemi, ignorati o semplicemente irrisolti, si accumulano fino a diventare decisivi.
La Virtus è arrivata ai playoff da prima in classifica, ma anche più fragile di quanto raccontasse il suo record.
Venezia lo ha capito. E lo ha dimostrato sul campo.