Contratti e diritti televisivi, fare gli atleti non è un gioco

11.12.2018 00:03 di Redazione Pianetabasket.com  articolo letto 304 volte
Fonte: QN - Luigi Manfredi
Contratti e diritti televisivi, fare gli atleti non è un gioco

Organizzazione e gestione di eventi sportivi. Contratti complessi tra atleti (i top player ormai sono vere e proprie aziende) e società. Sponsorizzazioni e merchandising. Diritti televisivi con l’ulteriore nuova frontiera rappresentata dai new media. Lo sport professionistico necessita sempre più di tecnici del diritto che abbiano competenze giuridiche a largo raggio. E il diritto sportivo si afferma come settore multidisciplinare.

L’AVVOCATO Alessandra Pandarese, entrata da poco come socio nello studio legale associato BSVA (sedi operative a Milano e Varese, 25 tra avvocati e fiscalisti, attività in vari settori dal commerciale al societario, dal diritto bancario a quello del lavoro, all’amministrativo) vanta una pluriennale esperienza nel diritto dello sport. E’ stata generai counsel di team ed enti organizzatori dell’America’s Cup di vela ed è attualmente general counsel in vista dell’edizione 2021, oltre che componente del Collegio di garanzia dello sport del Coni.

Avvocato, quali attività ricomprende il diritto sportivo? «Lo sport è un settore economico molto esteso con tantissime sfaccettature. All’interno ci sono aree e competenze molto ampie: ci sono aspetti societari, commerciali o specifici regolamentari (per esempio ci si occupa per ciascuno sport dei regolamenti che disciplinano le gare). Quindi possiamo occuparcene dal punto di vista organizzativo oppure da quello delle eventuali controversie che possono nascere sia nella preparazione di un evento o durante una gara».

Un problema nasce dalla coesistenza della giustizia sportiva con quella ordinaria spesso adita dai tesserati (si vedano le recenti polemiche sul campionato calcistico di serie B). Lei che ne pensa? «Oggi si cerca di puntare sempre di più sull’autonomia della giustizia sportiva trattandosi di materie specifiche. E’ una linea che si è sviluppata negli ultimi anni e ha dato i suoi frutti perché, almeno secondo la mia esperienza, la giustizia sportiva è sempre più all’altezza».

Un altro tema da prima pagina riguarda i contratti milionari dei top player. Che tipo di contratti sono? «Sono contratti di natura privatistica con clausole che cambiano a seconda degli sport e dell’importanza dei contraenti. Clausole concordate o direttamente dagli atleti (per esempio nella vela e nel golf) o dai procuratori come capita nel calcio. Sono contratti che possono avere complessità come altri».

Lei si occupa da anni dell'America's Cup. Qual è la difficoltà organizzativa maggiore? «Tutta la struttura (rapporti con gli enti organizzatori, aspetti procedurali e disciplinari) va pensata e ricostruita ogni volta in modo diverso perché si tratta di un evento che nasce su un accordo tra il vincitore e lo sfidante che cambia ad ogni edizione. C’è un potenziale conflitto di interesse strutturale. Poi ci sono le difficoltà legate alle regole specifiche di uno sport come la vela tra i più complessi (le regole di regata, quelle che governano la misurazione della stazza della barca)».

Un altro aspetto interessante è il rapporto tra lo sport e la televisione... «Oggi si parla di diritti media per comprendere anche le nuove categorie (il web per intenderci, ndr). C’è la scuola secondo cui bisogna puntare sui nuovi media e quella invece tradizionale televisiva (in chiaro o pay tv). Dipende anche dal tipo di sport: il calcio punta di più sulla pay tv perché ha più mercato. Gli sport che devono invece farsi conoscere preferiscono la trasmissione in chiaro. La realtà sta nel mezzo. C’è ancora un mercato tradizionale affiancato da un’area più giovane che la tv non l'accende nemmeno».