19 marzo 1995, il ritorno di Michael Jordan: il giorno in cui la NBA si fermò
Per chi ha più di quarant’anni e ama la NBA, il 19 marzo 1995 non è una semplice data sul calendario. E' il giorno in cui il mondo del basket trattenne il respiro: Michael Jordan tornava finalmente su un parquet dopo il ritiro e la parentesi nel baseball. La semplice partita tra Indiana e Chicago di stagione regolare diventa un evento planetario, con quotidiani che aprono in prima pagina celebrando la “rinascita di una stella” e reti televisive pronte a stravolgere i palinsesti pur di trasmettere il ritorno di Sua Altezza. In Francia, un canale a pagamento decide di mandare in onda la partita in diretta, mentre negli Stati Uniti una grande emittente nazionale sposta programmi già previsti per lasciare spazio a Jordan, segno di un’attrazione capace di superare qualsiasi logica di programmazione.
Sono passati quasi due anni dalla sua ultima apparizione in campo, e il tre volte campione NBA rientra dopo aver annunciato il suo ritorno con un semplice, iconico “I’m Back”, due parole che bastano a chiudere settimane di voci e speculazioni. Quando si presenta a Indianapolis, qualcosa però è diverso: il 23 è rimasto negli album dei ricordi e sulla schiena compare il 45, il numero dei tempi del liceo e della sua avventura nel baseball. Jordan è più appesantito, meno esplosivo, ma l’atmosfera attorno a lui è quella delle grandi occasioni, con tifosi sugli spalti che indossano magliette “He’s Back” prodotte e vendute in poche ore, e commentatori che paragonano l’attesa per il suo rientro a un Gara 7 di Finals o all’insediamento di un presidente, perché “il Re è tornato” e tutto il resto passa in secondo piano.
La prima notte da numero 45, le parole di Reggie e la strada verso una nuova dinastia.
Phil Jackson non gli concede alcun periodo di ambientamento e lo rimette subito in quintetto, nonostante siano passati 21 mesi dall’ultima partita ufficiale, e dall’altra parte ci sia un competitor feroce come Reggie Miller, deciso a trasformare la serata in una prova di forza. Jordan chiude con 19 punti, 6 rimbalzi, 6 assist e 3 recuperi in 43 minuti, ma tira con un modesto 7/28 e ammette a fine gara di non essere ancora in ritmo, spiegando che i suoi tiri erano spesso troppo corti o troppo lunghi, pur sottolineando che non si è trattato del peggior match della sua carriera. La magia, però, è già tornata, e nonostante la sconfitta all’overtime per 103-96, milioni di appassionati restano incollati allo schermo: saranno 35 milioni solo negli Stati Uniti, un record ancora imbattuto per una partita di regular season, a testimonianza di quanto il suo ritorno abbia travolto ogni confine sportivo.
Dieci giorni più tardi, al Madison Square Garden, Jordan risponde definitivamente a chi dubitava della sua capacità di tornare dominante, firmando 55 punti in una delle prestazioni più iconiche della sua seconda vita cestistica e guidando i Bulls a un finale di stagione da 13 vittorie nelle ultime 15 gare, con medie da 26,9 punti, 5,3 rimbalzi e 6,9 assist a 32 anni. Chicago chiude al quinto posto, elimina senza problemi Charlotte al primo turno e si ferma solo contro l’Orlando di Penny Hardaway e Shaquille O’Neal, unica squadra capace di negargli una finale NBA tra il 1991 e il 1998, in una serie che gli costerà anche 100.000 dollari di multa per aver ripreso il numero 23 in corsa dopo le provocazioni di Nick Anderson. Sarà solo un rinvio, perché la stagione successiva i Bulls sfioreranno la perfezione con il 72-10 e il quarto titolo contro i Sonics di Gary Payton e Shawn Kemp, chiudendo il cerchio di un ritorno che, partito con il 45 e una sconfitta a Indianapolis, avrebbe finito per ridefinire ancora una volta il concetto stesso di grandezza nella NBA.