Luca Banchi: «Che sogno l'Olimpia Milano. Resta solo un piccolo rammarico»
Intervistato da La Repubblica ed. Milano, il CT della Nazionale Luca Banchi ha parlato del suo rapporto con l'Olimpia Milano. Banchi è il primo allenatore che ha portato al successo Giorgio Armani nel basket: ha vinto lo scudetto del 2014, che mancava a Milano da 18 anni, arrivando a un tiro dalla qualificazione alle Final Four di Eurolega, dopo più di due decenni. «Io nasco tifoso del Simmenthal - racconta -, grossetano ma con il mito di Giulio Iellini e poi di Mike D'Antoni: ho giocato per un'intera stagione orgoglioso delle mie Converse che mi ero fatto autografare, grazie ad un arbitro, da Mike. Ho viaggiato per la prima volta da Grosseto a Siena per poter vedere dal vivo la Banda Bassotti e ricordo quando mi regalarono, per il compleanno, la maglia della Tracer, avuta grazie al negozio All Basket. Per me, Milano è legata a quei ricordi. Poi, ovviamente, quando rivedo le foto dei festeggiamenti dello scudetto o dei playoff col Maccabi, col Forum in delirio, rivivo memorie bellissime. I due anni all'Olimpia, venuti dopo Siena, con la possibilità di allenare un gruppo di giocatori così talentuoso e competitivo, mi ha dato molto in termini di visibilità e credibilità anche a livello internazionale. Aver incrociato persone come il signor Armani e il signor Dell'Orco, mi ha fatto entrare in un'orbita totalmente diversa. Resta un piccolo rammarico: arrivato con un contratto biennale, che dopo pochi mesi fu esteso a triennale, non sono riuscito a portare a termine il percorso e il desiderio professionale di lasciare all'Olimpia un'impronta della mia visione. Ogni allenatore ha bisogno di tempo e spera gli venga concesso, non soltanto quando vivi stagioni straordinarie. Per me, invece, fu fatale il primo momento di flessione. Resta un rapporto solido con le persone del club, al di là del mio ruolo istituzionale, e il mio orgoglio di avere realizzato un sogno nella mia carriera».
Si quella Olimpia Milano del 2014. «C'era l'idea di lavorare su un nucleo di giocatori giovani italiani, Alessandro Gentile nella sua migliore versione, Niccolò Melli che cominciò a mostrare anche a livello internazionale il suo impatto, Daniel Hackett e la 'scoperta', di Bruno Cerella diventato velocemente idolo del Forum e capace di rinverdire i valori delle Scarpette Rosse». E poi Langford, Samuels, Jerrels, Moss. Un gruppo di giocatori considerati complessi da gestire: «Sono convinto che, per vincere, oltre all'abilità e il talento sia indispensabile la personalità e quella squadra dimostrava grande capacità di prendere decisioni e accollarsi le responsabilità nei momenti critici. Ragazzi alienabili, che lavoravano duramente e davano la sensazione di avere chiara la missione di riportare lo scudetto a Milano, che era l'obbiettivo prioritario del club, mentre io credevo che l'Europa fosse fondamentale per alzare il livello della squadra».