Warriors in difficoltà a Minneapolis: Steve Kerr tra parquet e temi sociali
La sconfitta per 108-83 sul parquet dei Minnesota Timberwolves ha lasciato il segno in casa Golden State, e Steve Kerr non ha cercato alibi nel leggere una serata in cui l’attacco si è inceppato in modo evidente. Il coach ha messo subito il dito nella piaga: percentuali da tre punti disastrose, palloni persi in serie e la sensazione di non essere mai davvero in controllo, soprattutto senza due fari come Stephen Curry e Draymond Green, fermi ai box per problemi al ginocchio. A complicare il quadro, l’ombra lunga di Rudy Gobert, capace di chiudere l’area, proteggere il ferro e allo stesso tempo recuperare sui tiratori come Quinten Post, “clogging things up” come ha sottolineato Kerr, ovvero intasando ogni linea di penetrazione. In una settimana particolare vissuta a Minneapolis, con quattro giorni consecutivi in città e un’atmosfera inizialmente cupa per gli eventi extra-campo, il tecnico ha riconosciuto che la squadra non è riuscita a trovare ritmo, mentre i Timberwolves, pur partendo male al tiro, hanno progressivamente preso il controllo a rimbalzo e nell’energia, consolidando una classifica che li vede davanti ai Warriors nella corsa playoff a Ovest.
Ma il discorso di Kerr è andato oltre il tabellone e le rotazioni, toccando corde che escono dal perimetro del parquet. Il coach ha parlato apertamente di empatia verso la popolazione di Minneapolis, di proteste che attraversano la città e il Paese e di come, a suo avviso, la risposta debba arrivare dalle leggi più che dalla strada, con un riferimento diretto al tema dell’immigrazione e alla necessità di soluzioni politiche durature. In questo contesto, il suo elogio a Pat Spencer – definito “gamer”, combattente su ogni possesso e compagno esemplare – suona quasi come un manifesto di ciò che Kerr chiede al gruppo: resilienza, unità, capacità di restare insieme anche nei momenti più duri. Con un back-to-back alle porte con la trasferta a Utah per Golden State, il messaggio è chiaro: le percentuali possono salire e gli infortunati possono rientrare, ma la vera risposta dovrà arrivare dalla tenuta mentale di una squadra chiamata a ritrovare identità in una stagione che, tra campo e società, sta mettendo alla prova tutti.