Kevin Love: da pedina di scambio a veterano chiave nella rotazione Jazz
Quando la trade a tre squadre che ha spedito Norman Powell a Miami e John Collins ai Clippers ha portato Kevin Love a Salt Lake City, in molti hanno letto il suo arrivo ai Jazz come una semplice contropartita tecnica, un nome in più nel tabellino di un affare costruito attorno ad altri protagonisti. In estate lo stesso Love aveva preso in considerazione l’idea di un possibile buyout, segnale che neppure lui immaginava un ruolo centrale nel progetto. Ma con l’inizio della stagione gli equilibri si sono spostati: tra esigenze di rotazione, infortuni e necessità di esperienza nel frontcourt, il 18° anno NBA dell’ex Cleveland si è trasformato in una piccola, silenziosa rinascita cestistica a Utah.
I numeri raccontano bene questo cambio di prospettiva. Dopo una stagione a Miami chiusa con poco più di 10 minuti di utilizzo medio, Love ha visto crescere in maniera sensibile sia il tempo in campo che l’impatto statistico. A dicembre ha viaggiato attorno ai 20 minuti a sera, producendo quasi 10 punti (9,9) e 5,8 rimbalzi di media, con percentuali solide in tutte le voci di tiro. Non si tratta di cifre da All-Star, ma di un contributo costante, perfettamente calibrato su quello che oggi serve ai Jazz: presenza fisica, letture esperte e una minaccia perimetrale che costringe le difese ad allargarsi. In un reparto lunghi spesso chiamato a fare da cuscinetto per una squadra ancora alla ricerca di identità piena, Love ha aggiunto stabilità proprio nei momenti in cui serviva qualcuno capace di abbassare il ritmo, prendersi un rimbalzo complicato o leggere la giocata giusta in attacco.
Coach Will Hardy lo ha detto senza girarci troppo intorno: il rimbalzo di Kevin Love resta una garanzia, indipendentemente da minuti e ruolo. «È un rimbalzista d’élite, e queste cose continuano a venir fuori», ha spiegato l’allenatore, sottolineando come quella specifica qualità continui a presentarsi sera dopo sera, anche in un contesto in cui il suo minutaggio può oscillare a seconda delle partite. Ma il discorso non si ferma lì: Hardy ha parlato anche della “savvy”, la furbizia cestistica di un veterano arrivato al 18° anno di carriera, sempre più a suo agio con i compagni e sempre più utile come elemento di spacing nel sistema offensivo dei Jazz.
La familiarità crescente con il gruppo ha permesso a Love di trovare una sua nicchia ben definita nella rotazione. Il suo tiro dalla distanza apre il campo e offre ai portatori di palla linee di penetrazione più pulite, mentre la capacità di fungere da hub offensivo dal post alto o dalle tacche aggiunge una dimensione diversa all’attacco di Utah: mani educate per ribaltare il lato, esperienza nel leggere i closeout, tempi giusti per il taglio del compagno. Non è il Kevin Love da 20+10 dei tempi d’oro, ma è un profilo che, a questo livello di utilizzo, può spostare gli equilibri di una second unit e tenere alto il livello quando i titolari rifiatano.
In una stagione iniziata con aspettative moderate attorno al suo ruolo, la storia di Love ai Jazz è diventata quella di un veterano che si è rifiutato di scivolare nell’irrilevanza. Le discussioni estive su un possibile buyout sembrano lontane, sostituite da un presente in cui il suo contributo è concreto, riconosciuto e valorizzato dallo staff. Se Utah continuerà a crescere come collettivo, sarà anche perché ha saputo trovare spazio e funzione per un giocatore che porta in dote anelli, playoff, finali NBA e una quantità di esperienza che non compare nelle statistiche ma si vede, chiara, in ogni rimbalzo sporcato e in ogni possesso gestito con calma in più.
Il caso Kevin Love è, in fondo, un promemoria su come funzionano davvero certe storie NBA: a volte arrivi in una squadra da “giocatore di passaggio” e finisci per diventare un tassello importante del puzzle. La sua presenza nello spogliatoio, la capacità di fare da ponte tra le generazioni e di indicare la strada nei momenti complicati hanno un peso che va oltre le cifre di dicembre. Hardy lo sa e per questo continua a ritagliargli minuti e responsabilità, calibrando il suo impiego ma senza rinunciare al valore aggiunto che un veterano di questo tipo porta in dote.
Per i Jazz, che vivono una fase di costruzione e aggiustamento continuo attorno al loro nucleo giovane, avere in rotazione un Kevin Love ancora produttivo, motivato e funzionale alla causa è un lusso non da poco. Per il diretto interessato, invece, questa parentesi a Utah si sta trasformando nell’ennesima dimostrazione che, se accetti di reinventarti e di mettere la tua esperienza al servizio del sistema, puoi restare rilevante anche quando gli anni NBA iniziano a essere davvero tanti. E in una lega che non perdona chi smette di evolvere, non è un dettaglio da poco.