Champagnie da record e paura per Wembanyama: Spurs di carattere sui Knicks

Champagnie da record e paura per Wembanyama: Spurs di carattere sui Knicks
© foto di nba.com

Notte da montagne russe a San Antonio: gli Spurs battono i New York Knicks 134-132 in un tiratissimo rematch della finale di NBA Cup, tenendo il fiato sospeso per un problema al ginocchio di Victor Wembanyama e aggrappandosi al capolavoro di Julian Champagnie. L’ala degli Spurs chiude con un career-high da 36 punti e soprattutto 11 triple segnate, nuovo record di franchigia, trascinando i texani alla rimonta dopo un pesante svantaggio in doppia cifra. Wembanyama aggiunge 31 punti e 13 rimbalzi in appena 24 minuti prima dell’uscita per infortunio, mentre dall’altra parte non bastano i 29 punti di Jalen Brunson e i 20 a testa di Karl-Anthony Towns e Jordan Clarkson per evitare lo stop ai Knicks.

Il copione della serata sembra scritto nel segno di Wembanyama, che in meno di tre quarti domina la partita: 31 punti, 13 rimbalzi e la sensazione costante che ogni possesso passi da lui, con il pubblico in piedi a ogni giocata sopra il ferro. Il momento che gela l’intera arena arriva a 10:32 dalla sirena finale, quando il francese ricade male sulla gamba sinistra dopo essersi allungato per catturare un rimbalzo offensivo sopra Towns: nessun contatto evidente, il piede che scivola in avanti e il ginocchio che sembra iperestendersi. Wembanyama esce zoppicando, rientra subito negli spogliatoi e per qualche minuto la partita sembra quasi passare in secondo piano, con la testa di tutti al futuro del 7-foot-4 degli Spurs.

In quel frangente i Knicks fiutano il momento e provano a scappare: New York, che era già riuscita a costruire un vantaggio importante in precedenza, continua a colpire con la solita sicurezza di un Jalen Brunson da 29 punti e dal guizzo da campione nel finale regolamentare, quando ruba palla a Keldon Johnson proprio mentre l’ala degli Spurs sta festeggiando con la panchina e infila la tripla che manda la sfida all’overtime ideale dei minuti conclusivi. Accanto a lui, Towns e Clarkson aggiungono 20 punti a testa, tenendo sempre alto il ritmo offensivo e approfittando dei momenti di sbandamento di San Antonio quando Wembanyama non è in campo. Eppure, nonostante il colpo al cuore e il sorpasso subito, gli Spurs rifiutano l’idea di mollare.

Il paradosso è che la partita che tutti ricorderanno per la paura legata a Wembanyama diventa anche, e forse soprattutto, la notte di Julian Champagnie. L’ala di Gregg Popovich firma una prova da specialista puro ma con un impatto da stella: 36 punti complessivi e soprattutto 11/17 dall’arco, spazzando via il precedente record di franchigia di 9 triple segnate da Chuck Person il 30 dicembre 1997. San Antonio si aggrappa al suo tiro nei momenti chiave: Champagnie mette 12 punti solo nell’ultimo quarto, con un devastante 4/5 da tre nella frazione decisiva, diventando il faro offensivo di una squadra che deve reinventarsi senza il suo fenomeno francese nel momento più delicato.

Il secondo quarto è la prima grande fotografia della dipendenza offensiva degli Spurs dal loro lungo: New York vince il parziale 28-27, ma senza i 16 punti di Wembanyama nella sola frazione il divario sarebbe stato molto più pesante. Il francese incendia il pubblico con una schiacciata a una mano su alley-oop di Castle che riporta San Antonio fino al meno quattro sul 54-50, prima che il time-out Knicks cambi di nuovo l’inerzia. Alla ripresa del gioco gli ospiti firmano un 17-2 micidiale, con 14 punti consecutivi che arrivano proprio dopo l’uscita di Wembanyama, sfruttando il vuoto di presenza nel pitturato e il momento di sbandamento mentale degli Spurs.

La rimonta degli Spurs prende forma con un lungo parziale costruito con pazienza e coraggio: dopo essere sprofondati oltre la doppia cifra di svantaggio, i texani risalgono possesso dopo possesso, fino a quando due triple consecutive di Champagnie coronano un 16-2 che rimette tutto in equilibrio sull’86 pari a metà del terzo periodo. In mezzo a quella sequenza arriva un altro piccolo pezzo di storia: Wembanyama segna la sua 300ª tripla in carriera, diventando il più veloce tra i lunghi da almeno 7-foot a raggiungere il traguardo, con soli 138 incontri necessari, meglio delle 141 gare che erano servite a Lauri Markkanen ai tempi di Utah. È l’ennesimo segnale di quanto il suo profilo tecnico stia riscrivendo i confini del ruolo.

Il finale: Wembanyama torna in panchina negli ultimi 82 secondi, stavolta senza zoppicare e con il sorriso che allenta la tensione generale, mentre i compagni completano il lavoro tenendo a distanza i Knicks nell’ultimo possesso. La sua presenza, stavolta solo da tifoso d’eccezione, accompagna la sirena che chiude una vittoria dal peso specifico enorme: interrompe una striscia negativa di due sconfitte consecutive, rilancia la fiducia di un gruppo giovane e consegna a Champagnie una notte da incorniciare. Per New York, che arrivava da tre successi di fila, resta l’amarezza di una partita giocata per larghi tratti sui propri binari ma sfuggita di mano nel momento decisivo, contro una San Antonio che – con o senza Wembanyama – ha dimostrato di avere carattere e memoria corta dopo i colpi subiti.