Minnesota, caso Anthony Edwards: lascia la panchina a 7’ dalla fine e il clima si complica
È davvero una stagione particolare quella che sta vivendo Minnesota: brillante sul piano dei risultati, decisamente più complicata sul fronte emotivo e della gestione del gruppo. Nella notte di Atlanta arriva un nuovo episodio capace di incrinare il clima interno e l’immagine pubblica del suo leader designato, Anthony Edwards. In una gara nata storta e rapidamente scivolata fuori controllo, con i Timberwolves sotto di 29 punti a poco più di sette minuti dalla fine, la frustrazione dell’esterno esplode nel momento in cui Chris Finch decide di togliere i titolari per lasciare spazio alla second unit: da lì nascerà il gesto che fa discutere. In un contesto che tutte le squadre, prima o poi, devono affrontare nel corso di una stagione — la classica “partita senza”, in cui nulla gira e il gap si allarga in fretta — la scelta del coach di Minnesota è di quelle tecnicamente comprensibili: timeout, richiamo in panchina dei titolari e chiusura del garbage time con le seconde linee, per limitare danni fisici e mentali. Anthony Edwards però non la prende affatto bene. Dopo aver manifestato apertamente il proprio disappunto, l’esterno decide di non restare con i compagni a bordocampo e rientra direttamente negli spogliatoi, quando sul cronometro mancano ancora più di sette minuti da giocare.
Il gesto pesa doppio perché arriva da chi, dentro e fuori dal campo, incarna il ruolo di volto della franchigia. Edwards è il riferimento tecnico e simbolico di questi Timberwolves, e proprio per questo da lui ci si aspetta un certo tipo di postura anche nelle serate peggiori. L’immagine del leader che abbandona la panchina prima della sirena finale, lasciando i compagni a chiudere una sconfitta pesante in solitudine, stride con il racconto di una squadra che vuole presentarsi compatta e matura. A complicare ulteriormente il quadro ci si mette il dopo partita: niente dichiarazioni, nessun confronto con i media, a reggere il peso delle domande resta soltanto Chris Finch. Il coach sceglie una linea sobria, ma il messaggio è chiaro. «Ovviamente era frustrato dalla prestazione della squadra, e a ragione», ammette, «ma deve restare sul campo e sostenere i compagni». Una frase che, da sola, fotografa perfettamente la delicatezza del caso: nessuno dentro lo spogliatoio può permettersi di attaccare frontalmente il proprio leader, anche perché il bilancio di 21 vittorie e 13 sconfitte costruito fin qui porta in grande parte la sua firma. Anche ad Atlanta, nel mezzo del naufragio collettivo, Edwards chiude con 30 punti in 33 minuti e un ottimo 10/18 al tiro, confermando quanto sia insostituibile dal punto di vista tecnico.
Proprio per questo, la frustrazione sembra quasi comprensibile se si guarda al contesto personale: si giocava ad Atlanta, la sua città natale, e per l’occasione il numero 5 aveva radunato amici e familiari sugli spalti, compreso il nonno, trasformando la partita in un vero e proprio ritorno a casa. Vedere quella serata speciale trasformarsi in una sconfitta senza storia e poi in un finale svuotato di significato agonistico — con lui in panchina e il punteggio ormai compromesso — ha probabilmente acceso una miccia emotiva difficile da controllare. Ma è proprio su questa linea sottile, tra la comprensibile delusione personale e la responsabilità pubblica di guida del gruppo, che la leadership si misura davvero.
Per i Timberwolves, dunque, il tema non è soltanto la serata storta di Atlanta, ma ciò che rimane il giorno dopo. Da una parte c’è un giocatore che sta vivendo una stagione da All-NBA, capace di spostare gli equilibri e di dare a Minnesota una dimensione competitiva che mancava da anni. Dall’altra c’è la necessità di crescere anche sul piano della gestione delle emozioni: restare in panchina, fare gruppo, accettare la decisione dello staff anche quando ferisce l’orgoglio è parte integrante del ruolo che Edwards si è conquistato. Il caso è delicato, ma non irreparabile: molto passerà dal confronto interno, dalla capacità di Finch e del suo staff di trasformare l’episodio in occasione di crescita e non in una frattura. Il rischio, altrimenti, è che una stagione “strana” ma fin qui molto positiva venga segnata da episodi extra-campo più che dai risultati sul parquet. Se Minnesota vuole fare il salto definitivo da bella storia di regular season a seria contender, sarà proprio da momenti come questo — da come Anthony Edwards saprà chiedere scusa al gruppo e da come il gruppo saprà accoglierlo — che si capirà quanto lontano possano realmente arrivare questi Timberwolves.