Denver Nuggets, emergenza infinita: si ferma anche Valanciunas
In casa Nuggets sembra davvero esserci una maledizione che si aggira stabilmente nello spogliatoio. Come se non bastasse l’assenza di Nikola Jokic, costretto ai box, Denver perde anche Jonas Valanciunas durante la sfida contro i Raptors: il lungo lituano, promosso in quintetto per sopperire al vuoto sotto canestro, è costretto ad alzare bandiera bianca per un problema al polpaccio proprio in una serata in cui stava facendo la differenza, chiudendo la sua gara con 17 punti, 9 rimbalzi e 3 stoppate in appena 23 minuti. Nel post-partita, David Adelman conferma il responso iniziale parlando di una lesione al polpaccio e ammette di non sapere ancora quanto sia grave, lasciando però trapelare tutta la stanchezza di chi, notte dopo notte, vede un altro giocatore fermarsi.
«Mi hanno detto che si tratta di una elongazione al polpaccio, non so ancora quanto sia seria», spiega il coach ad interim di Denver, quasi rassegnato all’ennesimo aggiornamento negativo dall’infermeria. «Sembra che ogni sera qualcuno si faccia male. L’unico lato positivo è che questo apre un’opportunità per qualcun altro. È così che dobbiamo vederla». In poche frasi c’è tutta la filosofia con cui Adelman sta tenendo in piedi i Nuggets in una delle fasi più delicate della stagione: prima viene la persona – «ti preoccupi per lui, vuoi solo che stia bene» – poi la necessità di reinventare la rotazione. «Poi guardi il tuo roster, guardi un ragazzo negli occhi e gli dici: “Ok, aspettavi di giocare. Adesso vai e gioca”». È la versione più concreta di quel “next man up” che spesso resta slogan, ma che a Denver è diventato pratica quotidiana.
La notte di Toronto ne è l’ennesima prova. Adelman deve già fare i conti con quattro titolari fuori e, in più, è deciso a mantenere Tim Hardaway Jr. e Bruce Brown come armi di rottura dalla panchina, per non svuotare completamente la second unit. Risultato: Jalen Pickett si ritrova in quintetto da regista “improvvisato”, mentre l’assetto classico viene scomposto per distribuire esperienza e creatività lungo 48 minuti. «Prima della partita non avevo idea di come avrei gestito le rotazioni», ammette il coach. «Bisognava improvvisare, “sentire” la partita. L’idea con Jalen era semplice: permettere a Tim e Bruce di uscire dalla panchina. Avere più veterani pronti a reagire sia a un brutto avvio che a un buon avvio, piuttosto che mettere tutti i veterani evidenti in quintetto».
La risposta del campo, ancora una volta, gli dà ragione. Pickett, pur sbagliando qualche tiro aperto, offre quella stabilità che Adelman cercava, mentre la squadra beneficia della presenza di tre creatori primari – Payton, Jaylen e Jamal – in grado di alternarsi nella gestione del pallone e di coinvolgere i lunghi, a partire da Spencer e lo stesso Valanciunas prima dell’infortunio. «Ho trovato Jalen molto buono, molto stabile», insiste il coach. «I tiri che ha sbagliato erano comunque buone conclusioni. E quella struttura ci ha permesso di avere tre portatori di gioco sul parquet». È un lavoro di incastri continuo, che cambia di notte in notte: «Sarà così tutte le sere. Dovremo trovare un modo per arrivare vivi al quarto quarto, restare dentro la partita e, in NBA, quando sei dentro la partita hai sempre una vera chance di vincere».
A parlare per lui sono i risultati: modesto davanti ai microfoni, Adelman non si prende mai la copertina, ma quello che sta facendo dall’inizio della stagione è oggettivamente notevole. Contro Toronto, una delle squadre più solide della Eastern Conference, Denver attacca la gara con quattro titolari in meno, perde per strada anche il centro che doveva sostituire Jokic e, nonostante tutto, trova lo stesso il modo di uscire dal campo con una vittoria che profuma di messaggio alla Lega. «Bisogna dare un grande merito ai ragazzi», ripete. «Un altro giocatore si fa male e noi usiamo le persone in ruoli diversi, ma troviamo lo stesso un modo per vincere».
Il riferimento alla “shock injury” di Miami, la sera in cui Jokic si è fermato per l’iperestensione al ginocchio, è inevitabile: quella partita ha rappresentato il punto più basso dal punto di vista emotivo e tecnico, con i Nuggets letteralmente travolti dagli Heat subito dopo aver perso il loro faro. E proprio per questo il successo di Toronto pesa doppiamente, perché dimostra che il gruppo ha metabolizzato il colpo e ha scelto di reagire, non di piangersi addosso. «Dopo una botta così forte, e dopo esserci fatti maltrattare sul piano cestistico, i ragazzi hanno trovato il modo di vincere», sottolinea Adelman. «Ed è questo che dovrà essere per noi adesso: trovare ogni volta un modo per vincere».