Social- Intervista a Luca Bechi

04.05.2020 08:22 di Emiliano Latino   Vedi letture
Fonte: Pagina Instagram @passionegialloblu
Coach Luca Bechi
Coach Luca Bechi

Istrionico e senza remore nelle risposte, conferma una delle caratteristiche dei livornesi, Luca Bechi si racconta in questa lunga intervista concessa alla fan page Instagram del basket torinese @passionegialloblu

Cresce professionalmente a Biella, sotto l'ala del suo maestro, anch'egli labronico, Alessandro Ramagli (è suo vice per cinque stagioni consecutive dal 2001-02 al 2005-06).

Nella stagione sportiva 2006-07 viene invece promosso al ruolo di head coach nella "sua" Pallacanestro Biella centrando subito un sesto posto finale che gli vale l'accesso ai play-off, persi contro la Virtus Bologna ai quarti di finale (2-3 nella serie). L'annata successiva, quella 2007-08, si conclude invece con un dodicesimo posto al termine della stagione biellese, arrivando comunque alla semifinale di Coppa Italia poi persa contro Avellino. Dal 31 dicembre 2010 viene ingaggiato sempre in Serie A, questa volta dall'Enel Brindisi rilevando coach Perdichizzi. Nel febbraio 2012 firma un contratto fino al termine della stagione successiva con gli ucraini dell'Azovmash Mariupol'. Il 5 marzo 2013, in seguito dell'esonero di Alessandro Finelli, firma con la Virtus Bologna. Il 27 gennaio 2014 viene ufficializzata la risoluzione del contratto. Il 2 luglio dello stesso anno viene ingaggiato dalla PMS Torino in A2 Gold che guida in seria A nel campionato 2014-2015 sconfiggendo nella finale Agrigento. Nel campionato 2015-2016 la PMS Torino si scioglie con la rifondazione della Auxilium Pallacanestro Torino che esonera Luca Bechi a dicembre del 2015. Nel gennaio 2019 viene scelto dalla Benedetto XIV Cento per raggiungere la salvezza nel campionato di A2.

Come sta passando questa quarantena e che cosa si sente di dire a riguardo?

Questo periodo è sicuramente molto complicato per tutti ma io cerco di guardare in positivo, come in ogni cosa che faccio, sperando che ormai il picco sia ormai già raggiunto e superato affacciandoci con fiducia alla fase 2. Sto cercando di vivere questa situazione nei migliori dei modi, leggendo molto e tenendo la mente allenata aggiornandomi sia riguardo partite di basket ma anche a riunioni tecniche tra allenatori. Mi sto anche informando e documentando sull’impatto che avrà questa pandemia a livello globale non solo dal punto di vista economico ma anche dal punto di vista politico e sociale.

Che emozioni ha provato ad essere capo allenatore a Biella dopo 5 anni di vice?

L’esperienza biellese per me è stata molto formativa perché quando facevo il vice di Alessandro Ramagli contemporaneamente portavo avanti il progetto del settore giovanile che è stato fondamentale per la mia crescita da allenatore. Quando la società mi aveva comunicato che avrei preso le redini della squadra in A1 dopo Alessandro Ramagli ero molto emozionato sapendo comunque che ero pronto grazie all’esperienze da vice a Livorno e Biella ma come ho sempre detto, anche in conferenza stampa di presentazione, ogni squadra che io allenavo per me era come la serie A1 poi ovvio che le pressioni sono di più rispetto all’A2.

Che rapporto ha con Alessandro e in che cosa è stato importante per lei?

Conosco Alessandro dai tempi di Livorno e il nostro rapporto è speciale e particolare perché è sempre stato un inseguire l’un l’altro. Iniziammo a conoscerci dai tempi di Livorno quando un giorno mi chiamò e mi disse che Michelini (capo allenatore) venne esonerato e che lui avrebbe preso il suo posto perciò mi chiese di fare il suo vice e io ero molto emozionato infatti non ci pensai 2 volte e accettai. Dopo Livorno però le nostre strade si divisero perché io andai a Montecatini e lui a Biella come assistente che fu poi il luogo di ritrovo perché venne promosso come capo allenatore e mi richiamò per fare il vice. Alessandro è un allenatore esperto e completo a 360 gradi; dal mio punto di vista è tra i migliori di Italia per i risultati che ha ottenuto e per le squadre che ha allenato. A livello umano è molto pacato, non l’ho mai sentito urlare o sbraitare contro qualcuno perché quando ci sono da dire delle cose lui te le spiega in modo chiaro e diretto facendoti capire in che cosa c’è da migliorare e in che cosa c’è da imparare. Una cosa che ho preso da lui è sicuramente è la capacità di organizzazione della partita e l’approccio della pre-season.

Com’è stata l’esperienza in Ucraina? Che differenze hai notato rispetto al basket italiano?

L’esperienza in Ucraina è stata molto positiva e per parlare di basket ucraino bisogna fare una divisione temporale: ante 2014 e post 2014. Nel periodo in cui ho allenato, quindi ante 2014, stavano preparando le infrastrutture per gli europei di calcio e in quegli anni c’era grande investimento sullo sport in generale invece quando poi io sono andato via, quindi post 2014, c’è stata un’invasione russa che ha portato a una guerra civile dove il campionato si è fermato per più di 2 stagioni e il livello inevitabilmente si è abbassato. Una grande differenza tra il basket italiano e ucraino è il tifo perché c’è molta più calma e silenzio rispetto all’Italia dove ovunque vai trovi delle tifoserie molto calde e accese. Il valore del gioco è basato più sull’atletismo che al tatticismo o alla tecnica ma il livello del roster è come in Italia perché quando ho allenato in Ucraina avevo una squadra ben fatta con un mix di italiani, europei e americani molto importante. L’ultima differenza che posso dire è riguardante agli arbitri perché in Italia sono più severi e precisi invece in Ucraina lasciano più giocare senza fischiare ogni contatto.

Com’è stata l’esperienza a Torino? Che feeling aveva con i tifosi e con la città?

Torino è una citta molto bella dove si vive bene senza il caos che c’è a Milano o a Roma. Quando sono arrivato a Torino c’era nell’aria una grande delusione per la sconfitta in semifinale di A2 contro Trento e quindi c’era un grande desiderio di rivincita ma anche di pressione su tutta la squadra perché i tifosi volevano tornare in A1. È stata sicuramente una bellissima stagione dove abbiamo dovuto affrontare grandi difficoltà sia per il campionato che era molto difficile visto che c’erano delle squadre di alto livello ma anche per gli infortuni che abbiamo avuto durante la regular season. Attorno alla squadra c’era una società molto presente che aveva il desiderio di salire in A1 dopo 22 anni di astinenza e quando battemmo Agrigento in gara 5 le emozioni erano tante e i tifosi si presero una grande rivincita dopo Trento. Lastagione successiva non è andata nei migliori dei modi perché era condizionata dal fatto che la squadra non era ben equilibrata soprattutto per gli infortuni di Dj White alla mano che lo portò per molti mesi indisponibile e di Guido Rosselli al menisco. Anche se c’è stato il mio esonero, penso che alla fine sia andata bene per Torino perché grazie al lavoro di Frank Vitucci si è salvata ed è rimasta in A1.

Che ricordi ha sulla finale contro Agrigento? Che aneddoti ci può raccontare?

La vittoria del campionato è stata bellissima perché siamo riusciti a superare tantissime difficolta di ogni tipo e questo per me è stata la prova che la squadra era solida e compatta, mai disunita. La finale con Agrigento è stata tosta perché loro erano una squadra in forma con però una rotazione più limitata rispetto alla nostra. Una cosa che mi ricorderò per sempre è stato il mio discorso che ho fatto ai ragazzi dopo aver perso gara 3. Mi ricordo che eravamo in pullman e io dissi ai ragazzi che oggi Agrigento aveva vinto una battaglia ma non la guerra e questo discorso riuscì a risollevare gli animi dei ragazzi. Il giorno seguente non facemmo allenamento come da routine ma andammo tutti a fare una camminata insieme in modo da liberare la mente e riunire tutto il gruppo e così riuscimmo poi a fare una grandissima partita in gara 4.

Com’è nata l’idea di diventare allenatore? Se non fosse diventato un allenatore che cosa avrebbe fatto?

L’idea di diventare allenatore c’è l’ho sempre avuta fin da bambino perché avevo il sogno di stare con i ragazzi e fare crescere i giovani ma anche perché volevo vedere il basket da un altro punto di vista. Non ho mai avuto un piano B ma come seconda passione oltre all’allenare ho sempre avuto il giornalismo e la scrittura, quindi se non fossi diventato un allenatore penso che avrei voluto diventare un giornalista sportivo a 360 gradi perché mi piacciono tutti gli sport.

Qual è stato il momento più emozionante e importante della sua carriera da allenatore?

Di ricordi ne ho tanti, di tante belle vittorie e di tante soddisfazioni ma se dovessi scegliere un momento più emozionante per me è stato sicuramente la mia prima partita da capo allenatore a Biella in serie A vinta nel campionato 2006-2007. La vittoria me la ricordo perché fu in trasferta in casa della Benetton Treviso contro un allenatore di altissimo livello come David Blatt. Un altro ricordo è stato sicuramente le vittorie in gara 4 e in gara 5 contro Agrigento per l’intensità del gioco ma poi anche per la promozione in A1 che è stata pazzesca.

Che cosa ne pensa del progetto targato “Basket Torino”?

Il progetto è molto interessante ed è un grande merito di Stefano Sardara, di tutti i soci che hanno partecipato alla nuova Torino e di tutto il pubblico torinese. Mi sento di dire che la squadra ha risposto molto bene sul campo grazie anche al lavoro di coach Cavina che è un allenatore molto bravo soprattutto a far giocare le squadre adattandole al suo sistema di gioco. Faccio un grande in bocca al lupo a tutta la squadra e a tutti i tifosi di Torino che mi hanno sempre dimostrato grande affetto e calore augurandogli di giocare nella serie che si è meritato nel giugno del 2015.

Forza Torino!