Olimpia Milano, 1° Aprile 1966: la conquista della Coppa dei Campioni
Cesare Rubini lasciò la squadra a Bologna e in auto rientrò a Milano. Era il 30 marzo 1966. L’Olimpia era in hotel in attesa di giocare la seconda semifinale di Coppa dei Campioni contro il CSKA Mosca. Ma Rubini tornò a Milano per vedere dal vivo, al Palalido, la prima semifinale tra l’AEK Atene e lo Slavia Praga. Erano altri tempi: per vedere quella partita doveva esserci, non poteva seguirla in tv perché in Italia non sarebbe stata trasmessa, non c’erano i satelliti e ovviamente nemmeno lo streaming. In realtà, il suo era anche un atto di fede o forse un modo per smorzare la tensione della vigilia, perché la squadra favorita non era a Milano. Era anch’essa a Bologna. Era il CSKA. La Coppa dei Campioni era nata nel 1958 copiando l’idea de L’Equipe, il quotidiano sportivo francese, che aveva lanciato la proposta di una competizione riservata alle squadre campioni dei rispettivi tornei nel calcio. Quando la FIBA decise di inaugurare il torneo applicando la regola al basket, sempre L’Equipe realizzò il trofeo da consegnare alla squadra vincitrice. Inizialmente, furono le squadre del blocco sovietico a dominare la competizione. Ma nel 1964, l’Olimpia raggiunse la semifinale perdendola contro il Real Madrid che per chiudere il gap con le squadre sovietiche aveva cominciato a usare americani naturalizzati. Tuttavia, in quel 1964, l’Unione Sovietica non iscrisse alcuna squadra perché tutti i giocatori più rilevanti vennero dirottati sull’attività della nazionale nel tentativo, che sarebbe andato fallito, di vincere l’oro ai Giochi del 1964 a Tokyo.
Nel 1965, il Real Madrid però vinse ancora, battendo in finale proprio il CSKA a dimostrazione che il blocco occidentale stava prendendo il sopravvento su quello orientale. L’Olimpia non partecipò a quell’edizione, perché non aveva vinto lo scudetto nel 1964. A rappresentare l’Italia fu Varese. Nell’estate del 1965, il Simmenthal cedette la grande ala goriziana Paolo Vittori a Varese per fare cassa, una perdita gravissima sulla carta. Ma al tempo stesso la Federazione autorizzò il tesseramento di un giocatore straniero per squadra. Su indicazione di Sandro Gamba, scelse il centro dell’università dell’Illinois, Duane Thoren, per tutti Skip. Ma ebbe anche un’altra idea, quella di tesserare un secondo straniero solo per la Coppa dei Campioni. Fu il primo club a inventare il cosiddetto “straniero di coppa”. In seguito, ci sarebbero stati numerosi tentativi di eliminare questa figura a livello internazionale, concedendo alle squadre di utilizzare solo giocatori regolarmente impiegati anche nel proprio campionato. Il tentativo non ebbe successo. Ma questa è un’altra storia.
Bradley, che sarebbe diventato candidato democratico alla Casa Bianca, decise che i due anni dopo la laurea li avrebbe trascorsi a Oxford. La NBA avrebbe dovuto attendere. L’Olimpia ebbe l’idea di convincerlo a giocare in coppa. Non è chiaro di chi fu l’idea di avvicinare proprio Bill Bradley. A prima vista poteva sembrare una mossa irrealizzabile, perché Bradley era una star planetaria per quanto lo si potesse essere negli anni ’60. La trattativa venne imbastita da Ricky Pagani, ex giocatore dell’Olimpia che parlava perfettamente le lingue (ed è stato citato da Bradley nel video messaggio registrato a New York per i 90 anni dell’Olimpia). Sandro Gamba era un fautore dell’operazione. Adolfo Bogoncelli non si sarebbe mai tirato indietro. E così Cesare Rubini, accompagnato da Gamba e Pagani, andò in auto fino a Budapest per spiegare a Bradley cosa intendesse fare. Bill Bradley era da tre anni uno dei giocatori dominanti a livello collegiale (è stato inserito tra i migliori 25 giocatori di sempre nella NCAA). Aveva portato Princeton alle Final Four del 1965 dove aveva stabilito il record di punti individuali in una gara con 58. Era un giocatore di straordinaria popolarità e interessi singolari. Pur scelto dai New York Knicks e con la possibilità di giocare nella NBA e diventare immediatamente ricco, Bradley – che aveva grandi ambizioni politiche tanto che sarebbe diventato Senatore del New Jersey e candidato democratico alla Casa Bianca – decise che i due anni dopo la laurea li avrebbe trascorsi in Inghilterra, a Oxford, avendo vinto una borsa di studio. La NBA avrebbe dovuto attendere. Addirittura, inizialmente, aveva espresso il dubbio di voler davvero giocare da professionista. L’idea in casa Olimpia era convincerlo a prendere l’aereo a Londra e unirsi alla squadra prima di ogni partita di Coppa dei Campioni sapendo che a quei tempi si poteva vincere il titolo giocandone appena 12.
“Dopo la partita di Praga e le critiche, mi dissi che se volevo rimanere dovevo farlo giocando come so”. Bill Bradley.
Bradley aveva vinto le Olimpiadi del 1964, ma nel 1965 accettò la proposta di giocare ancora in Nazionale alle Universiadi di Budapest. Giocare oltre la cortina di ferro negli anni ’60 per una mente interessata come quella di Bradley possedeva un fascino unico. “Sono rimasto impressionato dalla franchezza e la sincerità e l’amicizia che la gente di Budapest ci ha riservato”, dichiarò a Sports Illustrated. Gli USA vinsero l’oro. Batterono l’Unione Sovietica due volte, la prima fu un 81-38 spiazzante. Il pubblico magiaro trovò nel basket la possibilità di manifestare il proprio dissenso, tifando apertamente per la squadra americana. Per questo Rubini, Gamba e Pagani andarono in Ungheria. Dietro le quinte di Budapest si disputò un’altra partita, quella che avrebbe fatto la storia dell’Olimpia. Bradley ascoltò la delegazione di Milano e promise una risposta in tempi brevi. Gli proposero 2.000 dollari per partita giocata (quindi a fine stagione sarebbe costato 24.000 dollari) più il rimborso delle spese di viaggio per raggiungere la squadra ovunque essa fosse. Quando fece sapere a Rubini che avrebbe giocato per il Simmenthal, l’Olimpia cominciò a pensare di poterla vincere davvero quella Coppa. La squadra sarebbe stata forte anche senza stranieri. La spina dorsale era composta da tre veterani al top della carriera: Gianfranco Pieri, playmaker moderno; Sandro Riminucci, guardia esplosiva, atleticamente incontenibile; Gabriele Vianello, passo felpato e tiro dalla media letale. A questi doveva aggiungersi il ventenne ma già affermato Massimo Masini, il primo centro in grado di tirare da fuori forse d’Europa. Con Thoren e Bradley c’erano sei giocatori di livello altissimo, oltre ad un giovanissimo playmaker triestino come Pieri che avrebbe fatto epoca, Giulio Iellini, un difensore durissimo come Giando Ongaro e all’occorrenza Guglielmo Longhi e Marco Binda per completare la squadra.
“Ho imparato più da Bill Bradley in sei mesi che in mille raduni della Nazionale” Giulio Iellini
Secondo le ricostruzioni della Coppa dei Campioni del 1966, l’Olimpia conquistò le Final Four battendo nei quarti di finale il Real Madrid. Ma la realtà è diversa. I quarti di finale in vero erano un girone aperto a quattro squadre. Ogni squadra giocava contro ognuna delle altre due volte consecutive e i punti in classifica venivano assegnati solo alla formazione che vinceva i due scontri diretti o li chiudeva con una differenza punti migliore. L’Olimpia ebbe la meglio del Racing Malines, squadra belga, ma perse il doppio confronto con lo Slavia Praga, giocando una partita orrenda nell’allora Cecoslovacchia. Fu il momento della svolta perché qualcuno, probabilmente Rubini, lesse a Bradley le critiche piovutegli addosso sui giornali. Era lento, grasso e inconsistente. Le cifre dicono altro – ha finito la stagione a 26.5 punti per gara -, ma Bradley la prese sul personale. Prima di ritornare in America dichiarò che le critiche lo avevano stimolato. “Mi dissi che se volevo rimanere dovevo farlo giocando come so”, raccontò. E infatti non sbagliò più una partita, ammesso che quella di Praga l’avesse sbagliata davvero. Dicevano fosse una macchina: allenava la visione periferica memorizzando gli oggetti che scorgeva in vetrina camminando senza muovere la testa; i suoi allenamenti erano ripetitivi, maniacali, spietati; e in campo faceva tutto quello che serviva per vincere, fosse segnare, difendere, suggerire per i compagni. “Ho imparato più da lui in sei mesi che in mille raduni della Nazionale”, disse Iellini che Bradley prese sotto la propria ala protettiva. “Voleva essere allenato – dice Gamba – Tirava e mi chiedeva se la meccanica fosse giusta. Se non lo è dimmelo, diceva”. I risultati condannarono l’Olimpia a superare il Real Madrid bicampione in carica. Solo così avrebbe potuto superare il turno visto che lo Slavia sarebbe entrato a danno del Racing Malines. A Madrid, il Simmenthal andò a giocare una partita superba ma la perse di cinque punti con tante polemiche. Quindi si giocò tutto nel ritorno. La partita delle partite al Palalido. Parità all’intervallo, poi un dominio assoluto determinato da Gabriele Vianello, detto Nane. “Giocai la più grande partita della mia vita”, disse il campione veneziano da poco scomparso. 40 punti “e sarebbero stati di più se avessero fischiato di più”. Ad un certo punto, Bradley capì che il veneziano era caldo e cominciò a rifornirlo di palloni. Vianello non sbagliò nulla. L’Olimpia vinse 91-75. Fu una notte magica a Milano. Bradley la mattina dopo prese l’aereo e tornò addirittura in America. Doveva giocare una partita di esibizione a Denver e ritirare il premio di giocatore di college dell’anno precedente. Sarebbe tornato in tempo per preparare bene la semifinale di Bologna. L’Olimpia entrò dunque per seconda condannandosi alla semifinale con il CSKA Mosca. Solo un giocatore aveva familiarità con i sovietici ed era proprio Bradley. Nel CSKA, infatti, giocavano cinque membri della nazionale americana che Bradley aveva affrontato nella finale di Tokyo 1964. Erano Yuri Kornev, Gennadi Volnov (oro alle Olimpiadi del 1972), Armenak Alachachian, playmaker armeno che poi sarebbe diventato allenatore e come tale vinse la Coppa dei Campioni del 1969 diventando il primo di sempre a conquistarla sia in campo che in panchina, l’estone Jaak Lipso, prelevato dal Tartu Rock, e Alexander Travin. Per un meticoloso come Bradley quell’esperienza era sufficiente per ricordare come avrebbe dovuto batterli. E decise che si sarebbe dedicato alla difesa e ai compagni, perché i sovietici avrebbero speso tutto quello che avevano in difesa per marcare lui, sguinzagliandogli contro il durissimo Kornev. Alla fine, l’Olimpia prese gradualmente il largo nella ripresa vincendo 68-57. Bradley armò la mano di Masini, ma segnò anche 20 punti personalmente. Non ci fu tempo per gioire. In 24 ore il Simmenthal sarebbe andato di nuovo in campo.
“Sono meno grossi, ma hanno gambe e più cervello. In questo sport si vince prima con la testa e loro ce l’hanno, sanno giocare” Sandro Gamba sullo Slavia Praga
Rubini aveva visto lo Slavia Praga demolire l’AEK Atene a Milano e mentre tutta Italia attendeva il trionfo del Simmenthal ovvero la prima squadra italiana di basket a vincere il titolo europeo, lui non era affatto tranquillo. Ma c’era un uomo ancora più preoccupato di lui. Sandro Gamba, che studiava per diventare uno dei più grandi allenatori europei della storia, temeva lo Slavia più del CSKA Mosca. “Sono meno grossi, ma hanno gambe e più cervello. In questo sport si vince prima con la testa e loro ce l’hanno, sanno giocare”, disse, molto preoccupato. Lo Slavia era una squadra fortissima, aveva ragione Gamba. Allenata dal leggendario Jaroslav Sip (ex stella della Nazionale), nel 1969 avrebbe vinto la Coppa delle Coppe, oltre a dominare per anni il campionato ceco. Il basket dell’allora Cecoslovacchia era di alto livello. Dopo tre medaglie europee vinte negli anni ’50, avrebbe conquistato l’argento nel 1967 e il bronzo nel 1969. Lo Slavia aveva due giocatori particolarmente forti, Jiri Zidek e Jiri Zednicek. A Milano, Zidek, un centro moderno di 2.06, considerato il miglior giocatore ceco della storia, membro della FIBA Hall of Fame, con 39 punti aveva evitato alla sua squadra una punizione più severa. Poi al ritorno ne aveva segnati altri 31. La finale si giocò nell’attuale PalaDozza. Situato nel cuore di Bologna, a quel tempo era noto come “Madison”, un soprannome coniato perché la forma circolare e l’eleganza degli interni poteva ricordare la famosa arena di New York. Inaugurato nel 1956, con una sorta di “sei nazioni” del basket, aveva il compito di dotare una città cestisticamente al top come Bologna di un impianto all’altezza di tre squadre partecipanti in quegli anni al massimo campionato. Fino ad allora, avevano giocato nella famosa Sala Borsa, praticamente in Piazza Maggiore, davanti al Nettuno, ma era un campo convertito che poteva ospitare poco più di mille spettatori per una città che già allora poteva metterne dentro facilmente 7.000. Erano anni in cui la rivalità tra Milano e Bologna, soprattutto la Virtus, era già altissima. Anche se stava emergendo Varese, di norma l’avversaria del Simmenthal nella corsa allo scudetto era la Virtus. Ma la finale di Coppa dei Campioni l’Olimpia la giocò in un impianto totalmente schierato e non solo per la presenza di 2.000 tifosi provenienti da Milano. Bologna sostenne l’Olimpia in un impianto che comunque era considerato fortunato. Nel 1962, ospitò lo spareggio tra Milano e Varese, il primo di cinque, che consegnò a Cesare Rubini un altro scudetto. Ma l’importanza della partita del 1° aprile 1966 era un’altra cosa. Coach Jaroslav Sip, che avrebbe l’anno seguente allenato la Virtus proprio a Bologna, scelse di “eliminare” Bradley dalla partita, mandando costantemente due uomini e qualche volta anche tre su di lui. Bradley passò dieci minuti in campo nel primo tempo senza tirare, ma era troppo intelligente tatticamente per farsi condizionare. Se non avesse potuto segnare lui, avrebbe fatto segnare i compagni. Cominciò Thoren, che alla fine avrebbe tagliato la retina e che i giornalisti premiarono come miglior giocatore della finale anche se all’epoca non era un trofeo ufficiale. Zidek, che aveva segnato 70 punti nelle due gare precedenti giocate contro l’Olimpia, questa volta venne contenuto a 20. Il Simmenthal prese dieci punti di vantaggio a inizio gara, ne aveva sei di margine alla fine del primo tempo, ma nella ripresa dopo un più 13 ad un certo punto andò addirittura sotto di uno. A metà ripresa, fu decisivo Giulio Iellini, 18 anni all’epoca. Era il giovane cambio di Pieri. Skip Thoren e Vianello – che firmò il canestro praticamente risolutivo – segnarono 21 punti a testa in finale coronando un torneo eccezionale per entrambi. Bradley ne aggiunse 14 in una finale in cui lavorò soprattutto per la squadra. Per la prima volta nella storia una squadra italiana si issò sul tetto d’Europa. 77-72 fu il risultato finale. “Ho giocato 13 anni al Simmenthal e ho vinto nove scudetti – racconta Pieri – ma quello fu il momento più alto della mia carriera, della nostra storia. Eravamo un gruppo vero, stavamo bene assieme, ed eravamo amici. Questo ci dava una marcia in più. Quella sera festeggiammo per le strade di Bologna bevendo champagne direttamente dalla coppa. Nessuna squadra italiana aveva mai fatto nulla di simile”, dice Pieri. “Thoren mi aveva detto che Zidek era stato meglio di lui a Praga e meglio di lui a Milano, ma non sarebbe stato meglio di lui a Bologna. È stato di parola, aiutato da Vianello: ha segnato e flottato nel modo corretto per aiutare Skip”, spiegò Rubini dopo la partita. In quella Coppa dei Campioni, Bradley segnò 26.5 punti per gara, la più alta media di sempre per un giocatore dell’Olimpia nella massima competizione internazionale.
“Eravamo un gruppo vero, stavamo bene assieme, ed eravamo amici. Questo ci dava una marcia in più. Quella sera festeggiammo per le strade di Bologna bevendo champagne direttamente dalla coppa. Nessuna squadra italiana aveva mai fatto nulla di simile” Gianfranco Pieri. In un angolo del dormitorio dell’università di Fairfield, stato di New York, una giovane promessa di Arthur Kenney seguì quella partita trasmessa un po’ a sorpresa dalla ABC. Il motivo di tanto interesse era la presenza di Bill Bradley. In quegli anni c’era una trasmissione, che si chiama “Wide World of Sports”, un contenitore molto popolare che trasmetteva immagini di ogni tipo di evento potesse attirare l’attenzione del pubblico senza essere necessariamente tradizionale. Inventavano anche competizione particolari come mettere di fronte un giocatore di basket, uno di football, uno di baseball eccetera in una sorta di decathlon per decidere quale disciplina producesse l’atleta migliore. La finale della Coppa dei Campioni di basket rientrava in questa ricerca di eventi particolari. Kenney, che sarebbe arrivato all’Olimpia quattro anni dopo, rimase colpito dalla qualità del gioco e dei giocatori in campo. “Volevo vedere Bradley come tutti, ma rimasi impressionato anche dagli italiani. Iellini e Masini sarebbero diventati miei compagni di squadra. Quando firmai per il Simmenthal ricordai quella partita sentendomi in cima al mondo”, dice.
“Thoren mi aveva detto che Zidek era stato meglio di lui a Praga e meglio di lui a Milano, ma non sarebbe stato meglio di lui a Bologna. È stato di parola” Cesare Rubini
L’Olimpia sarebbe tornata in finale anche la stagione successiva, senza Bradley e senza Thoren, gli stessi italiani e altri due americani di altissimo livello, Steve Chubin e Austin Robbins. Purtroppo, dovette giocare la gara decisiva a Madrid, contro il Real, e pur lottando fino alla fine non ce la face a riportare la Coppa a Milano. Ma la squadra del 1966 resterà per sempre nella storia dell’Olimpia e del basket italiano.
Le tre partite che hanno fatto la storia
16 marzo 1966: Palalido, Milano
Simmenthal Olimpia Milano-Real Madrid 93-76 (35-37)
Simmenthal Olimpia: Pieri 4, Bradley 27, Vianello 40, Masini 2, Thoren 8; Iellini, Riminucci 4, Binda 4, Gnocchi 4, Longhi, Ongaro. Coach: Cesare Rubini
Real Madrid: Sáinz 12, Sevillano 7, Rodríguez 16, Luyk 25, Burgess 12; Descartín 4, Fox, González, Durand, García, Monsalve. Coach: Robert Busnel
31 marzo 1966: Paladozza, Bologna
CSKA Mosca – Simmenthal Olimpia Milano 57-68 (37-36)
CSKA Mosca: Alachachian 4, Travin 14, Volnov 10, Zubkov 2, Lipso 13; Borodin 3, Astakhov, Kapranov, Rodionov, Korneev 11, Kovalev, Kulkov. Coach: Evgenij Alekseev
Simmenthal Olimpia: Pieri 2, Bradley 20, Vianello 12, Masini 15, Thoren 10; Iellini 3, Riminucci 6. Gnocchi, Longhi, Ongaro, Binda. Coach: Cesare Rubini
1° aprile 1966: Paladozza, Bologna
Simmenthal Olimpia Milano – Slavia Praga 77-72 (41-35)
Simmenthal Olimpia: Pieri 4, Bradley 14, Vianello 21, Masini 3, Thoren 21; Iellini 4, Riminucci 10, Gnocchi, Longhi, Ongaro, Binda. Coach: Cesare Rubini
Slavia Praga; Baroch 10, Ammer 11, Křivý 5, Šastný 6, Zídek 20; Zedníček 10, Kovář 10, Konopásek, Lízálek, Kraus, Knop, Blažek.. Coach: Jaroslav Šíp