Perché per Chicago Derrick Rose è stato più di un campione
Le lacrime, le emozioni, gli applausi. Chicago ha festeggiato questa notte Derrick Rose, con il ritiro della sua maglia #1. L'apice della carriera di D-Rose è stato breve, rendendolo come il più grande what-if nella storia della NBA insieme a Brandon Roy, Greg Oden, Penny Hardaway per citarne alcuni. Ma dietro il gesto dei Bulls c'è qualcosa di più grande. Derrick Rose non è stato solo un grande campione, ma ha riportato Chicago sulla mappa della NBA dopo il buco lasciato dal ritiro di Michael Jordan. Dal 1998, anno del secondo three-peat e le seconde finals di fila tolte a Stockton e Malone, la franchigia è tornata alle finali di Conference nel 2010-2011. Ma al netto dei risultati, c'è anche la storia di Rose a rendere tutto più speciale. A Chicago qualcuno potrebbe anche dirvi che Rose è stato più importante di Jordan, perché come disse il rapper G Herbo in un podcast, diventato poi virale, Derrick Rose ha dato una speranza alle persone di Chicago. Una città in cui il tasso di povertà dei neri è quasi il triplo di quello dei bianchi, 28,7%. Lì lo hanno visto crescere: lì è nato, lì ha frequentato la Simeon Career Academy prima di scegliere di approdare alla Università di Memphis da John Calipari. È stato un singolo anno lontano dalla sua Chicago: nel 2008, chi lo aveva visto crescere tra i campetti della città lo ritrovava in maglia Bulls. Fu destino: la stagione precedente la squadra terminò 33-49, e vinse la lottery con l'1.7% di probabilità.
Derrick Rose è stato un idolo per tanti ragazzi in quegli anni. Basti pensare che per anni dopo il primo grave infortunio, la sua maglia è rimasta in vetta alle più vendute in NBA. Premio di Rookie dell'Anno, poi il titolo di MVP nel 2011 battendo LeBron James, Kevin Durant e Kobe Bryant. Ancora oggi è il più giovane di sempre ad esserci riuscito. In quella annata, a 23 anni, aveva messo a segno 25,0 punti, 7,7 assist e 4,1 rimbalzi di media. Il cuore dei tifosi di Chicago si fermò per degli attimi in quella notte del 2012, Gara 1 del primo turno dei playoff contro Philadelphia. Quelle immagini che ancora risuonano nella memoria di tutti. Rottura del legamento crociato anteriore, e l'inizio di una strada in salita. Rose ha trascorso la metà degli anni 2010 rimbalzando in squadre come Knicks, Timberwolves, Cavaliers e Pistons. Ma non è mai più stato lo stesso, fermato a più riprese da altri infortuni.
Era destino che quella lottery dell'1,7% portasse il figlio prodigo a casa, ed era destino che la sua corsa finisse lassù, tra le leggende. La storia ci ha privato di un atleta strepitoso e potenzialmente di anni di dominio cestistico, lasciandoci l'amaro in bocca per uno dei più grandi "what-if" di sempre. Eppure, mentre la numero 1 sale verso il tetto dello United Center, le lacrime di Rose ci dicono che va bene così. Perché i trofei prendono polvere, ma l'essere stati la luce in fondo al tunnel per una generazione intera, quello è un traguardo che vale più di qualsiasi anello.