Stefano Rusconi lascia i parquet senza rimpianti

14.08.2010 12:31 di Matteo Marrello  articolo letto 12441 volte
Fonte: Il Resto del Carlino
Stefano Rusconi (Foto LNP)
Stefano Rusconi (Foto LNP)

Metti una sera a cena con Stefano Rusconi. Per sentirsi annunciare la fine di una bella carriera lunga un quarto di secolo: a 42 anni, il centro che ha costruito la sua avventura al Nord (Varese, Treviso e Milano) e l'ha finita al Sud (Bari, dove ha pure fatto l'allenatore), che per primo ha scelto l'America (7 partite in Nba con Phoenix prima di tornare a casa) e ha scoperto la Spagna (a fine anni Novanta, col Tau), che ha battuto ogni record di valutazione sul mercato prima della legge Bosman (venti miliardi di lire, se non di più, per passare alla Benetton) e non ha avuto vergogna di scendere di categoria per continuare a giocare (Reggio Emilia, Castelletto Ticino e Genova), dice basta. Con due scudetti vinti, tre coppe Italia, una Coppa del Rey in bacheca e una finale di Eurolega sfumata nonostante una delle sue migliori esibizioni di sempre.
Rusconi, perché si ferma qui?
«Ho sentito dentro di me una voce sempre più insistente che mi dice basta: ho capito che è arrivato il mio momento».

Eppure sembrava intenzionato a continuare.
«Mi ero accordato con Legnano, in B2. Gente seria, che crede in me: non c'entrano loro, sono io che voglio decidere quando fermarmi».

Perché adesso?
«La voglia di esser protagonista, il gusto della sfida mi hanno tenuto in campo fino a 42 anni: quella motivazione non c'è più. In passato, piuttosto che restare in A come chioccia dei giovani o panchinaro, sono sceso di categoria: adesso mi fermo per evitare di sentirmelo dire dagli altri».

Un addio silenzioso.
«Volevo finire bene, divertendomi, trasformando il mio ultimo anno in una lunga parata come ha fatto Pozzecco. Non ne sono capace: se non c'è la giusta motivazione, la parata diventa un calvario».

Pescando nella valigia dei ricordi, cosa trova?
«Tante cose: gli inizi a Varese, lo scudetto del '92 con Treviso dopo uno dei campionati più tosti della storia del basket italiano. Poi la finale di Eurolega col Limoges, la festa dei tifosi spagnoli dopo la Coppa vinta...».

Non ha detto la Nba.
«Forse potevo restarci di più, come dicono tutti: avevo un triennale, ma non il fisico per giocare centro contro certi bestioni. Ma quello era il mio sogno di bambino: a modo mio, l'ho realizzato».

Non esageri.
«Mai preso in giro me stesso. E qui le offerte non mancavano: Virtus e Fortitudo mi fecero ponti d'oro».

Già, Bologna: non ci ha mai giocato, ma verrà a viverci adesso con la famiglia.
«E' la vita. Potendo, avrei scelto Fortitudo: guardi l'amore di quel popolo per un club nel baratro e capisci».

Il Rusconi da cancellare?
«Quello della Nazionale: ho vinto qualcosa (un argento Europeo nel'91), ma in azzurro non sono mai riuscito a rendere come in campionato».

Il compagno ideale?
«Naumoski, Kukoc, Iacopini, Portaluppi...».

Quello da aver sempre in squadra?
«Pellacani, nessun dubbio. E Skansi allenatore».

Da allenatore ha chiuso la carriera, proprio lei che se li mangiava...
«Un falso storico: con qualcuno ho litigato perché sono scontroso, ma non paraculo. A Bari ho avuto splendide gratificazioni, ma ho anche capito che oggi stare in panchina non ha senso: i club non hanno né progetti né pazienza».

Il basket è cambiato...
«In peggio. Lo vedi dalla Nazionale: oggi se perdi con la Lettonia non ci fa caso nessuno, quando è successo alla mia Italia ci hanno massacrato. Si è perso il feeling con il pubblico: mi riconoscono per strada perché sono alto, ma an che perché qualcosa ho dato».

Dia un consiglio ai suoi eredi.
«Agli italiani auguro di avere più spazio. Anche se vivono una situazione rovesciata rispetto ai miei tempi: guadagnano più degli stranieri. E spesso non valgono tutti quei soldi».

A un giovane che non la conosce, dica chi è stato Rusconi.
«Uno che si è fatto un mazzo così, perché niente gli è stato regalato: va bene il nome, ma non arrivi a 42 anni solo con quello».
Angelo Costa