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- Alibegovic: "A Torino non doveva finire così, ma adesso penso solo a Udine"

La puntata n° 7 del format Summer Talks, curato dalla pagina Instagram Passionegialloblu di Alberto Benadì da sempre vicina alle gesta della Reale Mutua Basket Torino vede protagonista Mirza Alibegovic l'esterno nativo di Corvallis.
29.09.2023 20:03 di Emiliano Latino   vedi letture
Mirza Alibegovic
Mirza Alibegovic

Alibegovic muove i primi passi proprio a Udine, con l’allora Snaidero, nel 2009/2010 in Serie A2. Dopo l’esperienza alla Fortitudo Bologna si trasferisce a Pesaro per giocare in Serie A. Nella stagione 2012-2013 si divide tra Pistoia e Brindisi, prima di vestire la maglia di Mantova. Nell’estate del 2014 si accasa a Brescia. Con la formazione lombarda conquista nel suo secondo anno la promozione in Serie A mettendo a referto 11.4 punti e 4.1 rimbalzi di media. Nella massima serie ci resta per un anno e mezzo, prima con Torino e in seguito con la maglia di Capo d’Orlando. A febbraio del 2018 si trasferisce a Tortona. Con la Bertram, nella stagione 2018-2019 realizza 18 punti di media, conquistando la Coppa Italia LNP.  Nel 2019 fa ritorno a Torino: nei tre anni successivi diventa capitano della Reale Mutua e chiude sempre in doppia cifra per punti segnati. L’ultima stagione lo ha visto protagonista a Cremona. Alibegovic ha vinto la Supercoppa, la Coppa Italia LNP e il campionato di A2 realizzando quasi 11 punti di media in 23 minuti.

Partiamo dal recente passato: perché si è conclusa la sua avventura a Cremona?
“Il percorso che abbiamo fatto alla Vanoli è stato perfetto e credo che meglio di quanto abbiamo fatto fosse davvero difficile. Abbiamo dominato in lungo e in largo in campionato e mi sorprende che se ne sia parlato poco, nonostante gli ottimi risultati ottenuti sul campo e in società.
Nelle gare più importanti, dove c’era solo da vincere, ci siamo sempre fatti trovare pronti sbagliando davvero poche partite nell’arco di tutta la stagione.
Ho la sensazione che ai playoff non ci sarebbe mai stata una squadra in entrambi i gironi che avrebbe potuto competere con noi al punto di batterci.
E’ stata un’esperienza molto positiva e costruttiva, nella quale ho instaurato degli ottimi rapporti fin da subito con tutto l’ambiente, società compresa.
Al termine della stagione abbiamo deciso insieme che la migliore cosa da fare fosse quella di separarci, lasciandoci in buonissimi rapporti e sapendo di aver concluso una stagione nella quale tutti gli obiettivi prefissati dalla società erano stati raggiunti”.

Brescia e Torino, due piazze diverse che però le sono entrate nel cuore.
“A Brescia ho passato due anni indimenticabili nei quali sono cresciuto molto, non solo tecnicamente, ma soprattutto umanamente.
Ancora oggi veniamo ricordati per l’impresa fino al raggiungimento della massima serie, per me e per tutta la squadra motivo di grande orgoglio.
Sono davvero contento e fiero di aver potuto scrivere con i miei compagni una delle pagine più belle della storia della Leonessa che non verrà mai dimenticata.
Il rapporto con Torino è indescrivibile, lo considero un primo amore, un po’ come quello di mio padre tornato alla Fortitudo per la terza volta.
Non è facile spiegare ciò che mi lega con la piazza e i tifosi, ne abbiamo passate di tutti i colori, a partire dall’esclusione dall’A1 nell’anno del Covid con il ripescaggio della Vanoli, fino alla sconfitta rocambolesca di Tortona che ha segnato tutta Torino.
Sono convinto però, che proprio queste “disgrazie” sportive ti fanno legare ancor di più ai colori che indossi, alla piazza e ai tifosi”.

Abbiamo imparato che la storia d’amore con Torino non finisce mai, è già tornato una volta, pensa mai a ritornare?
“Ora sono tornato a Udine dopo 13 anni dal mio esordio in Serie A2 e sono molto contento di essere parte di un progetto così ambizioso.
I presupposti per fare una stagione importante ci sono, ovviamente siamo solo agli inizi, perciò il cammino sarà lungo e difficile, ma sono assolutamente concentrato al massimo su questa stagione.
Come ho scritto nel mio post Instagram dopo il mio addio da Torino, è stato solo un arrivederci e sono davvero convinto che le nostre strade siano destinate ad incrociarsi ancora una volta. Non so quando, ma per adesso penso solo a Udine e al campionato che sta per iniziare”.


Si è parlato di un rapporto logorato nel tempo con il presidente Avino...
“Il rapporto con Avino è stato ottimo fin da subito, ci sentivamo prima e dopo le partite fino alla sua chiamata per discutere del rinnovo contrattuale. 
Dopo i playoff però non ho più avuto contatti con lui, non ci siamo più né sentiti e né parlati e questo mi è dispiaciuto molto, soprattutto perché da mia parte l’intenzione era chiara nel chiudere la carriera a Torino. Tuttavia i matrimoni si fanno in due e in quel momento ho capito che c’era qualcuno che non voleva il mio rinnovo.
Spero che lui stia facendo le scelte giuste per la crescita della squadra, sicuramente coach Ciani è un ottimo punto di partenza per impostare un progetto vincente perché credo che si uno dei migliori allenatori della categoria e non solo.
Non voglio entrare in questioni che non ho vissuto in prima persona, ma è strano pensare che dirigenti del calibro di Renato Nicolai, che conosco benissimo e che ho avuto per molti anni a Torino e a Brindisi, Loredano Vecchi e Valeriano D’Orta siano durati così poco sotto la sua gestione.
Non sono a conoscenza delle dinamiche interne alla società e quindi non mi permetto di giudicare le scelte prese, che spero vadano nella direzione del bene di Torino”.


A Torino la tifoseria organizzata si è “spaccata” in due curve, qual è il suo pensiero in proposito?
“E’ una questione molto complicata nella quale non voglio troppo addentrarci anche perché non conosco alla perfezione quanto successo.
Da lontano noto come in trasferta ognuno sta con il suo striscione e con il proprio gruppo di appartenenza, senza “disturbarsi” a vicenda, ma incitando la propria squadra con grande passione.
Al giorno d’oggi avere più gruppi all’interno di una tifoseria di pallacanestro è una cosa normale, ognuno con il proprio credo e le proprie convinzioni senza ostacolare la passione degli altri.
Da elogiare è il loro senso di appartenenza che li spinge a macinare migliaia di chilometri per seguire la squadra.
Colgo l’occasione per ringraziare ancora una volta di cuore tutto il gruppo “011 TSN” per l’addio che mi hanno organizzato a Torino e per come mi hanno riaccolto da avversario alla prima partita disponibile”.


I giocatori più forti con cui ha giocato? 
“Ho avuto la fortuna di aver giocato con giocatori di alto livello, ma quelli che sicuramente ricordo con più stupore sono James White e Jumaine Jones ai tempi di Pesaro. Sono due giocatori che hanno avuto un passato in Nba e aver avuto il privilegio di essermi potuto allenare in età così giovane con due talenti di questo tipo è una cosa che difficilmente dimenticherò.
Non posso però non menzionare anche David Moss, non solo per il suo puro talento noto a tutti, ma soprattutto per l’etica del lavoro che ha sempre avuto e che l’ha contraddistinto dagli altri.
Ricordo ancora quando arrivò a Brescia dopo essere stato all’Olimpia Milano: mi colpì fin da subito la sua professionalità, nonostante fosse passato dalla massima serie all’A2 la sua dedizione al lavoro non cambiò di una virgola.
Tra gli italiani invece ricordo bene sia Marco Belinelli che già da ragazzino aveva qualcosa in più degli altri e anche Alessandro Gentile per il suo innato talento”.

Quali sono gli allenatori che hanno segnato in maniera positiva la sua carriera?
“Ho avuto diversi allenatori con cui mi sono trovato bene, tra questi c’è sicuramente Andrea Diana che ho avuto nei miei due anni a Brescia con il quale abbiamo condiviso stagioni di altissimo livello, Frank Vitucci a Torino e anche ovviamente Demis Cavina che è stato l’allenatore con cui ho lavorato di più, partendo da Udine, dove mi ha fatto esordire in A2 all'età di 17 anni per poi ritornare a Torino dove mi ha nominato capitano e l’anno scorso a Cremona.
Sono molto grato a Demis per avermi coinvolto sempre in progetti di alto livello e avermi considerato sempre importante all’interno del gruppo squadra.
Non dimentico Edoardo Casalone, con il quale ho lavorato prima a Tortona dove abbiamo vinto una Coppa Italia e poi a Torino, dove, nonostante le tante difficoltà ha svolto un ottimo lavoro raggiungendo il massimo con quello che aveva a disposizione.
Mi spiace che a Torino non sia riuscito a esprimere tutto il suo valore perché come allenatore, ma soprattutto come persona vale tanto. Non a caso è in nazionale da diverso tempo”.