NBA Europe e riforma Serie A: a che punto siamo veramente?

12.03.2026 17:00 di  Umberto De Santis  Twitter:    vedi letture
NBA Europe e riforma Serie A: a che punto siamo veramente?
© foto di Savino Paolella

Sport e salute ha presentato il progetto della copertura del Foro Italico, casa del Tennis italiano che con Sinner, Musetti e tutti gli altri bravissimi colleghi stanno facendo vivere a questo sport una vera "età dell'oro", età che alla pallacanestro azzurra non ritorna più ormai almeno dal 2013. Ne abbiamo riferito qui, dove incidentalmente abbiamo ricordato che potrebbe essere secondo il presidente FIP Gianni Petrucci anche la casa della "franchigia di Roma di NBA Europe". A noi ci sembra una presa di posizione che ricorda lo scroccone che in quei vecchi film muti in bianco e nero salta sul predellino del tram in movimento per non pagare il biglietto. A conferma di ciò nessuno dei giornalisti presenti al MIPIM 2026 di Cannes ha rivolto al presidente Mezzaroma la domanda che qualsiasi appassionato di basket avrebbe spontaneamente pensato: "Dove andrà a giocare questa squadra romana NBA nel mese di maggio, ovvero in pieni playoff, nei venti giorni in cui si disputano gli Open di Tennis?"

Due presupposti per la sostenibilità e la redditività di una società sportiva contemporanea sono la proprietà dell'impianto di gioco e la creazione di attività commerciali a corollario per avere una disponibilità di reddito in entrata costante utile per la programmazione del futuro e con uno stabile cash-flow che possa finanziare le necessità del momento. Inter e Milan hanno brigato a lungo con il Comune di Milano per ottenere il Meazza. Il loro obiettivo è di raddoppiare il fatturato: ognuno dei due club viaggia oggi intorno ai 70-80 milioni di euro di ricavi, l'obiettivo pubblicamente dichiarato li vorrebbe portare a 140-160. Nonostante la copertura il Foro Italico rimarrebbe di proprietà del CONI, senza il supporto di attività commerciali, e che Sport e Salute certamente non venderebbe: quale business si può sviluppare con questi presupposti? Si chiamerà pure NBA Europe, ma i conti devono tornare lo stesso. Per avere numeri che rivaleggino con il calcio quella offerta dalla FIP (suggestiva e utile a glorificare il comandante in capo ma economicamente fragile se non addirittura buttata là a casaccio dalla FIP) è una gallina dalle ali tagliate e non un cigno pronto a spiccare il volo. Se vogliamo eliminare la casualità e la volatilità del mecenatismo, non ci siamo.

Il Corriere della Sera ha buttato in pasto all'opinione pubblica l'ipotesi di una serie A di basket a 20 squadre con alti standard di qualità che sarebbe in discussione avanzata al punto da approdare in Consiglio Federale, e che qualche ora dopo con una modifica fatta sull'articolo originale è diventata in realtà - si legge sul Corriere - una "opzione di revisione, al momento solo allo stadio di proposta, che verrà inoltrata alla Federbasket e contemporaneamente anche alla Lega Basket di serie A. Si tratta, precisano gli estensori, di un punto di partenza e non di arrivo: quindi siamo solo all'inizio di un dibattito"; confermando quindi quanto da noi indicato di non avere un riscontro ufficiale alla notizia. Panico da scoop, ci è stato riferito, in LBA e sembra anche in FIP all'uscita della notizia di cui molti non ne erano a conoscenza. Di fatto si tratta di una copia dell'attuale ACB + LEB Oro + LEB Plata, se guardiamo alla sostanza, con una modifica che vede la divisione delle squadre in due conference. Sembra utile per ridurre il numero delle partite, ma certamente utile a liberare i giocatori sempre e comunque per le finestre FIBA, oltre a riservare date ulteriori libere sul calendario a disposizione di NBA Europe. Se ci sarà un seguito speriamo che apra un dibattito pubblico: risorse economiche per chi rimane fuori dalla serie A e il minor valore della stessa per il giro d'affari di ogni singola squadra, e riconoscimento della formazione per i club che allevano giocatori devono essere compresi in qualsiasi formula si vorrà scegliere. 

Il lettore che ci ha seguito fin qui con pazienza si dirà: a che pro tutta questa effervescenza? E quale circo sta atterrando nella Vecchia Europa? Questa è una vicenda che parte da lontano, da quando EuroLeague soppiantò la Suproleague della FIBA. Che pazientemente si è rinnovata fino a passare al contrattacco con l'obiettivo di distruggere il nemico che si era fatta in casa, cominciando nel 2014 con la ristrutturazione dei calendari mondiali. Entrata in vigore nel 2017, essa ha provocato la corsa all'occupazione di tutte le date del calendario fisicamente giocabili. Perfino la potente NBA che, dopo il 10 giugno, spariva regolarmente dalle cronache giornalistiche fino al 15 settembre successivo, ha allungato la sua permanenza fino alla seconda metà di luglio trasformando degli allenamenti per addetti ai lavori nella Summer League attuale e anticipando l'inizio della regular season. Fino ad oggi, che per avere date disponibili per una gara ufficiale di pallacanestro bisognerebbe aggiungere un tredicesimo mese... Nel 2020 proprio la NBA votò l'ingresso dei fondi di private equity nel capitale delle franchigie, dando il via a quel bisogno di gigantismo finanziario che si autoalimenta, come abbiamo visto nelle borse ma anche stiamo vedendo nel calcio. O come replicano oggi con la vendita per 110 miliardi di dollari di Warner Bros Discovery a Paramount Skydance, dove una buona fetta dei soci stanno in entrambe le compagini sociali (e sono tutti fondi di private equity): l'assurdità di vendere a se stessi con un prezzo maggiorato. Un gioco pericoloso in cui Cuban (Mavericks), Buss (Lakers) e Grousbeck (Celtics) hanno ben visto l'occasione per passare alla cassa e salutare, mentre ancora si cercano investitori che sfoderino bonifici da 500 milioni di euro per partecipare al business. Nomi se ne fanno tanti, interesse pare esserci. Manca il primo che si sbottoni con un numero che darà valore reale all'operazione. 20 squadre per 500 milioni fanno 10 miliardi, il giro d'affari complessivo di EuroLeague si attesta su circa 300 milioni all'anno: la sproporzione è troppo elevata per non pensare che NBA e FIBA stiano lavorando al ribasso pur di concretizzare questa montagna di business plan.