Bufalini, senza peli sulla lingua: «La serie A? Ormai è un campionato americano in Italia»
LIVORNO - L’esercito delle forchette e dei ricordi, quando il basket si chiamava sempre pallacanestro e la Nazionale vinceva ancora medaglie, si è ritrovato. Un frammento di quegli anni formidabili, racchiusi tra le Olimpiadi di Roma, Tokyo e Città del Messico, cioè dal 1960 al ’68, riunito attorno a una tavola al circolo San Martino di Parrana gestito da Alfredo Grasselli (altro nome di spicco sotto
i canestri) in onore di Sauro Bufalini, omone classe 1941 reduce da un delicato intervento chirurgico.
«La mia vita è su una poltrona fra televisione, cruciverba, letture e telefonate di tanti amici - dice “Bufalo” - ma ho ancora i sensi vivi e me la cavo».
Dodici giocatori più o meno tutti con una canottiera azzurra nell’armadio, reclutati da Guido Carlo Gatti, che ha scelto la Toscana come ‘buen ritiro’ e possiede un agriturismo, con il veterano Giancarlo Sarti (75 anni, general manager dello scudetto 1991 di Caserta) apripista, seguito da Alfredo Barlucchi, Franco Bertini, Gianfranco Pieri (il play del Simmenthal del “Principe” Rubini), Alberto Merlati, Paolo Magnoni, Roberto Raffaele, Stefano Albanese, Valerio Vatteroni e Massimo Cosmelli, 153 presenze in Nazionale. Un nome, una storia. E poi tre arbitri toscani dal passato internazionali: Luciano Baldini, Bruno Duranti e Giovanni Morelli.
Sauro Bufalini a settant’anni è sempre lo stesso, senza peli sulla lingua. Guarda il basket in tv, ma col distacco di chi va al cinema a vedere un film controvoglia. «La serie A ormai è diventata un campionato americano giocato in Italia. L’identificazione non esiste più: dove sono finite la livornesità, la pesaresità, la milanesità? Livorno è sparita dal vertice, Pesaro e Milano ci resistono, ma i giocatori italiani sono controfigure. Infatti i non risultati si vedono anche a livello di Nazionale: agli ultimi Europei siamo usciti di scena nel girone eliminarorio, alle Olimpiadi non ci andiamo più. Anche i tre italiani che giocano nella Nba a livello internazionale non spostano: Belinelli non mi entusiasma, Gallinari deve ancora crescere, Bargnani è bravo, ha una bella mano però quando gli altri la mettono sullo scontro fisico soffre, non è ancora cattivo al punto giusto. Siamo messi male....».
«Gli è tutto sbagliato, tutto da rifare», diceva Gino Bartali. Sauro Bufalini, nato a Pisa ma decollato da Livorno verso i grandi palcoscenici - Ignis Varese, Napoli, Venezia - 116 volte azzurro, due Olimpiadi e mezzo da raccontare («ho fatto Tokyo e Città del Messico, però a Roma a diciannove anni ero già nel gruppo come riserva»), non sbandiera quello slogan, però lo pensa. «Bisognerebbe rifondare tutto il movimento partendo dal minibasket, con istruttori veri che insegnino i fondamentali, l’essenza
della pallacanestro. Oppure fare un campionato per soli giocatori italiani, anche se non so come le piazze risponderebbero.
Quando giocavo io a Livorno c’erano i ragazzi dei quartieri, le famiglie coinvolte. Oggi nemmeno le fidanzate vengono più a vederti.... Mi dispiace, ma il nostro sport ha perso l’antico fascino. Tante città sono sparite dal vertice, dove invece magari trovi il paese di
10mila abitanti solo perché un riccone ambizioso ha voglia di andare in vetrina per un po’ di tempo. Ma non può funzionare così, bisogna ricreare le scuole, il senso di appartenenza».
Giocatori, coach. Ci sarà pure qualcuno dei nostri che riesce a emergere dallo stagno. «Uno dei migliori play italiani degli ultimi anni è stato Massimo Bulleri: bravo, serio, professionista super. Ma Gianfranco Pieri era un’altra cosa, anche a livello creativo. Mi sembra che stia uscendo bene Gigi Datome, ragazzo nato in Sardegna che dopo un timido Europeo in Lituania ha preso in mano le sorti di Roma. Per il resto vedo in giro tante truppe cammellate, carne da cannone. Vuoi mettere la tecnica di Maurizio Cosmelli? E i tanti giocatori di serie A usciti da Livorno? No, non mi appassiono più». Allora meglio tuffarsi nei legami con i vecchi amici e ritrovarsi
periodicamente con la forchetta in mano e il libro dei ricordi bene aperto. A proposito: Bufalini qualche anno fa scrisse “Palle, onori e pallonari”, amarcord pieno di aneddoti di una vita in palestra, di vittorie e anche dei tanti venditori di fumo incontrati. «Oggi vedi
allenatori travestiti da Pat Riley, coi capelli impomatati, tutti perfettini e tutti uguali. Ma io mi tengo gente come Tonino Zorzi, che a quasi ottant’anni certi replicanti di oggi se li mangerebbe a colazione».
Renzo Marmugi