A2 - Orlandina, Sodini: "I giocatori sono figli di geni egoisti. Ma se si mettono assieme, hai una squadra"

09.05.2019 17:00 di Redazione Pianetabasket.com   Vedi letture
A2 - Orlandina, Sodini: "I giocatori sono figli di geni egoisti. Ma se si mettono assieme, hai una squadra"

Marco Sodini ha chiuso un bel cerchio con la sua Benfapp Capo d’Orlando. Sabato riparte con Gara1 dei quarti, affrontando l’Edilnol Biella. Ci arriva sull’onda del percorso netto su Ravenna, unico del turno, e sulla scia di 10 successi consecutivi in stagione regolare. Ultima sconfitta: il 31 gennaio, un pesante 75-96. Per mano di chi? Biella. Appunto.

“Andiamoci cauti, quindi. E se non restiamo quelli che pensano ad una partita alla volta, perderemo in un solo colpo la nostra qualità”.

Un tabellone aggredito con un 3-0, mentre l’altra testa di serie, Treviso, s’è dovuta spendere fino a Gara5 con Trapani.

“Non mi sento di essere a capo di una squadra testa di serie, perché se è vero che abbiamo sempre ragionato su una gara alla volta, è altrettanto vero che così facendo non ci siamo posti limiti”.

Ma di cosa è a capo, oggi, un allenatore di pallacanestro?

“E’ la faccia di una squadra. E quando si va in campo, diventa l’amministratore delegato di una Società sportiva. Se il modello che funziona di più al mondo è quello NBA, siamo i collanti di tutte le professionalità che ci ruotano attorno”.

Però non siamo l’NBA, ma solo parenti molto lontani. A parte l’anello a 3.05.

“Da noi il sistema è molto disomogeneo. Si allena, e se va bene si è anche il cardine di un progetto. Ma se si perdono le partite la progettualità viene disattesa. E’ raro avere Società, e dirigenze, che restano salde a quanto pianificato, perché le pressioni esterne sono enormi se le cose non vanno. La Bosman ha creato una voragine tra la vittoria e la sconfitta, azzerando il tempo di latenza di certe decisioni”.

A Capo d'Orlando la vita sembra scorrere più lentamente, complice la realtà che alcuni suoi predecessori, e personaggi enormi della pallacanestro italiana come Gianluca Basile e Gianmarco Pozzecco, hanno tratteggiato, nel loro passaggio.

“Mi hanno chiamato all’Orlandina per un progetto biennale, sono arrivati tanti successi e questo ha dato linfa all’idea originaria. Perché sono stati bravi i ragazzi a bruciare certe tempistiche. Non posso certificare che, se avessimo perso molto, saremmo potuti andare avanti. Ma devo anche riconoscere che poter lavorare al fianco di uno come Peppe Sindoni è ormai evento anomalo. E con lui forse avrei avuto una chance di continuare la mia opera”.

Gianmarco Pozzecco: solo Formentera poteva strapparlo al lungomare dedicato a Luciano Ligabue. E’ allenatore d’impatto, parla, abbraccia, libera le menti. E vince una Coppa europea. E se fosse lo stereotipo dell’allenatore del Terzo Millennio, pur nella sua unicità?

“L’allenatore è, o ha bisogno di essere, una figura di riferimento. Non entro nell’argomento tecnico-tattico, ma nella distinzione tra allenatore di agosto e quello che entra in corsa. In questo secondo caso, i modelli non possono essere Messina, o lo stesso Sacchetti. Nel breve periodo bisogna identificare ciò che è funzionale per l’esigenza. E questo è fortemente connesso al contesto, sportivo e culturale, del Club e di ciò che lo circonda. A Sassari, un Pozzecco funziona. A Mosca non funzionerebbe. Ma non vorrei banalizzare, perché le componenti dell’analisi sono tante”.

Arrivando dalla Serie A di Cantù, chi è l’allenatore del campionato di Serie A2, se esistono distinzioni?

“Anche in Serie A2 si punta a proporre piani di sviluppo, ma la forbice è sempre estremamente aperta. Le variabili sono infinite e condizionano le scelte: se vai male, ti cacciano; se vai bene, sei tu il primo a valutare l’opportunità di monetizzare una stagione”.

Gli allenatori hanno responsabilità in questo stato di cose?

“Esiste senza dubbio un limite forte di natura contrattuale come classe tecnica. Ma a nostra volta ci siamo squalificati. Peterson e Bianchini avevano potere contrattuale e potevano esibirlo contro giocatori NBA. Ma quelli veri, intendo”.

La criticità economica contingente che incidenza ha?

“Importante, perché non sei competitivo con altri mercati. Ed allora la tua strada è la riqualificazione. Come nelle aziende, investendo su ricerca e sviluppo. Che è quello che facciamo all’Orlandina”.

Anche lei ha, nel passato, un ingresso in corsa, a Piacenza.

“Eravamo a 10 punti dalla salvezza, ci fermammo ad una vittoria dal raggiungerla. Di rincorsa non hai i tuoi giocatori, o comunque quelli che ritieni ideali. Di conseguenza l’approccio è più mirato alle persone. E, più che cambiare, semplifichi, inseguendo massima efficacia dai pochi margini di manovra sul mercato. Vivi la necessità di essere due allenatori di pallacanestro in uno”.

Sodini, banalizziamo per una volta: l’allenatore di A gestisce, quello di A2 allena. In realtà che sia così lo sostengono in diversi, ma restiamo all’assunto.

“Dipende dal modo di porsi degli allenatori. Se il giocatore percepisce la possibilità di realizzare una performance superiore, si mette d’impegno. A Cantù mi trovai con un gruppo di giocatori disponibili a farsi allenare. Ci siamo salvati per quello. Ho avuto esperienze da assistente ad alto livello, a Bologna, Milano, all’estero. Io di mio rischiavo poco, ma le vittorie nascevano sempre da una squadra che si allenava bene. Per il miglioramento non c’è alternativa, assieme al fattore tempo”.

L’allenatore di Serie A2 come si pone?

“Mediamente li vedo più duttili. Io da due anni alleno squadre da 90 punti, se avessi materiale diverso mi adatterei. Nel 2008 Benvenuti mi portò ad allenare a Livorno, da vice di Dell’Agnello. Mi vide in palestra lavorare su palleggio, passaggi e blocchi e mi disse “non smettere mai di allenare nel modo in cui credi”.

Chi sono i giocatori, meglio se buoni?

“Il giocatore è figlio di un gene egoista. Se trovi il modo di metterli assieme, hai una squadra”.

Lei ama guarnire le sue conferenze stampa di prepartita illustrando un’opera d’arte che sovrappone alla sfida che l’attende, o al momento della squadra. E’ per questo che ha scelto Jordan Parks, nickname “Picasso”?

“Veramente l’ho scoperto dopo… So che risale alla sua frequentazione di una scuola d’arte quando indicò in Picasso il suo autore preferito… A suo modo è un artista, prevalentemente del volo…”.

Ma non solo. Recentemente lo abbiamo visto condurre transizione, con palleggio, arresto e tiro da 3 punti. Ed i compagni seguirlo con fiducia.

“Oggi Jordan viaggia col 43% dall’arco. E’ in continua evoluzione, per me è un capogiocatore. La fiducia? Ricordo un clinic di Pillastrini sullo sviluppo tecnico dei giocatori giovani. Fece l’esempio di Cervi che aveva 2/10 dai quattro metri. Ma se solo lo vede crescere a 5/10, la squadra avrà fiducia in lui ed in quel tiro”.

E’ la vostra etichetta: “L’Orlandina è in grande fiducia”.

“Racconto un episodio. Siamo in grande fiducia, ma si rompe Lucarelli. Cala la disperazione. Arriva Joe Trapani, e devo spostare Parks in ala piccola. Può sembrare una toppa, ed allora so che non funzionerà. Devo dare un seguito. Metto Jordan su Adam Smith, contro Ravenna. Funziona. E ritroviamo fiducia, tutti”.

Tanto Parks, ma Mvp straniero di A2 è stata eletto Brandon Triche.

“Un silenzioso, ha tempi dilatati per dare confidenza, poi sa essere simpatico, aggiunge valore a chi gioca al suo fianco. Il nostro lunedì è di riposo, il suo è fatto di due allenamenti. Una vita votata alla pallacanestro, cura maniacale del fisico. Per me vale l’Eurolega ma solo se conosci esattamente che giocatore è e cosa può darti. Per capirci: non è un playmaker”.

Un esterno, Triche, un’ala, Parks, ed un lungo. Davide Bruttini.

“Ho la sensazione che diversi, tra gli addetti ai lavori che hanno votato per il miglior italiano del campionato, non lo abbiano visto giocare. Non può non essere tra i primi tre. E senza guardare le cifre, le migliori di sempre. Se Sindoni mi dovesse chiedere “chi vuoi confermare?” parto da Davide. Dà l’idea di non avere atletismo necessario per il salto di categoria, ma sono convinto che, in un sistema, può incidere anche dal post basso. E’ il mio Brian Sacchetti, in abito da centro”.

Chiudiamo con una nota di speranza per il futuro: Matteo Laganà, classe 2000. Promosso, poi bocciato, poi riammesso all’esame di maturità. Tutto in pochi mesi.

“Oggi Matteo è un giocatore di pallacanestro. A settembre 2018 non lo era. Ha fatto gran fatica nell’andata, poi iniziato un processo di miglioramento costante, è un ragazzo di alto livello e qualità. Ha sbattuto sulla presa di consapevolezza del proprio ruolo. I compagni lo hanno aiutato. Nel ritorno ha segnato canestri decisivi contro squadre forti: a Roma, con Rieti, a Bergamo. E si è preso responsabilità difensive impensabili ad inizio stagione. E’ ancora uno junior, ma ora lo tratto pari alle sue ambizioni, che possono essere di alto livello”.