26 gennaio: sei anni dopo, Kobe Bryant resta eterno
Ci vengono ancora i brividi a ripensare a quei minuti. A quando, la sera del 26 gennaio 2020, ci siamo trovati a dover raccontare l’impensabile: “Kobe Bryant è morto, coinvolto in un incidente in elicottero”. Una frase che suonava irreale, come ancora oggi. Eppure sono passati sei anni. Sei anni senza Kobe, ma non un solo giorno senza il suo impatto sul basket, sullo sport, sulle persone. Una leggende del basket, una leggenda dello sport. Non è un caso se chiunque ricorda perfettamente dove si trovasse in quel momento. Perché non si è fermata solo la NBA: si è fermato il mondo. Quel giorno Kobe era insieme alla figlia Gianna, diretti a un torneo alla Mamba Sports Academy di Thousand Oaks, a circa 82 miglia da Newport Beach. L’amore di Gigi per il basket e il suo talento luminoso avevano riportato Kobe vicino al campo, dopo il ritiro del 2016. Un padre, una figlia, una passione condivisa. Un legame spezzato troppo presto.
La leggenda di Kobe Bryant ha radici che arrivano anche in Italia. Qui, dove il padre Joe “Jellybean” Bryant - scomparso il 15 luglio 2024 - aveva giocato tra Reggio Calabria, Pistoia e Reggio Emilia. Proprio Reggio rappresenta un pezzo speciale della storia di Kobe. Lui stesso lo raccontava con emozione: «Perché sono così legato a Reggio? Perché ho tantissimi ricordi speciali. Qui potevo girare in bici, andare a mangiare un gelato con i miei amici. Sensazioni bellissime. Avreste mai pensato che uno dei migliori giocatori della NBA potesse crescere qui? Vuol dire che ogni sogno è possibile».
Parole che spiegano perché, nel gennaio 2021, la città abbia deciso di inaugurare il Largo Kobe e Gianna Bryant, accanto al Pala Bigi, casa della Pallacanestro Reggiana. Un luogo che unisce memoria, sport e futuro.
Parlare di Kobe Bryant non vuol dire sono trofei, vittorie, canestri allo scadere. Ma è la manifestazione più umana del termine "mentalità". La Mamba Mentality non è mai stata solo una filosofia cestistica: è dedizione assoluta, ossessione positiva, desiderio di migliorarsi ogni giorno. È il motivo per cui la sua scomparsa non ha colpito solo gli appassionati NBA, ma milioni di persone in ogni ambito della vita.
Le sue parole risuonano sui social, video motivazionali, video che raccontano la sua devozione allo sport e il suo desiderio smisurato di essere il numero uno. “Job’s not finished”. Con tre parole spegneva l'entusiasmo dei giornalisti dopo aver vinto Gara 2 delle Finals NBA contro i Magic che aveva portato i Lakers sul 2-0. Nessuna esultanza. Nessun sorriso. Solo lo sguardo di chi sa che vincere una partita non significa aver vinto tutto. Era rispetto per il gioco, la consapevolezza che si costruisce tutto con il tempo. Insistere, migliorare, insistere, continuare. Poi raccogliere i frutti.
Poi c'è il palmares, certo, che racconta una grandezza fuori scala: cinque titoli NBA, due ori olimpici, un premio di MVP della stagione regolare, vent’anni passati con la stessa maglia. Ma Kobe è andato oltre il parquet. Nel 2018 ha vinto persino un Premio Oscar per Dear Basketball, cortometraggio animato che era una lettera d’amore al gioco che gli aveva dato tutto. Entrò in NBA nel 1996, scelto alla numero 13 dai Charlotte Hornets, che lo scambiarono subito ai Los Angeles Lakers per Vlade Divac. Da lì iniziò una storia irripetibile: 1346 partite di regular season, 220 di playoff, cinque anelli conquistati (2000, 2001, 2002, 2009, 2010) e una fedeltà totale a Los Angeles, diventata la sua casa sportiva e spirituale.
Sei anni dopo, Kobe Bryant è un ricordo più vivo che mai. È un esempio. Per qualcuno è la voce che ti dice di lavorare quando gli altri si fermano.
È la prova che i sogni possono nascere ovunque, anche lontanissimo da Los Angeles, magari a Reggio Emilia, e diventare eterni.
Ciao Kobe.