Peppe Poeta: «Io coach Olimpia a 40 anni? Non ci penso, altrimenti...»

Peppe Poeta si racconta sulle colonne di SportWeek. La decisione di allenare, l'essere coach Olimpia a 40 anni e la sua filosofia.
10.01.2026 11:25 di  Iacopo De Santis  Twitter:    vedi letture
Peppe Poeta: «Io coach Olimpia a 40 anni? Non ci penso, altrimenti...»
© foto di Ciamillo

Il coach dell'Olimpia Milano Peppe Poeta si racconta a SportWeek a distanza di ormai quasi due mesi da quando ha preso il posto di Ettore Messina sulla panchina del club biancorosso. Dopo il ritiro dal basket giocato, Poeta ha subito intrapreso la via del coaching, con l'Italbasket e Milano nel ruolo di assistente. «È stata più una convinzione di altri che mia. Io non volevo fare l’allenatore perché non mi piaceva l’idea di andare ancora in giro per il mondo come avevo fatto da giocatore. Ma tutti gli allenatori che ho avuto, e sono stati tanti e importanti, mi dicevano che sarei stato un bravo coach. A maggio del mio ultimo anno da giocatore mi arrivarono le chiamate di Messina, che cercava un ex giocatore nel suo staff all’Olimpia, e di Pozzecco, che mi voleva in Nazionale. Se due leggende del basket ti vogliono, significa non soltanto che devi prendere il treno che sta passando, ma anche che devi salirci al volo».

A 40 anni ha preso il posto di una leggenda come Ettore Messina, ed è uno dei coach più giovani di tutta l'EuroLeague. Cosa significa? «Non ci penso, altrimenti il senso di responsabilità prevale sul divertimento, che è la cosa che mi piace di più, perché allenare mi diverte».

Poeta ha restituito fiducia alla squadra. Lui replica così: «I giocatori oggi ricevono tanta pressione dall’esterno, social compresi. È importante perciò che ritrovino la parte ludica del gioco, quindi la spontaneità e il divertimento, necessari a rendere più facili le cose. Detto questo, non esiste una maniera sola di allenare. Voglio dire: a me piace allenare in questo modo, col sorriso, ma il mio predecessore all’Olimpia ha vinto quasi 40 trofei e quattro Eurolega puntando sulla disciplina e sull’esigere molto dai giocatori. Risultati alla mano, il suo metodo ha funzionato. Io sono uno abbastanza “leggero”, ironico e autoironico, ma non vuol dire che non sia esigente a modo mio: la mia richiesta ai giocatori non scende a compromessi in termini di entusiasmo e impegno. Non sarò mai quell’allenatore che fa della disciplina il suo mantra, ma su certe cose – come il linguaggio del corpo, che deve trasmettere positività e carica ai compagni – non transigo. E, se c’è da incazzarsi, mi incazzo. Ma si può vincere attraverso la disciplina, la tattica o l’empatia, l’importante è essere se stessi, e lo dice uno che ancora non ha vinto niente, ma che, comunque vada, continuerà a non indossare maschere. La chiave sta anche nel costruire gruppi che accettino il tuo modo di allenare. Dico sempre ai ragazzi che ci possiamo permettere la goliardia solo dopo aver dato il 200% in allenamento e aver rispettato i compagni con un atteggiamento esemplare. Le cose vanno fatte seriamente, altrimenti non si ottengono successi, però consapevoli del fatto che facciamo il lavoro più bello del mondo e quindi va svolto col sorriso sulle labbra. Noi vendiamo emozioni, per riuscirci dobbiamo emozionarci noi per primi. Per me questo è un punto fondamentale».