Jack Devecchi: "Sardegna terra e gente straordinaria, ma quando posso torno a casa"
di Stefano Miele
Lodi – Nella bella favola che ormai da qualche anno a questa parte sta vivendo la Dinamo Sassari un posto spetta anche a un ragazzo lodigiano che il basket ce l’ha nel Dna di famiglia. Lui è Giacomo “Jack” Devecchi, nato a Sant’Angelo Lodigiano il 2 aprile 1985, guardia di 196 centimetri per 88 chili di peso, e cugino di quel Danilo Gallinari che è diventato una stella dei Denver Nuggets. La sua Dinamo è appena tornata dalla vittoriosa trasferta francese contro il Gravelines Dunkerque (94-95) ed ha ancora intatte le chances di passare al turno ad eliminazione diretta di Last32 Eurocup. Riusciamo a contattarlo in uno dei rari momenti di relax e ne approfittiamo per andare alla scoperta del personaggio.
Tuo zio è Vittorio Gallinari, papà di Danilo ed ex campione dell’Olimpia Milano nonché tuo procuratore. Te e tuo cugino sembravate quasi dei predestinati.
“Beh, è chiaro che quando in famiglia hai un campione lo si guardi come un punto di arrivo – afferma la ventottenne guardia della squadra di Meo Sacchetti – in effetti è stato lo zio Vittorio a trasmettermi la passione per il basket. A 8 anni giocavo con la squadra di Borghetto Lodigiano e nei tre anni successivi ho giocato al Basket Lodi”.
Da lì c’è stato il salto alle giovanili dell’Olimpia Milano.
“Un salto assolutamente casuale. Mio zio Vittorio mi aveva portato al Forum a vedere una partita e lì a me e ad altri ragazzi del pubblico è stato chiesto se avessimo voglia di fare un provino. Figuratevi, a me sembrava già tanto giocare a Lodi. L’Olimpia, invece, mi prese e cominciai a fare la spola tra il capoluogo meneghino e Graffignana, il paese dove abito. La mattina andavo a Sant’Angelo a frequentare l’istituto per geometri “Pandini” e il pomeriggio mi allenavo a Milano dalle 19.30 alle 21.30 tutti i giorni arrivando con l’autobus da solo perché i miei non potevano certo accompagnarmi in quanto mio padre Antonio gestisce un negozio di caccia e pesca a Sant’Angelo Lodigiano e mia madre Mariuccia è impiegata in un’azienda che produce resistenze e termostati. Né poteva accompagnarmi mio fratello Andrea, che ora lavora a Milano per l’ente del turismo sudafricano e sfoga la sua passione per il basket giocando a Sant’Angelo a 31 anni suonati. Ricordo che d’inverno giravo con in tasca una torcia elettrica per segnalare la mia presenza alla fermata dell’autobus agli autisti quando c’era troppa nebbia. Certo, girare da solo significava anche rischiare di fare brutte esperienze. Ricordo che una volta, avevo 15 anni, mi è anche capitato di essere aggredito da alcuni componenti di una baby-gang, una delle tante che stazionavano dalle parti di piazzale Lotto”.
Dalle giovanili dell’Olimpia a 19 anni, preso il diploma, nel 2004 hai spiccato il volo verso Montegranaro.
“Nelle Marche mi sono trovato benissimo, nonostante fossi a circa 500 chilometri da casa. Abbiamo centrato la promozione in serie A nel 2006”.
Poi la scelta di emigrare in Sardegna.
“In serie A la Sutor mi avrebbe fatto fare solo panchina e allora nel 2006 ho deciso di andare in Legadue a Sassari. Nel 2010 altra promozione in serie A e ora sono da ben otto stagioni nell’Isola e da quattro insieme a coach Sacchetti, al quale devo praticamente tutto perché mi ha dato la possibilità di giocare in serie A. La Sardegna è una terra fantastica come i suoi abitanti. I nostri tifosi sono unici, ci fanno sentire tanto affetto specialmente quando perdiamo. Praticamente mi sento quasi sardo di adozione”.
Ma la tua strada e quella dell’Assigeco, fiore all’occhiello del movimento cestistico lodigiano, si sono mai incrociate?
“Sì, sono venuto a giocare con Sassari al PalaCastellotti contro l’Assigeco in Legadue ed abbiamo vinto sia all’andata e sia al ritorno. Mi ricordo che al PalaCastellotti durante il riscaldamento un signore mi indicò e disse in dialetto: “Questo qui è uno di Lodi”. Mi ha fatto un bell’effetto giocare vicino casa davanti a parenti e amici. Con il presidente Curioni ci conosciamo bene, circa 5-6 anni fa fece anche un tentativo per portarmi all’Assigeco e al Campus mi sono allenato per due-tre estati”.
A sentirti parlare sembri molto legato alla tua terra.
“Assolutamente sì. Quando ho anche solo un giorno libero volo fino a Graffignana e d’estate, nonostante in quel periodo la Sardegna sia un incanto, torno sempre a casa”.
Con tuo cugino Danilo da quanto tempo non vi sentite?
“Da un paio di giorni (e ride, n.d.r.). Con lui ci sentiamo tutte le settimane e d’estate cerchiamo sempre di ritagliarci una decina di giorni da passare in vacanza insieme oppure a Graffignana. Abbiamo nel nostro cortile una metà campo attrezzata nella quale ci sfidiamo ancora oggi in epiche partitelle in famiglia oppure in gare di tiro”.