Diamoci una mossa a favore del basket
Parto da molto lontano, dalle Olimpiade di Roma del 1960. Quanto tempo è passato? Un’eternità. Ma con quelle Olimpiadi, si avvertì un incremento nella forza di attrazione del nostro sport presso il pubblico e la gioventù dei praticanti. Da lì l’esigenza di portare le squadre di serie A al numero di 14 (allora erano solo 12), perché non vi era un numero sufficiente di società in grado, per organizzazione interna e mezzi finanziari, di accollarsi l’onere di quattro partite in più. Vi era una disparità di forze tra le prime e le ultime della classifica. Non vi era dal vivaio un “gettito” di giocatori capace di assicurare un valido completamento dei quadri per le 14 squadre, il pubblico non accorreva in misura sufficiente, e dunque le trasferte non erano compensate dagli incassi, gli sponsor erano dei miraggi e non vi era la possibilità di tesserare un giocatore straniero ed anche questo impediva alle società di strutturarsi tecnicamente per la serie A. La stampa e i mezzi d’informazione audiovisivi non eccedevano in spazi e tempo dedicati alla pallacanestro, e dunque erano scarsi gli echi propagandistici. Ora siamo all’opposto, ma se andiamo a vedere per i tempi attuali, possiamo dire che ci sono molte cose che fanno ricorrere a guardare indietro. Partiamo dal massimo campionato. Avere una super Siena dominatrice incontrastata toglie certamente interesse. L’unica società che ha le possibilità in un futuro breve di tentare di toglierle lo scettro è Milano. Del resto, l’Olimpia spende quanto Siena, da quel lato è bella solida, le altre hanno abbassato i budget pur essendo finanziariamente sane e nessuno vuole fare giustamente il passo più lungo per ottenere, comunque poco. A che serve sbatter dentro ulteriori denari per arrivare dietro a Siena? Qualcuno dice che bisognava svegliarsi prima, altri dicono che la crisi è la vera padrona di molte società, tutto vero e allora meglio pagare dei buonissimi tecnici per metterli al servizio delle giovanili e attendere tempi migliori. Sono convinto che in piccole realtà esistano dei futuri campioni, purtroppo, le nostre società maggiori non hanno dei signori talent-scout, gente con il fiuto sopraffino, che vanno in giro per le palestre a guardare cosa c’è in giro. I risultati sarebbero garantiti. E’ di ieri la notizia di un ragazzino di quattordici anni alto 196 cm che giocava a basket all’oratorio, vicino a Modena, sia stato visto, per caso, da un dirigente di una società di volley e l’abbia convinto a cambiare sport. Oggi, il prete, ci dice che la sua passione, però, resta il basket e andare a schiacciare a canestro e solo lui sa quanti canestri ha dovuto cambiare … Scusate, ma gli oratori sono ancora i luoghi dove si può trovare il pane, ma se nessuno ci sbatte dentro il naso … Ben venga un C.T. a tempo pieno, ma sarei altresì felice che ogni società di basket ne avesse uno. Chi dice che i tempi son cambiati e non scappa più nessun ragazzo alto, biondo o nero che sia, dice delle gran balle.