Cari tifosi, il basket sta cambiando. Nel male e nel male
C'erano una volta Varese-Cantù, o la Treviso di Benetton, la Pesaro di Scavolini, incubo delle metropoli, l'infuocato PalaMaggiò di Caserta, gli anni del dominio Siena, la Sassari del triplete. Una volta. Oggi non ci sono più, e quelle che ci sono ancora rievocano solo ricordi. Il basket europeo sta vivendo una profonda trasformazione che potrebbe cambiare completamente le dinamiche storiche della palla a spicchi, anche italiane, che ha portato storie, leggende e ricordi indimenticabili per decenni. Il mondo è cambiato, anche quello dello sport. È partito dal pallone: il Private Equity - prima quello sovrano - entrato come esperimento al PSG nel 2011, nel desiderio di trasformare i club in aziende. È riuscito: da lì l'ondata dal Medio Oriente, dal Qatar agli Emirati Arabi Uniti, dalla Cina e quindi gli Stati Uniti d'America. Le tempistiche non sono casuali: era il 2019, appena 7 anni fa, quando la Major League Baseball (MLB) divenne la prima Lega nordamericana ad aprire ai fondi. Tra il 2020/21 è toccato alla NBA: il valore medio delle franchigie NBA è cresciuto del 145% tra il 2021 e il 2025, passando da una media di 2,2 miliardi di dollari a ben 5,4 miliardi di dollari per squadra. L'ultimo grande step è stato fatto con i 76 miliardi di dollari ottenuti dai diritti televisivi.
Addio alla sovranità. È la realtà della globalizzazione anche sportiva. Oggi il business è globale: nella Serie A di calcio, 12 club su 20 presentano una proprietà o una co-proprietà straniera maggioritaria. L'Inter, il Milan, la Roma, la Fiorentina, l'Atalanta, il Parma, il Bologna sono solo alcune delle realtà diventate tutte nord-americane. Questo è il modello che attende anche il basket europeo e italiano. Rischiando di creare una spaccatura senza precedenti. Dicendo addio definitivamente al sogno della piccola realtà di provincia di raggiungere le vette più alte. Insomma, lasciando dietro tutto quello che è stata la storia del basket in Italia a fare da sfondo onirico alla nuova realtà del business.
Come la crescita tecnologica in Italia è stata spinta per necessità dal Covid, ora la prospettiva di una NBA Europe sta dando vita a una battaglia interna per creare nuovi equilibri. C'è battaglia a Milano per il posto in NBA - o EuroLega con NBA che sia, alla fine, ci sbilanciamo, un accordo arriverà per il bene di tutti, ma certamente non come lo aveva inteso la NBA nel suo progetto iniziale - con Milan e Inter che lavorano duramente nel sottobosco ai rispettivi progetti. Varese si è aggrappata, nel desiderio primario di sollevare quel budget che oggi permette di lottare per la salvezza. Cantù ci sta provando con un modello diverso, con una nuova Arena polifunzionale che possa sorreggere anche lo sport con altri introiti. Lo stesso Venezia.
Poi c'è Roma. Se un anno fa qualcuno avesse detto che nella prossima stagione ci sarebbero state due squadre nuove, inesistenti, nella Capitale, cosa avreste risposto? Beh, sarà così. Da una parte la cordata di Doncic nata dalle ceneri della Vanoli Cremona - il primo grande sacrificio di questa rivoluzione - la seconda è quella di Paul Matiasic, che in un modo o nell'altro a Roma ci andrà. Laddove ha messo a disposizione il titolo di Trieste (che al contrario di altre città sopracitate è un capoluogo di regione, ma le difficoltà a prendere il volante della macchina sono notevoli), e ha messo nel mirino i titoli di Brescia, Scafati, o altre realtà provinciali. Quelle realtà che stanno in piedi per desiderio e passione di chi le comanda, non certamente perché sono attività profittevoli. Sardara a Sassari ha avuto la chance di vendere, ed è finita di sotto, anche perché attorno i budget crescono. Ma nel basket si perde sempre. Ed è da qui che nascono le mutazioni che stanno ribaltando le dinamiche del basket in Europa.
L'EuroLeague punta a diventare un modello a franchigie. Conveniente per tutti. Il motivo? Lo sport è un business strano. Unico. Come si fa a valutare qual è il valore di una società? In economia aziendale - per banalizzarla - si calcola il valore degli asset patrimoniali, o dei flussi di cassa, o in alcuni casi si usano semplici operazioni di moltiplicazione. Sull'ebitda - le entrate prima di interessi, imposte, ammortamenti e svalutazioni - per un 4x, fino a 10x. Dipende da mercato a mercato. È il caso delle franchigie NBA, con una piccola differenza. Ha ragione Andrea Bargnani quando dice che i club che fanno parte della Lega statunitense "sono venduti tra 15x e 17x volte le entrate". I Los Angeles Lakers, per prendere uno degli esempi più freschi, sono stati ceduti a 10 miliardi di dollari, circa a un 18x rispetto alle entrate intorno ai 550 milioni di euro. Il motivo è legato a diversi aspetti: la storia dei Lakers, un asset non replicabile, l'essere parte di una Lega, la NBA, che ha un valore collettivo di circa 165 miliardi di dollari.
In Europa si vuole replicare questo. La valutazione di JB Capital ha stabilito che l'EuroLeague vale oggi 3.2 miliardi. Ogni squadra che ne fa parte va dai 60 milioni di euro a più di 320 milioni di euro. Chiaramente la differenza è data dalle proprietà, chi ha una sua arena inevitabilmente ha un asset in più. Trasformando le società in franchigie, il valore complessivo della lega e dei suoi club potrebbe aumentare fino al 25%. Per il solo fatto di far venire meno il rischio di impresa, garantendo la presenza di questi club senza il pericolo che perdano il posto nella competizione, aumentando di conseguenza sponsorizzazioni e vendita di diritti TV a più lungo termine. O l'inserimento di un vero e omogeneo Salary cap per limitare i costi. Da qui l'intervento dell'Equity e dei Gruppi: un'iniezione di soldi per rendere più moderne le arene, alzare il valore del singolo club e della Lega. L'investimento della famiglia Buss - quella che ha venduto i Lakers - sull'Asvel Villeurbanne non è casuale.
In sintesi. La NBA vale 165 miliardi, l'EuroLeague 3.2 miliardi. Una distanza enorme. Eppure in questa stagione EuroLeague ha registrato 508 milioni di telespettatori totali, superando per la prima volta 1,4 miliardi di visualizzazioni di video sui social media e accogliendo oltre 3,25 milioni di spettatori nelle arene. Questo per dire che entrare oggi in una EuroLeague di questo valore, potrebbe essere come comprare i Dallas Mavericks nel gennaio del 2000 per 285 milioni di dollari e venderli (la maggioranza) a dicembre 2023 con una valutazione totale di 3,5 miliardi di dollari - insegna Mark Cuban. Se l'EuroLeague da 3.2 miliardi viene spinta a decine di miliardi, automaticamente il prezzo di ogni società aumenta a cifre fino ad oggi inimmaginabili.
Che ne sarà di tutte le altre? Chi potrà in qualche modo seguire l'onda, sopravviverà ai massimi livelli, quantomeno italiani: ma a che livello di mediocrità si posizionerà la prossima Serie A italiana? La sensazione è che siamo davvero davanti a una rivoluzione dalla quale non si tornerà più indietro. Nel male, per quello che il basket italiano è stato, e nel male. Quello dei soldi. Il presidente della FIP Gianni Petrucci esulta per il ritorno del grande basket a Roma, ma il rischio è enorme. Nel calcio i fondi hanno investito anche nei club "provinciali" - territorialmente - come abbiamo visto. Ma la grande differenza è che la Champions League, l'Europa League, non sono competizioni praticamente chiuse come EuroLeague. Chi ha comprato il Como o il Bologna sapeva di poter arrivare in Champions League. Invece il basket ha già la sua SuperLega. Ha già le sue licenze fisse e i suoi budget sproporzionati alla realtà del movimento in Europa: la rinuncia del Bourg en Bresse alla EuroLeague non è una spia rossa ma una verità conclamata. E se la FIBA e le Federazioni Nazionali non riusciranno a entrare e incidere veramente in questi meccanismi, avrà senso investire su club di Serie A che non potrà mai ambire al massimo?