TAGLIA FUORI #6: La leggenda dell'abitudine, una semifinale che non si gioca a Bologna ma ad Atene, e i quarti che non mollano.
C'è una frase che torna ogni volta che una squadra giovane, o debuttante, o semplicemente non blasonata, perde una partita grossa: eh, ma certe gare le perdi perché non sei abituato a giocarle. La diciamo tutti, fa molto saggio da bar, e ha un difetto: non spiega niente. Stasera ad Atene il Valencia gioca la prima Final Four della sua storia e la perde contro un Real Madrid che di Euroleghe ne ha vinte undici. La versione pigra è già pronta: ha pagato l'inesperienza, gli è mancato il pelo sullo stomaco, roba che si impara col tempo. Peccato che le partite non si perdano per un'entità astratta chiamata abitudine: si perdono per i canestri che entrano e quelli che no, per le palle perse pesanti, per un parziale subito nel momento sbagliato. Cose che si contano, mica si sentono.
E se l'abitudine contasse davvero come dicono, bisognerebbe spiegare un paio di cose successe in queste stesse settimane. Bisognerebbe spiegare come faccia il Valencia, debuttante assoluto, ad aver eliminato ai playoff il Panathinaikos campione 2024 in una serie da cinque partite vinta in gara 5, di quelle che "non era abituato a giocare". Bisognerebbe spiegare come abbia fatto Trento, ottava e qualificata all'ultima giornata, a espugnare la Virtus Arena contro i campioni d'Italia in gara 2, in un posto dove non aveva nessuna abitudine a vincere. La verità è che l'abitudine è una spiegazione che tiriamo fuori solo a cose fatte, e solo quando comoda: se il debuttante vince, dell'esperienza non parla nessuno; se perde, diventa la causa di tutto. È un alibi retroattivo, non un'analisi. I playoff non premiano chi è abituato: premiano chi tira meglio negli ultimi cinque minuti.
E allora andiamo ai fatti, che sono più interessanti delle leggende. Ad Atene la prima semifinale è già storia: Olympiacos batte Fenerbahce 79-61, e lo fa nel modo che lo racconta meglio. Perché questa squadra di Bartzokas è la quinta volta di fila che arriva in Final Four, solo la terza squadra nella storia dell'Eurolega a riuscirci, ed è quella che gira di più la palla di tutte, prima nella lega per assist con oltre ventuno a partita. Non è un caso che nello sweep su Monaco ai playoff abbia segnato in una gara diciotto triple, record assoluto per una partita di playoff Eurolega. Il paradosso è tutto lì: tre titoli in bacheca, ma l'ultimo è del 2013. Tredici anni di digiuno per un club che nelle ultime due Final Four ha chiuso terzo, e che stavolta gioca in casa, davanti alla sua gente. La consistenza non gli manca; gli manca l'ultimo gradino, e lo sa benissimo.
Dall'altra parte la seconda semifinale la vince il Real Madrid, e ci arriva da quello che è, cioè il club più titolato d'Europa: undici Euroleghe, record assoluto, e una Final Four numero quattro nelle ultime cinque. Dentro c'è Sergio Llull alla ventesima Final Four della carriera, nessuno fra i presenti ad Atene ne ha giocate altrettante, ed è arrivato fin qui pur navigando senza Edy Tavares per l'infortunio al ginocchio, con Garuba che si è aggiunto alla lista stasera. Il Valencia esce, e uscirà nella narrazione come la matricola che ha pagato il salto di categoria. Ma il punto è un altro: ha perso una partita, non un esame di maturità.
Così domenica si ritrovano in finale Olympiacos e Real Madrid, e qui la storia regala il dettaglio migliore: si sono già affrontate due volte nell'atto conclusivo dell'Eurolega, ed è uno pari. Nel 2013 a Londra vinse l'Olympiacos, l'unico titolo continentale di Bartzokas; nel 2015 si prese la rivincita il Real. Terzo round ad Atene, e stavolta in palio c'è chi rompe un digiuno e chi allunga un record.
In Italia, intanto, i quarti continuano a non rispettare il copione. A Trento la Virtus perde in gara 3, in una serie che resta la più aperta del tabellone da quando Bologna ha perso Alston e con lui mezza profondità di rotazione. E intanto Tortona, data per spacciata sotto 2-0 e con le spalle al muro, riapre la sua serie battendo Venezia. Altra squadra che, guarda un po', non era "abituata" a vincere contro Venezia, aveva perso le prime due e che invece l'ha fatto semplicemente giocando meglio. Milano è già in semifinale, Brescia è a una vittoria, e di questo passo l'unica cosa abituale di questa post-season è che nessuno è abituato a niente.
Tiro dall'angolo. Smettiamola con la favola dell'esperienza che decide le partite. L'esperienza serve, certo, ma è un ingrediente, non una bacchetta magica: ti aiuta a non tremare, non a far entrare i tiri. Il Valencia esce dall'Eurolega a testa alta, il Real ci entra in finale perché ha fatto canestro quando contava, l'Olympiacos cerca ad Atene di trasformare cinque anni di "ci siamo sempre" in un "stavolta l'abbiamo vinta". E in Italia continua la dimostrazione che le serie le decide chi gioca meglio nel presente, non chi ha più trofei in cantina. La storia, alla fine, la scrivono i fatti. Le leggende le lasciamo al bar, dove tra l'altro stanno benissimo (e stiamo benissimo anche noi eh): è il loro habitat naturale. Noi però, qui, contiamo i possessi.