Mike D'Antoni nella Hall of Fame: «Quello che mi ha dato Milano non posso nemmeno misurarlo»
Mike D'Antoni si prepara a fare il suo ingresso nella prestigiosa Naismith Memorial Basketball Hall of Fame, il giusto riconoscimento per un vero visionario che ha rivoluzionato il gioco moderno con concetti come lo "small ball" e il "seven seconds or less". L'ex playmaker e allenatore, però, non dimentica affatto le sue radici cestistiche: «Onorato, e riconoscente verso le persone, tantissime, che mi hanno aiutato ad arrivare fin qui», ha esordito nell'intervista a Roberto De Ponti sul Corriere della Sera. I suoi ringraziamenti partono proprio dal nostro Paese: «Prima di tutto l'Italia, i giocatori, gli allenatori, i dirigenti con cui ho avuto a che fare. Quello che mi ha dato l'Italia in 21 anni non posso nemmeno misurarlo, è stato fondamentale». È proprio qui, del resto, che è nata la scintilla della sua celebre filosofia offensiva: «In realtà l'idea mi era venuta nel mio primo anno da coach a Milano. Avevamo perso sei partite di fila, mi sono detto “qui devo cambiare tutto”. Ho pensato che avremmo dovuto velocizzare il gioco, andare più spesso al tiro, allargare gli spazi».
Il legame di D'Antoni con Milano è profondo e viscerale, tanto da definirla non la sua seconda, ma la sua vera e propria prima città: «Milano mi ha accolto come un figlio. A Milano ho conosciuto mia moglie Laurel, nostro figlio è nato alla Macedonio Melloni. Milano è la mia città». Ricordando gli anni d'oro dell'Olimpia, attribuisce gran parte del successo alla forza del gruppo storico formatosi al ristorante "Il Torchietto": «Il Torchietto era tutto. Dopo ogni partita eravamo tutti insieme a cena e si cementava un gruppo di amici. Le vittorie nascevano lì». Sul parquet, le armi segrete erano schemi divenuti leggenda, come la letale chiamata a "elle". «Ah, la elle: quando ci serviva un canestro facile chiamavo il blocco di Dino e Boselli si piazzava nell'angolo. Gli avversari lo sapevano ma non riuscivano a fermarci». O la temibile difesa a zona 1-3-1, «Una grande invenzione di Dan [Peterson]. Gli avversari si mettevano paura e noi rubavamo palloni su palloni», favoriti anche dalla sua «fortuna di avere le braccia molto lunghe».
Guardando all'attualità, D'Antoni analizza la situazione in casa Olimpia, alle prese con la delicata ricerca di una regia affidabile da anni. Lui è aggiornato: «Dan Peterson mi tiene sempre informato». Pur sorridendo con una battuta - «Io non sarei più in grado, ho quasi 75 anni...» - offre il suo punto di vista rassicurante da esperto: «Ruolo delicato, lo so per esperienza... E oggi ancora più difficile dei miei tempi. Ma sono convinto che alla fine l'Olimpia saprà pescare bene. Serve pazienza». Il futuro dell'ex "Arsenio Lupin" sarà ancora legato a doppio filo con il Vecchio Continente, svelando i suoi prossimi passi professionali: «Ho firmato per aiutare la Nba nello sviluppo, quindi sarò più spesso in Italia». Una prospettiva che lo entusiasma, convinto che l'espansione della lega americana in Europa stia procedendo «Molto bene, c'è grande interesse, porterà benefit». Una sinergia che riporta alla mente i tempi in cui la sua Olimpia veniva considerata da molti la ventiquattresima franchigia NBA: «Non so se fosse vero, ma noi lo pensavamo», ricorda fiero, ripensando a quando «Insomma, stavamo per battere i Bucks...».