Bronny James atteso al primo vero salto: dai margini alla rotazione Lakers
Ci sono percorsi che non fanno rumore, che crescono lontano dai riflettori, quasi in silenzio. Bronny James ha vissuto esattamente questo tipo di cammino nei suoi primi due anni ai Lakers, mentre il mondo discuteva di lui e del suo cognome. Lui, invece, lavorava. «Bronny era impegnato a lavorare silenziosamente dietro le quinte» . È da qui che bisogna partire per capire la sua stagione.
Per lunghi tratti dell’anno, il suo spazio in NBA è stato minimo: 32 presenze nelle prime 73 partite, appena sette minuti di media, e solo cinque gare sopra i dieci minuti. Era il classico ruolo da fondo panchina, fatto di apparizioni nei garbage time o in serate di emergenza. Ma la sua vera storia si stava scrivendo altrove.
A South Bay, in G League, Bronny ha trovato ritmo, fiducia, identità. In 14 partite ha segnato 15.6 punti di media, tirando con il 56.4% dal campo e il 45.6% da tre punti. Numeri che raccontano un giocatore diverso da quello visto nei brevi spezzoni NBA, un ragazzo che «ha trovato la sua dimensione nel corso della stagione» e che «assomigliava molto al prospetto che aveva entusiasmato gli scout al liceo».
Poi è arrivato il momento che cambia tutto: gli infortuni nel finale di stagione hanno aperto la porta, e Bronny l’ha attraversata. «Ha portato quella fiducia in NBA e sembrava un giocatore diverso, migliorato». Non sono arrivate esplosioni statistiche, ma qualcosa di più importante: presenza, sicurezza, la sensazione di appartenere finalmente a quel livello. «Bronny sembrava finalmente appartenere alla NBA».
Il suo contributo è diventato fondamentale quando Luka Dončić e Austin Reaves si sono fermati, costringendo i Lakers a un approccio “tutti dentro” ai playoff . Bronny ha giocato le prime quattro gare contro Houston, vivendo anche un momento speciale in gara‑3 insieme a suo padre LeBron. Poi, quando l’intensità è salita, è uscito dalla rotazione, ma il segnale era già arrivato: poteva stare in campo quando contava.
Il futuro contrattuale è semplice: il suo accordo per la prossima stagione è parzialmente garantito, ma diventerà totalmente garantito il 29 giugno, e «sembra improbabile che i Lakers lo muovano prima di allora» . È un contratto leggero, 2.3 milioni, con un’opzione di squadra per il quarto anno nel 2027.
La domanda finale è inevitabile: deve restare? La risposta secondo Jacob Rude, è chiara. «Bronny è in un contratto conveniente e ha mostrato abbastanza per meritare di tornare». E soprattutto, non è più solo “il figlio di LeBron”. Anche se suo padre dovesse lasciare Los Angeles, «Bronny ha fatto abbastanza per meritare un posto nel roster». È questo, forse, il vero salto: non quello tecnico, ma quello identitario. Bronny James non è più un progetto legato al cognome. È un giocatore che ha iniziato a costruire la propria storia.