Il saluto di Gianni Decleva dopo trent'anni di basket
Gianni Decleva, trent’anni di basket raccontato alla Rai, lei come li riassume dopo aver appoggiato il microfono sul tavolo di un palasport per l’ultima volta?
“Ho avuto la fortuna di raccontare lo sport di squadra più bello al mondo. E di trasmettere, attraverso la radio, le emozioni che mi faceva vivere. La più forte? Quella dell’oro agli Europei di Nantes, dove ero ancora un giovane radiocronista, travolto dal clima di follìa di quei momenti, fradicio di sudore per il caldo e poi per lo champagne. Non certo per la fatica. I ricordi sono mille, da un’intervista con Magic Johnson a Barcellona dopo aver rivelato la sua sieropositività ad una foto con autografo con Jabbar che conservo a casa”.
Eppure, con l’ingresso in Rai nel giugno del ’70, lei faceva tutt’altro.
“Politica, vicende sindacali, cronaca come il terremoto del Friuli. Poi la domenica, come in tutte le redazioni regionali, si andare a seguire lo sport, ed io inizia con l’Udinese di Zico. Il basket lo scoprii nel ’79, a Gorizia che ospitava un girone negli Europei. Mi piacque, in quell’anno nasceva “Tuttobasket”, De Luca cercava gente ed io mi proposi. Dopo aver seguito a Belgrado, per mesi da inviato del Tg2, l’agonia di Tito. Fare il corrispondente estero da lì non mi affascinava più di tanto”.
Anche la tv, raccontando il campionato. Ma senza mai lasciare la radio.
“Infatti io ero quello che faceva la radiocronaca delle partite in tv… Sarò un romantico, ma non avendo mai cercato la popolarità che ti dà la televisione, io sono sempre stato per la radio che trasmette emozioni, libera la fantasia di chi ti ascolta e tecnicamente ti obbliga ad un linguaggio chiaro, fluido, diretto. In tv sei anche legato a ciò che il regista ti propone e devi commentare. E’ quel che manca alla radio, l’ambiente. Ma è anche vero che appena accade un fatto alla radio puoi raccontarlo, in tv se non hai le immagini sei monco”.
Il basket si è evoluto, è cambiato anche il modo di raccontarlo?
“E’ cambiato nel contorno, in quel lavoro che Sky fa benissimo prima e dopo la partita, la presentazione, le statistiche, la lavagna. Quanto al racconto resta il dilemma irrisolto se va fatto per iniziati o per tutti. In Rai ho sempre pensato alla casalinga, Sky certamente ad un pubblico più esperto. Ma soprattutto io penso che noi dobbiamo fare i giornalisti e non vendere un prodotto. Ci sono colleghi che non hanno ancora visto una partita brutta, a me non è successo. E l’ho detto”.
Pure se il basket che ha raccontato è stato quello che oggi manca.
“Ho fatto tv fino al ’95, quando c’erano Milano, Bologna, Pesaro, Caserta. Oggi c’è solo Siena. Che non è un male in sé, il problema è come vince. Siena è una grande squadra, ha un ottimo allenatore, ed una gestione societaria impeccabile. Mentre gli altri non fanno nulla per contrastarla. Se avesse vinto questi quattro scudetti consecutivi lottando fino alla fine, nessuno avrebbe avuto nulla da dire pure nel dominio nell’albo d’oro. Bogoncelli, quando Milano vinceva sempre, si inventava gli avversari, Minucci continua ad ammazzarli…”.
L’ha detto prima, a questo basket manca il fascino delle grandi sfide.
“Vincere a Tel Aviv col Maccabi, o a Mosca con l’Armata Rossa lo erano. Quando c’era una sola squadra italiana in Coppa Campioni ed allora non dovevi mascherare le emozioni. Adesso magari vivi una cosa che ti tocca ma sei lì a soppesare gli aggettivi perché sennò sei tifoso di una e non dell’altra. Anni fa non era così, il fascino era seguire la Coppa Intercontinentale con Cantù, Milano o Roma a San Paolo o Buenos Aires, o la trasferta con la Nazionale di Gamba in America a sfidare i college”.
Quanti personaggi ha incontrato, Decleva?
“Tanti, fantastici. Ma anche qualche stronzo, che è la verità. Tipo quelli che sparirono il giorno dopo in cui smisi di fare la televisione. Con la radio non corri questi rischi. La radio non illude né bara. Come quando ascoltai, era un primo maggio, che Gianni Menichelli era morto in un incidente stradale, rientrando a casa da una cena fatta assieme a Cantù la sera prima. Era un amico, mi aveva introdotto a La Stampa”.
Un aneddoto su tutti?
“Lo striscione dei tifosi di Treviso “Decleva? No grazie, meglio Caccamo” (personaggio-macchietta napoletana di Teo Teocoli). Io risi senza sosta. Caccamo è il cognome di mia moglie”.
Dopo Massimo Carboni, con lei Tuttobasket perde un’altra colonna.
“Sopravviverà. Sarebbe stato peggio se avessimo perso Tuttobasket, qualche anno fa. Ci sono nuovi colleghi in gradi di fare un prodotto di qualità”.
Lei chiuderà la sua esperienza in Rai commentando gli Europei di atletica. Un suo sport, oltre allo sci. Che confronto, col basket?
“Sono sport individuali, dove il giornalista ha bisogno di instaurare un rapporto diretto con l’atleta, non ci sono filtri. Nel basket i risultati si costruiscono durante la stagione, nella continuità dell’impegno. Nello sci e nell’atletica c’è il grande evento. Ed ognuno pensa a se stesso, la squadra non esiste”.
Continuerà a vedere o a seguire il basket?
“Nella mia Trieste non c’è, non me ne vorrà il mio amico Matteo Boniciolli che ha il merito di essere l’unico che crede che si possa sfidare Siena. Il mio rimpianto è che l’ultimo scudetto di Milano, nel ’96, lo vinse Trieste. E se la squadra ci fosse rimasta, forse non sarebbe stato l’unico”.
Un messaggio al mondo che lascia?
“Uno a Boscia Tanjevic. Due anni fa anch’io sono stato operato per un tumore al colon, dal quale si può guarire e vivere bene. L’altro al giornalismo: con la Legge Bavaglio non avremmo saputo nulla dello scandalo arbitrale”.
Stefano Valenti