Basile si prende l'Eurolega: «La gioia più grande, ora posso smettere»
Gianluca Basile, finalmente ce l'ha fatta.
«Di soddisfazioni ne ho avute tante, ma questa... Erano 11 anni che volevo l’Eurolega, da Monaco, quando non giocavo ma perdemmo il derby con la Virtus. E poi avevo sul groppone Tel Aviv, la Fortitudo in finale e quel -44. Ripenso all'oro europeo dell'Italia, all'argento olimpico di Atene, ma probabilmente niente vale questa Eurolega, rincorsa una vita».
Eravate favoriti, ma quando ha capito che ce l'avreste fatta?
«A Parigi c'era un'atmosfera magica. Vinsi qui gli europei con l'Italia, e fra me e me ho pensato "dai che è la volta buona". Ma a dire il vero l'avevo pensato anche l'anno scorso a Berlino, immaginando Cannavaro... Sul +20 in finale ero emozionato, sentivo che potevamo farcela e stavo peggio di prima».
Lei a Barcellona.
«Che anni stupendi, è anche la vittoria di una scelta, quella di venire a qui cinque anni fa. Il club ha speso molto, ma lo spirito catalano è quello che ha sempre condotto i dirigenti. Qui ci credono, i palloni d'oro li fanno in casa. Succede con Messi, Xavi e gli altri, ma pure nel basket con Navarro e Gasol, e i più umili ma decisivi Sada o Grimau».
Quando è svoltata la stagione?
«Dopo gara 2 con Madrid, abbiamo reagito alla sconfitta casalinga convincendoci che eravamo forti. Lì abbiamo battuto le nostre paure. E poi mi sono tolto Messina, che alle Final Four mi aveva sempre eliminato. Sapevo che incontrarlo alla fine sarebbe stato pericoloso e sono convinto che se il Cska avesse avuto ancora lui, poteva finire diversamente».
E adesso che fa? Smette?
«Ora non me ne frega niente, se non ci sarà una squadra che mi vorrà mi ritirerò felice. Sono contento, torno a Ruvo, in campagna. Ho avuto tutto e sì, posso anche smettere. Ci penserò, non precludo nulla, nemmeno l'Italia: prima parlo col Barca, poi vediamo».
Con la Nazionale è un rapporto finito?
«La Nazionale per me conta, ma ho parlato con Meneghin e gli ho spiegato che io giorni di vacanza non bastano. E nemmeno 20, francamente. Sono un cavallo stanco, cosa ci fa l'Italia con uno come me? Occorrono giocatori in grando di dare il massimo, mi piacerebbe esserci anche perché si giocano a Bari però bisogna guardare in faccia la realtà. Rimanessi al Barca, mi hanno già fatto capire che è meglio se resto a casa».
CI andrebbe come capitano non giocatore, a Bari?
«A sventolare l'asciugamano? Lo faccio già qui al Barcellona...».
Dove un campione italiano è circondato da tanti catalani. È un modello copiabile dal nostro campionato?
«No, i giocatori italiani costano troppo. Le società in questo momento sono costrette a scegliere gli americani, meno cari e spesso più forti. La Giba fa un gran lavoro, ma occorre capire che serve una una via di mezzo».
Dediche?
«Ad Abele Ferrarmi e a sua moglie Paola, amici veri che stanno passando un momento difficile. Mi hanno mandato un sms, "alza la coppa". Eccola. E poi a me stesso, perché farcela a 35 anni è tanta roba, e alla mia famiglia».
D.L.