Virtus, tra il nome e il progetto: perché il mancato ritorno di Djordjevic può essere una buona notizia
La Virtus ci ha pensato davvero. Ha chiamato Sasha Djordjevic, gli ha presentato la propria idea e la propria proposta. Ma la risposta è arrivata quando a Bologna sapevano già che sarebbe stata difficile da ottenere. Un tentativo reale, ma anche consapevole dei suoi limiti fin dall’inizio.
Per la società bianconera, Djordjevic rappresentava molto più di un semplice allenatore. Era un simbolo, un volto riconoscibile, un possibile elemento di rilancio per una piazza che vive settimane di incertezza e preoccupazione per il futuro. Un biglietto da visita capace di riaccendere entusiasmo e fiducia dopo una stagione complicata.
Del resto il rapporto tra Djordjevic e Bologna è destinato a rimanere speciale. Il ricordo più forte è inevitabilmente quello dello scudetto del 2021, inatteso e travolgente, arrivato al termine di una stagione passata tra esonero, reintegro e mille turbolenze. Una cavalcata che ha consegnato il tecnico serbo alla storia recente della Virtus.
Ma proprio perché la memoria selettiva tende a trattenere soprattutto i momenti più felici, vale la pena ricordare anche il resto. Nelle sue stagioni bolognesi, al netto della vittoria in Basketball Champions League conquistata da subentrato, la Virtus non sempre raggiunse gli obiettivi fissati dalla società. Anzi, spesso le aspettative rimasero disattese nonostante roster economicamente superiori a quelli delle ultime annate e la presenza di un talento assoluto come Milos Teodosic.
Ci furono sconfitte pesanti, delusioni difficili da digerire e una gestione tecnica che non sempre convinse. Per questo motivo il mancato ritorno potrebbe essere, alla fine, una buona notizia per tutti. Per la Virtus, che evita di affidarsi alla nostalgia. E forse anche per lo stesso Djordjevic, il cui legame con la piazza rimane intatto proprio grazie a quel trionfo che nessuno dimenticherà.
Nel frattempo il casting per la panchina continua. I nomi sul tavolo che si conoscevano si sono progressivamente ridotti: Alex Mumbrú, Pierre Poupet, Aleksandar Sekulic, fresco vincitore dell’ABA Liga, e Jaka Lakovic, reduce dalla fine dell’esperienza a Gran Canaria in un contesto reso complicato da problemi tecnici ed economici.
È qui che nasce la vera domanda: alla Virtus serve un nome per vendere entusiasmo o un progetto per costruire il futuro?
La dirigenza ha sondato molte piste. Alcuni candidati hanno chiesto garanzie economiche e tecniche ritenute eccessive. Altri possiedono il curriculum richiesto ma non convincono completamente. Oggi la scelta sembra ristretta a pochi profili. Tra questi, Jaka Lakovic appare forse quello più interessante: un passato da giocatore di alto livello, una buona capacità di lavorare con i giovani e risultati europei che meritano attenzione.
L’idea della Virtus sembra chiara. Chi arriverà dovrà avere soprattutto voglia di allenare e mettersi in gioco. La chiamata della V nera resta prestigiosa, ma oggi il club cerca convinzione reciproca e tempi rapidi.
Anche perché gran parte dell’ossatura italiana è già delineata. Da Hackett a Diouf, passando per Baldasso, Casarin e Ferrari, manca ancora un tassello che sarà probabilmente marginale nel gruppo italico, ma il nuovo allenatore sarà chiamato soprattutto a definire il volto degli stranieri. Al momento soltanto Alston e Diarra sembrano destinati a rappresentare certezze assolute. Tutto il resto dipenderà dalla visione tecnica di chi siederà in panchina.
Nel frattempo è ai saluti Carsen Edwards. La guardia americana è in direzione Zalgiris, pronto a costruire attorno a lui un sistema tecnico probabilmente più adatto alle sue caratteristiche. Lo scorso anno il suo nome fu capace di alimentare l’entusiasmo, ma è stato un rapporto d’amore e odio.
Eppure il futuro della Virtus resta ricco di significato. Il prossimo sarà l’anno del centenario, quello dell’ingresso nel nuovo impianto dopo il passaggio iniziale dal PalaDozza. Un appuntamento storico che impone alla società di presentarsi con una squadra competitiva e un’identità riconoscibile.
Per questo il dibattito torna inevitabilmente al punto di partenza. Djordjevic sarebbe stato il nome capace di coprire temporaneamente le crepe e restituire speranza immediata a una piazza ferita. Ma la speranza, nello sport professionistico, dura poco se non è sostenuta dai risultati.
Oggi alla Virtus serve soprattutto un progetto. Perché alla fine è sempre quello che determina il successo. E se Djordjevic continua a essere così amato a Bologna, è proprio perché in due settimane è riuscito a trasformare un progetto costoso e vincente in uno scudetto che nessuno si aspettava.