Vigevano: i ricordi di Mario Mussini

30.09.2009 18:28 di  Roberto Bernardini   vedi letture

Stavo preparando un editoriale di tutt'altro genere quando trovo nella mia posta personale questo scritto da parte di Mario Mussini, un bravo giocatore vigevanese che partecipo' attivamente alla promozione in serie A/2 dell'allora Mecap Vigevano, oggi, è uno stimato Professore di Educazione Fisica nonché promotore e allenatore di minibasket nella città lomellina. Il testo è ricco di episodi, molti di più di quanti ne ricordi, vissuti in prima persona. E allora, Vigevano ritorna nel secondo campionato pro, la prima volta che vide la serie A (allora Prima Serie) fu nel lontano 1961, una piazza storica del basket che merita i ricordi e gli auguri finali del Prof. Mussini, per tutti "Mucho".

Nessuno ha mai detto che, uno degli episodi più importanti della storica promozione in Serie A2 nel 1976, vide protagonista Alessandro Franzin e si trattò di una finta in difesa. Solitamente questo fondamentale viene usato dall’attaccante per sbilanciare il difensore, mentre in quell’occasione fu esattamente il contrario.

Giocavamo a Chieti la prima partita della poule finale a tre (l’altra squadra era la Juve Caserta) e quindi non si potevano fare conti: bisognava vincere sempre! Noi eravamo decisamente più forti di entrambi, ma il clima degli spareggi, in generale, gioca brutti scherzi.

A Chieti, poi, ci siamo complicati la vita con un fatto che, inizialmente ritenuto utile alla squadra, si dimostrò un vero e proprio boomerang: lo sponsor Mecap aveva una filiale a Lanciano, a pochi Km. da Chieti e a quella partita vennero mandati a fare il tifo per noi 300 operai vestiti con magliette, sciarpe e berrettini della Mecap. Il pubblico di casa li accolse al grido:” Schiavi .. Schiavi...” e per noi l’accoglienza fu ostile al massimo, mentre i nostri avversari giocarono caricatissimi.

Stavamo giocando gli ultimi dieci secondi e la squadra di casa conduceva per un punto e aveva una rimessa laterale: partita praticamente vinta. Incrociai lo sguardo sconsolato di Pasini, ma io feci segno di no con la testa: non la sentivo ancora finita!

Franzin fissò il suo diretto avversario e, improvvisamente, fece la famosa finta: inizialmente lo lasciò smarcare, ma poi allungò leggermente lo scivolamento difensivo di quel tanto che lo costrinse a ricevere la palla oltre la linea di metà campo, commettendo un’evidente infrazione. Io ero piazzato bene e ho visto benissimo tutto, l’arbitro Baldini fischiò con determinazione (e anche con un certo coraggio), nel clima infuocato degli ultimissimi secondi. Il resto è noto a tutti: rimessa e palla a Malagoli che riceve in posizione di ala sinistra e che palleggia fino alla sua “mattonella” sul lato destro e che, all’ultimo secondo e da otto metri abbondanti, lascia partire il tiro che si infila nel canestro sfiorando appena la retina, quando un nostro avversario era sottocanestro con le braccia già alzate! Un trionfo ed un inferno, col pubblico inferocito. Ne fece le spese proprio Franzin, colpito alla testa da una lattina di bibita pressata in modo da far male e lo fece. Nulla di grave, per fortuna, e nulla di grave neanche agli operai di Lanciano che stettero muti tutta la partita, zittiti dalle minacce degli altri tifosi.

Rischiammo veramente di perdere contro una squadra che, alla Carducci, non ci aveva minimamente impensieriti.

La seconda partita di quella poule, contro Caserta in casa, fu persa malamente. Nessuno si sarebbe aspettato una partita simile da parte dei casertani ed io sono convinto che fossimo decisamente più forti di loro, ma nel gioco della pallacanestro succedono cose molto strane capaci di sovvertire qualsiasi pronostico. Gavagnin, nome storico del basket italiano e allora allenatore del Caserta, aveva studiato una difesa speciale su Malagoli, marcato strettissimo da Gambardella, con raddoppi sistematici degli altri giocatori. Riuscì a sorprenderci e portò via dalla Carducci due punti pesantissimi. Cioffi, il loro pivot, aveva fatto il resto, giocando di fisico sottocanestro e vincendo i duelli sia contro Crippa che contro Delle Vedove. Solo Albanese riuscì a tenerlo un pochino, ma fu messo in campo troppo tardi e Pasini si beccò una sonora contestazione dal pubblico locale.

Quello, purtroppo, anche se ci portò in serie A, fu uno dei peggiori campionati disputati dalla mia squadra, se facciamo i giusti rapporti fra costi e ricavi: perdemmo troppe partite, anche contro alcune squadrette e Pasini, alla sua prima vera esperienza, doveva fare i conti con l’amalgama da creare da zero, motivare una squadra che aveva quasi subito conquistato la promozione alle fasi successive, ma che doveva disputare una serie interminabile di partite che non contavano nulla, a causa di una formula cervellotica che vedeva una prima fase troppo lunga e due fasi finali più intense e più brevi.

Nella seconda fase, a 4 squadre, vincemmo sempre, tranne la trasferta di Caserta, e poi ci fu la poule finale a tre.

Liquidato senza problemi il ritorno con Chieti in casa nostra, andammo a Caserta con un imperativo: vincere per disputare lo spareggio. Sia chiaro che, se avessimo vinto in casa con Caserta, avremmo dovuto comunque vincere fuori per evitare lo spareggio, quindi era solo un problema psicologico, ma almeno potevamo contare su di una squadra matura ed esperta.

Prima dell’inizio della partita, guardando il tifo casertano, ero di fianco a Colombo che rideva degli insulti del pubblico, con la sua immancabile sigaretta accesa. Approfitto del buonumore e gli dico:” Sa, presidente, non riesco a rendermi conto che noi oggi potremmo anche perdere”.

Mi rispose con un “bene, bene”.

La partita era stata dominata da noi, anche se fu vinta con molta fatica e con attimi di suspance fino all’ultimo e devo ricordare l’ottima prestazione di Andrea Brogi che, oltre ad aver realizzato 12 punti, difese benissimo sui lunghi avversari, anche su Cioffi.

Tra noi e Caserta, c’era una differenza notevole a nostro vantaggio, ma, come già detto, il clima può rendere certe partite difficili: quell’anno avevamo incontrato Caserta 6 volte!! A Natale qualcuno in società ebbe la brillante idea di andare a Caserta a fare un torneo del cavolo, che servì solo ai nostri avversari per conoscerci e prendere le misure. In realtà c’eravamo andati anche per conoscere noi i casertani e questo fu un errore perché la squadra più forte eravamo noi. Poi giocammo nella seconda fase, dove vincemmo bene in casa e ci presentammo a Caserta al ritorno quando entrambe eravamo già matematicamente qualificate, noi sicuri al primo posto e loro sicuri al secondo, qualsiasi risultato accadesse. Allora perdemmo di due punti perché l’arbitro Vitolo confidò a Pasini che non se l’era sentita di perdere l’aereo del ritorno per una partita che non contava nulla e non ci fischiò un fallo colossale che ci avrebbe portato ad un tempo supplementare. Poi le tre partite già dette e cioè nella terza ed ultima fase, più lo spareggio di Livorno. Io continuo a dire che eravamo troppo più forti del Caserta, ma certe partite sono particolari ed una vecchia volpe come Giovanni Gavagnin, giocatore dell’Ignis Varese, ci aveva studiato troppo bene e riuscì a fermarci proprio nella partita di andata a Vigevano.

Dello spareggio devo dire che si è visto di tutto, meno che del bel gioco. Tra gli episodi più esaltanti ed emozionanti, ricordo bene che a fine partita, a più tre per noi, Egidio Delle Vedove, nonostante il grande giocatore che è stato, si trovò la palla sotto canestro, ma sbagliò clamorosamente, prese il rimbalzo, tirò ancora e sbagliò ancora il canestro della sicurezza: scherzi dell’emozione? Adrenalina? (beh, io devo stare zitto, visto che, prima di lasciare la camera per andare al palazzetto, pur sapendo che non avrei giocato, continuavo ad andare in bagno… Albanese, mio compagno di camera, se lo ricorda bene!).

Poi Caserta pareggiò e si finì al supplementare. Verso la fine del quale, noi avanti di uno, subiamo un contropiede del Caserta, con Borlenghi che stava penetrando dal fondo in piena velocità, ma subì una stoppata da dietro da Pippo Crippa che, praticamente, chiuse la partita e qui è giusto fare alcune riflessioni: io ho visto bene e, sfacciataggine e partigianeria a parte, sono sicuro che Pippo, giocatore di serie A per una vita, umile, e gran lavoratore in campo, abbia fatto una grande impresa a fare quella stoppata, in quanto a tempismo ed esperienza; sono sicuro che abbia toccato solo il pallone e non il giocatore, ma mi metto nei panni dei nostri avversari, come di chiunque altro: che cosa direste se un giocatore di due metri per oltre cento chili, in piena velocità, gran saltatore, viene stoppato da dietro da un giocatore famoso per non essere un saltatore, per quanto con le braccia molto lunghe? (noi prendevamo in giro Pippo dicendo che lui si accomodava la calze senza piegarsi…). La fisica ha le sue esigenze e quando realizzai che Vitolo e Duranti, ossia i migliori fischietti italiani in assoluto, non fischiarono quella stoppata, capii che stavolta era fatta davvero. I nostri avversari protestarono come matti ed il loro pubblico stava entrando in campo, ma il nostro era numericamente superiore ed accaldato.

Ma Vitolo, l’arbitro che già una volta aveva legato il suo nome ad una beffa vigevanese (v. la famosa partita contro la Snaidero dfel 1968), ne inventò ancora una delle sue: mentre Franzin, pallone sotto il braccio, piede perno, vicino alla metà campo, si stava divincolando dalle botte che riceveva da tutte le parti, gli fischiò fallo sostenendo che, con un gomito, avesse colpito un avversario. Sentii un brivido lungo la schiena, ma è stata solo questione di un attimo: con il regolamento dell’anno precedente, il Caserta avrebbe avuto due tiri liberi a tempo scaduto e noi eravamo avanti di un solo punto; mentre, col regolamento di quell’anno, essendo noi in possesso di palla, Caserta ottenne solo una rimessa laterale.

Donadoni non fece nemmeno in tempo a toccare la palla che la sirena suonò per il nostro tripudio. Ricordo solo il massaggiatore Bollati che, gridando di gioia, controllava il presidente Colombo, per paura che stesse male e io ricordo che, afferrata una bandiera di un tifoso, continuavo a saltare per il campo sventolandola… e poi … festa grande.

Era il 26 giugno del 1977. Nel viaggio di ritorno, essendo io nato il 27 giugno, all’autogrill ho festeggiato il compleanno offrendo le consumazioni a tutti.

Chi avrebbe immaginato, allora, che sarei stato privato della gioia di giocare in serie A proprio a casa mia?

 

Dopo 32 anni da allora la mia città si sta preparando a ritentare l’avventura nella serie A, che intanto è diventata campionato professionistico.

I problemi restano gli stessi: come allora si gioca a Novara, perché il Palazzetto, non è ancora pronto, esattamente come allora (chi mi conosce sa la fatica che faccio a non parlare dell’argomento!); le difficoltà economiche sono rese ancora più evidenti da una situazione critica del mondo imprenditoriale; ma, per fortuna, i tifosi sono sempre più numerosi e molto più organizzati, anzi è giusto dire che quest’anno hanno anche raccolto fondi per la società;

Per quanto riguarda i nostri bravissimi giocatori: coraggio ragazzi e fateci sognare!

 

Mario Mussini