Dino Meneghin e Gigi Datome e la loro avventura in Olimpia Milano

12.01.2026 14:50 di  Iacopo De Santis  Twitter:    vedi letture
Dino Meneghin e Gigi Datome e la loro avventura in Olimpia Milano
© foto di Olimpia Milano

75 minuti insieme a Dino Meneghin e Gigi Datome. Uno rappresentava l’era Olimpia degli anni ’80; l’altro l’epoca più recente. Il loro percorso in biancorosso è stato simile: Meneghin aveva completato l’epopea varesina, le dieci finali europee consecutive, aveva 31 anni e per molti era a fine carriera; Datome di anni ne aveva quasi 33 e aveva già conosciuto la NBA e il grande viaggio con il Fenerbahce, ma gli mancava vincere in Italia e farlo da protagonista. 

“Avevo un’offerta importante da Venezia – ricorda Meneghin -, che era un progetto in crescita, ma ricevetti la chiamata di Toni Cappellari, il general manager dell’Olimpia, e poi parlai con Dan Peterson. Mi illustrò tutte le caratteristiche dei miei futuri compagni di squadra. Alla fine del pranzo avevo la sensazione di essere a Milano da una vita. Scelsi l’Olimpia per la storia, per giocare per vincere non per fare bene e poi era vicina a Varese. A quei tempi però non c’era il navigatore: per andare all’allenamento usavo il tuttocittà. Sbagliavo sempre. Arrivavo mezz’ora prima o cinque minuti dopo. Per un po’ andò così”.

“Nel 2015 avevo avuto la possibilità di venire a Milano, ma in quel momento le nostre strado non coincidevano. Io avevo la possibilità di andare in un club con la prospettiva di vincere l’EuroLeague, CSKA Mosca o Fenerbahce. Scelsi il Fenerbahce. Nel 2020 però le cose erano diverso, avevo capito che il mio ciclo a Istanbul era finito. E invece l’Olimpia era dove era il Fenerbahce quando firmai per loro. E poi volevo vincere in Italia. Quando sei un ragazzino vuoi vincere lo scudetto in Italia non pensi alla Turchia. Mi mancava quello. A Roma avevo perso la finale. A Siena l’avevo vinto ma di fatto non giocavo”, ricorda Datome.

Dino Meneghin: “A Milano mi consideravano un nemico, ero il fumo negli occhi. Poi arrivo e mi rompo il menisco. E la squadra senza di me fatica. A Pesaro persero di 45 punti. Vidi la partita a casa con mio padre. Mi disse che avremmo vinto lo scudetto, sembrava una battuta. Ma quella fiducia che sentii in lui fu uno stimolo”.

Gigi Datome: “Il mio primo anno a Milano abbiamo vinto la Supercoppa a Bologna, poi abbiamo dominato la Coppa Italia e giocato le Final Four di EuroLeague. Avevo una borsite, giocai poco in una semifinale che si risolse su un tiro, sbagliato da Kevin Punter, segnato da Cory Higgins. Fossimo andati in finale magari avrei giocato di più. Non ero al meglio, in campo gli altri andavano bene. Quando giochi una Final Four sai che puoi vincerla e che devi afferrare l’opportunità se si presenta perché potrebbe non capitare di nuovo. Infatti, è quello che è successo. Poi perdemmo la finale con Bologna. Fu una grande stagione ma andammo in vacanza delusi. Ci ha dato la carica per la stagione successiva”.

DM: “La finale di Grenoble con Cantù, proprio Cantù, è la partita che vorrei rigiocare. Avevo fatto dieci finali con Varese. A Milano si aspettavano che avendo più esperienza di tutti potessi giocarla bene. Non è che la giocai male, non la giocai per nulla, e non so spiegarmelo. Feci zero. Se potessi rigocarla, non so come finirebbe, ma non giocherei peggio. Se fossi rimasto a casa Coach Peterson e l’Olimpia avrebbero una Coppa dei Campioni in più”.

GD: “Dopo le Final Four facemmo un’altra grande stagione. Ricordo che avrei voluto evitare l’Efes nei playoff perché avevano già vinto, erano esperti. Poi perdemmo Melli e Delaney, avevamo già perso Mitoglou. Ma con i se e con i ma non si fa la storia. Vincere un’EuroLeague significa stare bene proprio quando conta. Andò così. Ma ci prendemmo la rivincita nei playoff: era scoppiato il conflitto in Ucraina e tanti giocatori forti si erano liberati. La Virtus, che aveva già Teodosic, Belinelli, prese Daniel Hackett e Toko Shengelia. Sembrava più forte. Aveva il fattore campo a favore. Invece vincemmo noi. Finalmente, ebbi il mio scudetto ed evitammo un’altra estate da delusi”.

DM: “Salonicco era il peggior campo d’Europa a quei tempi. Andammo in campo e ci tirarono di tutto. Le dracme greche pesavano come mattoni. Tornammo dentro. Riprovammo a uscire. Stessa cosa. Allora entrammo insieme all’Aris così non ci tirarono nulla. Ero abituato: andavi in Grecia perdevi di 19, poi in casa li battevi di 20. Quando perdemmo di 31 non pensavo ovviamente di rimontare ma qualche speranza ce l’avevo. Bob ha detto che è stata la gara più intensa della sua vita. Coach Peterson dicendoci che voleva semplicemente vincere, anche di un punto, ci tolse un po’ di pressione. Ma quando loro cominciarono a gestire il ritmo nel secondo tempo capii che avevamo commesso un errore. E rimontammo il meno 31. E’ stata la sintesi dello spirito Olimpia: ribellarsi alla sconfitta, tutti coesi in campo e fuori fino ad arrivare al pubblico. Se devo pensare ad una festa penso a quell’invasione di campo”.

GD: “Ho avuto grandi compagni di squadra. Chacho Rodriguez era un leader per l’entusiasmo che portava ogni giorno in campo. La gente pensa che i leader siano quelli che parlano tanto, ma alle volte basta un gesto, la fiducia che mostri anche camminando, con uno sguardo. Lui era così. Quando vincemmo lo scudetto del 2022 lui aveva già deciso di tornare al Real Madrid e non avrebbe permesso che perdessimo. Kyle Hines quando lo avevi in campo ti faceva sentire protetto, al sicuro. Nik Melli adesso che ha vinto l’EuroLeague si è anche sbloccato. E’ uno di quei giocatori che quando devi vincere vincono, aldilà delle statistiche. Insieme abbiamo vinto tanto sia al Fenerbahce che a Milano. Purtroppo non in Nazionale”.

DM: “Peterson chiamava un gioco e Mike D’Antoni ne chiamava un altro. E il Coach stava zitto perché sapeva che Mike in campo aveva il polso della squadra. Era un secondo allenatore: non avevo dubbi che avrebbe fatto una grande carriera da coach. McAdoo lo chiamavano McDid, cioè uno che aveva fatto ma non poteva fare di più. Invece è stato straordinario. Ricordo come fosse oggi il tuffo di Livorno. Non aveva mai fatto niente di simile e mi ha confessato che non ha idea di perché l’abbia fatto a Livorno. Di Premier racconto un aneddoto: lui era solito prepararsi un beverone salutare di integratori, poi andava a farsi la doccia e all’uscita lo beveva. Mi divertivo a inzuppare il calzino sporco e poi vederlo bere il suo intruglio senza sospetti. Siccome continuava a giocare sempre meglio, mi è venuto il dubbio che il segreto fosse nel mio calzino”.

GD: “Avevo visto una giocatrice storica del Fenerbahce femminile ritirarsi da MVP di una finale. Pensai fosse una grande cosa, una fonte di ispirazione. Prima di Gara 7 del 2023 avevo già deciso di ritirarmi. Mio padre mi diceva di giocare e pensarci dopo, ma ero deciso. Mia moglie era più nervosa di me. Poi abbiamo vinto lo scudetto e sono stato MVP. Non poteva esserci modo migliore di fermarmi. Non meritavo il trofeo di MVP della serie, al massimo dell’ultima partita. In quella stagione avevo avuto tanti problemi: tutti erano pronto per scendere di livello. Nessuno pensava potessi reggere un altro anno a Milano”.

DM: “Mi ero stirato poco prima della finale di Coppa dei Campioni del 1987 contro il Maccabi. Giocai tutta la partita correndo sui talloni e alla fine ebbi una crisi di crampi. Ma non mollai. Vinsi una palla a due, eravamo in attacco. McAdoo mi fece un teorico assist. Dovevo solo appoggiare la palla della vittoria nel canestro, ma mi cedette la gamba e sbagliai. Vincemmo lo stesso. Da quel momento, McAdoo non mi ha più lasciato in pace. In allenamento, fingeva di sbagliare un terzo tempo e poi diceva “Ehi Mike, guarda come Dino stava per farci perdere la finale”. Il vero problema è stato quello”.

GD: “Non ho avuto la fortuna di giocare con Meneghin ma ho avuto la fortuna di non averlo mai da avversario. Non l’ho visto abbastanza, ma mio padre mi ha parlato di lui. E lui è semplicemente Meneghin. Basta il nome, anche oggi, e sai di chi stai parlando. Una volta eravamo a Milano con i migliori ragazzi di terza media e lui era lì come… come Meneghin”.

DM: “Oltre il giocatore, Gigi è una persona di spessore. Sono sicuro che se andassimo fuori a cena parleremmo di tante cose e non solo di pallacanestro. Mi piace anche questo di lui, oltre le qualità che non sono poche se è uno che è andato nella NBA. L’unica cosa che manca alla mia carriera”.