Pistons “di riserva” ma di lusso: Chicago cede alla profondità di Detroit
Almeno sulla carta, si parlava di un “duello tra squadre B” per questo Pistons vs Bulls, ma il parquet ha raccontato qualcosa di più interessante: quando le stelle mancano, emergono gerarchie nuove. Senza Cade Cunningham, Jalen Duren e Tobias Harris da una parte, e senza Josh Giddey e Coby White dall’altra, la prima metà di gara si trasforma in un faccia a faccia inatteso tra Isaiah Stewart e Ayo Dosunmu. Il lungo dei Pistons, solitamente chiamato a fare il lavoro sporco dietro, diventa il riferimento offensivo di Detroit, attaccando con decisione e sfruttando ogni spazio concesso dalla difesa dei Bulls. Chicago, dal canto suo, si aggrappa all’energia del suo sesto uomo, con Dosunmu che entra dalla panchina e cambia ritmo, tenendo in piedi l’attacco e approfittando della superiorità a rimbalzo per generare seconde opportunità. Le percentuali, però, restano basse da entrambe le parti: tanto impegno, poco cinismo, e il 52-50 di metà gara fotografa una sfida sporca, fatta di contatti e dettagli, in cui Detroit resta quasi sempre avanti ma senza mai riuscire a scappare davvero.
Al rientro dagli spogliatoi, Chicago prova a cambiare marcia soprattutto nella propria metà campo. I Bulls alzano il livello di aggressività difensiva, stringono le linee di passaggio e, complice il risveglio di Matas Buzelis e Nikola Vucevic, sembrano pronti a ribaltare l’inerzia: le triple cominciano a entrare, il pick-and-pop di Vucevic diventa un’arma, mentre Detroit continua a vivere in gran parte sulle spalle di Stewart, ancora una volta faro offensivo in un contesto in cui le soluzioni non abbondano. Dosunmu, sempre in uscita dalla panchina, resta una costante, punendo ogni distrazione e tenendo Chicago agganciata. Il “momentum” sembra girare verso i Bulls per un intero quarto, ma è un dominio fragile, legato più alla fiammata che a una reale superiorità strutturale: appena l’energia cala di un mezzo giro, Detroit torna a respirare e si prepara a giocare la carta che farà la differenza nel finale, quella della profondità e della qualità del proprio supporting cast (76-77).
È infatti nell’ultimo periodo che i Pistons mostrano di avere, anche in emergenza, più risorse di quanto dica la classifica. Attorno a un Isaiah Stewart in serata di grazia, capace di chiudere con una prova da uomo copertina (31 punti), si accende tutta la panchina di Detroit: Ron Holland lotta a rimbalzo e regala possessi extra, Chaz Lanier trova ritmo dall’arco, Javonte Green mette il sigillo in difesa con letture e intensità, mentre Daniss Jenkins orchestra l’attacco con lucidità da veterano, distribuendo assist in serie (15) e compensando l’assenza di Cunningham nella gestione del gioco.
Possesso dopo possesso, i Bulls cominciano a sbriciolarsi: le soluzioni si fanno forzate, le gambe pesano, la fiducia evapora. I 64 punti combinati di Dosunmu, Buzelis e Vucevic non bastano a evitare il crollo finale, perché dall’altra parte ogni tassello dei Pistons fa il proprio lavoro “molto bene”, come recita il copione delle squadre che vincono di collettivo. Il 108-93 con cui si chiude la serata non è solo un margine ampio: è la fotografia di una Detroit che, pur decimata, trova identità e risposte dalle sue seconde linee.