I Thunder sorpresi si inchinano ai tiratori dei Miami Heat
La striscia si ferma a cinque. I Thunder campioni in carica arrivano a Miami con l’aria di chi ha preso il controllo della regular season, ma tornano a casa con una sconfitta che pesa più del semplice 122-120 finale. Shai Gilgeous-Alexander ne mette 39 e per lunghi tratti sembra avere la partita nel palmo della mano, ma la serata si complica presto con l’uscita per infortunio di Jalen Williams, fermato da un problema alla coscia nel secondo quarto. Da lì in poi Oklahoma City continua a comandare nel punteggio, senza però riuscire mai a chiudere davvero i conti: il margine resta sempre fragile, perché gli Heat, pur privi di Tyler Herro, Davion Mitchell e Jaime Jaquez Jr, trovano energia e fiducia.
Erik Spoelstra accetta di vivere e morire con il tiro da tre punti e la scelta paga: Miami chiude con un 20/50 dall’arco che tiene in piedi la gara anche nei momenti in cui l’attacco a metà campo fatica a creare vantaggi puliti. Bam Adebayo firma un irreale 6/10 da tre, nuovo massimo in carriera, e allarga il campo come un esterno, mentre Andrew Wiggins si muove nell’ombra per tre quarti prima di colpire quando conta davvero. E Simone Fontecchio non si fa pregare, contribuendo con 13 punti (2/4 da tre), 5 rimbalzi e 3 assist in 17'36". Il resto lo fanno i 21 rimbalzi offensivi del Heat, che generano 33 punti su seconde opportunità contro i soli 9 del Thunder: un abisso che si traduce in 111 tiri tentati da Miami contro i 77 di Oklahoma City, quasi una partita in più giocata sullo stesso parquet. Anche quando SGA trova il modo di tenere avanti i suoi, la sensazione è che ogni possesso perso a rimbalzo possa diventare una crepa pronta ad allargarsi.
Il finale è la sintesi perfetta della serata. A un minuto dalla sirena, Thunder ancora davanti 120-117, ma un altro rimbalzo offensivo di Adebayo apre la porta ai liberi che riportano sotto gli Heat, prima che la tripla di Wiggins ribalti definitivamente l’inerzia e il punteggio. Oklahoma City avrebbe comunque due chance per rimettere la testa avanti o almeno pareggiare: prima con un alley-oop disegnato sulla rimessa per Chet Holmgren, che però non riesce a chiudere in acrobazia, poi con Alex Caruso che si prende il tiro da tre della possibile vittoria e lo manda corto. Sono dettagli, ma raccontano la differenza tra una squadra che, pur campione in carica, deve ancora imparare a chiudere certe partite sporche, e un gruppo come Miami che, anche senza diverse pedine chiave, trova identità in un basket semplice: spacing, rimbalzi, fisicità e la freddezza di chi sa aspettare il momento giusto per colpire.