Italia - Serbia: l’uscita di Pozzecco e l’attimo fuggente della partita

13.09.2022 11:30 di Paolo Corio Twitter:    vedi letture
Italia - Serbia: l’uscita di Pozzecco e l’attimo fuggente della partita
© foto di fiba.basketball

Come tanti fuoriclasse tutti genio e sregolatezza, da giocatore Gianmarco Pozzecco non era così convinto dell’importanza della figura dell’allenatore. Diventato a sua volta coach, ha cambiato idea per forza di cose, mantenendo però la convinzione che si possa essere allenatore in maniera diversa, gestendo la squadra quasi da giocatore aggiunto. Una scelta decisamente fuori dagli schemi (alla Poz, appunto), alla quale non ha derogato nemmeno come ct dell’Italia tanto nel rapporto con i ragazzi in maglia azzurra (tutti amati, incoraggiati e abbracciati a prescindere) quanto nel modo di vivere la partita, cioè esultando a ogni canestro come fosse un compagno seduto in panchina e sempre sul punto di stracciarsi la camicia (come davvero fece quella famosa volta a Varese) per protestare contro le decisioni arbitrali a sfavore. 

Una scelta che in questo Eurobasket ci ha più volte fatto pensare alla Nazionale come a una sorta di gruppo autogestito dal punto di vista tattico, con la saggia esperienza di Datome e Melli e la mano calda con testa fredda di Fontecchio a risolvere sul parquet le situazioni più delicate. Ma le partite destinate a entrare nella leggenda, esattamente come quella della vittoria dell’Italia sulla Serbia a Berlino, non hanno quasi mai niente a che fare con la lavagnetta: nascono da quelle corde interiori che certi giocatori hanno, ma che bisogna comunque saper toccare. E in questo Pozzecco s’è rivelato un maestro anche con quella istintiva ed efficacissima uscita dal campo dopo l’espulsione. Un allenatore “tradizionale” se ne sarebbe andato scuotendo il capo o agitando i pugni e imprecando in segno di protesta, mentre il Poz è stato naturalmente cinematografico, nei modi come nei tempi: l’abbraccio a tutti i suoi ragazzi come se fuori dalla Mercedes-Benz Arena ci fosse già un’automobile a motore acceso pronta a (de)portarlo chissà dove, la stretta di mano a Pesic, il cinque a tutta la panchina serba, il saluto a Sasha Danilovic prima delle lacrime e della pacca sulla spalla del massaggiatore della Grecia vicino al tunnel degli spogliatoi. 

Un’uscita di scena “pozzescamente” vera, ma anche una scena da film che con il senno di poi, cioè dell’incredibile 94-86 per gli azzurri sulla Serbia, ci ha fatto venire in mente il finale de “L’attimo fuggente”, in cui Robin Williams (alias John Keating, professore di letteratura convinto che possa esserci un altro modo di insegnare proprio come Pozzecco pensa che ci possa essere un altro modo di allenare) lascia l’aula e riceve il saluto dei suoi ragazzi che uno a uno salgono sul proprio banco esclamando “O capitano! Mio capitano!” per fargli capire che hanno recepito l’invito a non avere paura di vivere fuori dagli schemi precostituiti. Proprio come Pozzecco ha fatto da giocatore e da allenatore chiede oggi di fare ai suoi ragazzi: un invito che tanti degli azzurri non erano ancora riusciti a mettere in pratica al Forum di Milano, ma che ha incredibilmente funzionato nel momento in cui non avevano più nulla da perdere contro la strafavorita Serbia. 

Non a caso il primo a salire sul banco, esclamando idealmente “O coach! Mio coach”, è stato Marco Spissu, che ha ritrovato di colpo quella sfrontata determinazione e quell’irrazionale coraggio nel quale il Poz si rivede. E che a noi hanno fatto rivedere Pozzecco (oltre che Polonara al posto di Galanda nel tirare triple da distanza siderale) in un’altra leggendaria partita dell’Italia in terra tedesca: non era Berlino ma Colonia, non era una sfida “dentro o fuori” ma un’amichevole pre-olimpica, però quel 95-78 degli azzurri nel 2004 sul fortissimo Team Usa (con tanto di inchino del Poz al pubblico dopo aver battuto Allen Iverson in penetrazione) è stata un’impresa nata da quella stessa capacità di voler cogliere l’attimo fuggente della partita a dispetto di qualsiasi convenzione e pronostico. Quello che gli azzurri dovranno cercare di replicare mercoledì pomeriggio contro la Francia: i giocatori con le corde giuste ci sono, il ct capace di toccarle pure, a patto che rimanga in panchina anziché finire di nuovo chiuso nello spogliatoio. (Paolo Corio)