Corsolini: «Il basket merita più rispetto»
«Il futuro del basket dovrebbe avere un cuore antico: vorrei un "Protocollo di Kyoto" anche per il mondo della palla a spicchi». È un'esortazione appassionata quella con cui Gianni Corsolini sigilla il suo atto d'amore per la pallacanestro, ovvero "Quei sessantanni della mia vita con gente di basket" (Alba Libri, 10 euro, in vendita nelle librerie di Cantù) il volumetto che questo bolognese trapiantato in Brianza, allenatore, manager, direttore sportivo e soprattutto amante appassionato di pallacanestro, ha riempito di aneddoti, personaggi, episodi, discussioni, decisioni (tante prese da lui), che hanno fatto la storia di questo sport a Cantù e non soltanto. Ma che cosa si intende precisamente con "Protocollo di Kyoto" per il basket? «Il rispetto delle regole e, prima ancora, delle persone - spiega Corsolini - la capacità di non ridurre questo sport a un risultato o alle statistiche, ma di viverlo come una emozione collettiva». Lo storico dirigente della Pallacanestro Cantù spiega i motivi che l'hanno spinto a scrivere. «Non l'avrei mai fatto senza la spinta dell'editore, Clirim Muca. Ho voluto fare "Gente del basket" per quei malati della pallacanestro come me. Tutto nasce da un incontro di poesia organizzato dall'amico Alberto Figliolia. C'erano Alda Merini e tanti altri, io mi sentivo un pesce fuor d'acqua, ma in fondo ho sentito che anche i miei anni di basket erano poesia. Figliolia, che firma la postfazione, ha insistito perchè scrivessi; l'ho fatto, e non è stato facile, un conto è buttar giù 20 righe di basket, un altro sintetizzare 60 anni di vita». Seguendo il filo della memoria a braccetto con Corsolini si scopre che fu lui a credere per primo nel talento di Carlo Recalcati (che gli dedica una bella prefazione), e che consigliò alla società di Cantù il grande allenatore Arnaldo Taurisano e fece chiamare al telefono dalla moglie Mara (che parla lo spagnolo) l'asso argentino Alberto De Simone. E ancora, anni dopo, a insistere per Pace Mannion, Alessandro Zorzolo, il mitico Alberto "Lupo" Rossini. Fu sempre Corsolini a spingere per quel Notiziario del basket che ancora oggi attende i tifosi canturini sui seggiolini del Pianella. E poi gli amici, i tanti amici: Beppe Viola, Sandro Gamba, Luciano Bianciardi, Franco Bonetti, Aldo Giordani... A 77 anni (ma non li dimostra), Corsolini si commuove ancora per quel ragazzo che veniva in città alla palestra Negretti a guardare la Comense per prendere qualche idea da portare a Bologna nella sua squadra delle giovanili in cui militava pure la futura moglie Mara. «La Comense giocava il basket che noi sognavamo e io studiavo il loro gioco -spiega - Mara poi ha messo nel cassetto basket e laurea in legge per seguirmi nel mio vagabondare e per crescere tre figli. Dieci cambiamenti di casa. Prima Bologna, poi Cantù, poi Udine, poi di nuovo Cantù con le grandi vittorie, gli scudetti e le coppe internazionali». Negli anni '70 proprio Gianni Corsolini ottenne dalla Federazione l'ok per il secondo straniero. Oggi ci sono interi quintetti (compreso quello di Cantù) composti da atleti di altri Paesi. «So che vado controcorrente - dice ancora - ma io vorrei il ritorno a due stranieri e più giocatori del territorio. E mi ritengo offeso quando sento dire che i giocatori nostrani costano troppo. È impensabile, poi, pretendere che in tre anni una squadra vinca tutto. Ci vogliono pazienza e coraggio. E non è neppure vero - lo si vede guardando la classifica - che le squadre che stanno in alto sono quelle che hanno più quattrini, come dimostra la stessa Cantù, che è uno dei club con il budget più basso del campionato». Gianni Corsolini si sofferma poi sul fenomeno-Siena, squadra destinata a dominare questo campionato. «È ingiusto bollare Siena come corazzata solo perché dispone di soldi - afferma ancora - La Montepaschi ha speso be- ne i suoi denari creando uno staff tecnico di qualità e partendo da un nucleo di giocatori che è cresciuto nel tempo». Ma torniamo al "Protocollo di Kyoto"... «La famiglia Allievi che fece grande Cantù, è stata la prima a credere che un giocatore non dovesse crescere solo cestisticamente ma anche personalmente - aggiunge Corsolini - Una formazione umanistica è fondamentale perché trasferisce valori nell'attività sportiva e nella crescita personale». L'ex dirigente del team brianzolo fa un esempio, proprio riferendosi alla Ngc di oggi: «Penso a Michele Mian che dice: "Ok, gioco a basket e nel tempo libero che faccio? Mi pren- do una laurea in filosofia". I giocatori non sono manichini, sono prima di tutto uomini». Gianni Corsolini, peraltro papà di uno tra i più noti giornalisti di pallacanestro, si è occupato molto anche di comunicazione. «Sì e ritengo che oggi ce ne sia poca - spiega - La comunicazione è importante perché fa conoscere il basket e quindi lo fa crescere. In Italia, per esempio, se sapessimo rilanciare le vecchie glorie e farne testimonial di questo sport, soprattutto nel settore femminile, potremmo creare uno spot vincente tra i giovani». «Pochi sanno, per esempio, che Geppi Cucciari, è stata una giocatrice di basket - aggiunge - così come la bella attrice Valeria Solarino. Penso poi che la tv dovrebbe puntare di più sul basket. Nel mio libro non ho potuto non citare la collaborazione con Espansione Tv, a cui sono grato per l'attenzione che ha dedicato e dedica alla pallacanestro». Infine una domanda d'attualità: chi vincerà il titolo di allenatore dell'anno tra Fabrizio Frates, Andrea Trinchieri, coach di Cantù, e Stefano Sacripanti? «Beh, se si rispecchia lo spirito e la filosofia che stanno dietro al titolo, ovvero premiare un giovane che ha saputo dimostrare di che stoffa è fatto, senza dubbio deve andare a Trinchieri».
Katia Trinca Colonel