NBA - Bill Walton: tanto talentuoso, quanto sfortunato...

05.11.2016 07:00 di  Emanuele Grignolio   vedi letture
Bill Walton in maglia Blazers
Bill Walton in maglia Blazers

Oggi, in occasione del suo 64° compleanno, vorrei parlare di un grande giocatore degli anni ‘70/’80: Bill Walton. Da tutti ritenuto uno dei migliori centri della storia NBA, se solo non fosse stato per tutti quegli infortuni. Chissà quanto avrebbe potuto vincere e dove sarebbe potuto arrivare. Tanto talentuoso quanto sfortunato.

Andiamo con ordine e partiamo dal 5 Novembre del 1952, data in cui William Theodore Walton III, ma per tutti in futuro Bill, nasce a La Mesa, in California.

La sua fortuna cestistica inizia l’ultimo anno di High School a Helix, vicino al suo luogo di nascita. John Wooden, mitico coach di UCLA, manda il suo assistente a visionare questo ragazzo mingherlino dai capelli rossicci. Al suo ritorno, Wooden si sente dire addirittura che quello è il miglior high schooler che lui abbia mai visto. Wooden non riesce a crederci, ma sceglie Walton. A UCLA però Bill ha l’arduo compito di sostituire un certo Kareem Abdul-Jabbar nel ruolo di centro. Nonostante questo, con lui in campo i Bruins conquistano due titoli NCAA consecutivi, ogni genere di premio viene vinto da Walton, che guida la squadra ad una serie di 88 vittorie consecutive, nuovo record per il college basket meglio delle 66 in fila della University of San Francisco di un altro Bill, Russell.

Per i primi due anni UCLA chiude la stagione con un record immacolato di 30-0 e durante la prima finale NCAA della carriera, Walton chiude con una mostruosa doppia-doppia da 20 punti e 24 rimbalzi. L’anno successivo gioca la partita che tutti ritengono la miglior prestazione di sempre alle Final Four. Trascina i suoi alla vittoria contro Memphis State segnando 44 punti con 21/22 al tiro.

In quel periodo si arriva a dire che Bill non gioca a basket, ma che lui sia il basket. Per farvi capire che ricordo Walton abbia lasciato nel mondo del college basket vi basti sapere che, nella lista dei migliori giocatori che abbiano mai calcato un parquet NCAA, viene subito dopo Jabbar e “Pistol Pete” Maravich.

Come è noto non si può sempre vincere. Infatti anche Walton, quel 19 Gennaio del 1974 dopo ben 129 vittorie consecutive, conobbe quella strana sconosciuta: la sconfitta. E’ Notre Dame ad infliggergliela. E non è tutto, perché la carriera collegiale di Walton si chiuse proprio con una sconfitta. Erano le Final Four del 1974 e UCLA perse dopo un doppio tempo supplementare contro North Carolina. La corsa di Walton verso il terzo titolo NCAA consecutivo si fermò ad un passo.

Ormai però c’era la NBA che bussava. I Trail Blazers lo scelsero come prima chiamata assoluta al Draft del 1974. Le prime 7 gare fecero subito capire che tipo di giocatore era Bill Walton, che concluse quel primo “stint” di carriera con 16 punti, 19 rimbalzi, oltre 4 assists e 4 stoppate di media. Purtroppo però quella stagione svelò anche il suo vero punto debole: gli infortuni. Quell’anno da rookie disputò la miseria di 35 partite. Alla prima partita contro Jabbar subì una lezione difficile da mandare giù, infatti il centro dei Bucks gli rifilò una tripla-doppia da 50+15+11.

Il secondo anno andò meglio, ma le partite giocate furono comunque solo 51, realizzando nonostante tutto 16 punti e 13 rimbalzi di media. Il problema era che dopo sole due stagioni in maglia Blazers aveva saltato la bellezza di 78 partite e la lista degli infortuni era già notevole: si ero rotto una caviglia, due volte il polso sinistro ed una gamba per colpa di un incidente in Jeep. Inoltre si era anche slogato due dita della mano e due dei piedi.

Finalmente però, durante la stagione 1976/77, qualcosa sembrò cambiare. Chiuse con oltre 18 punti, 14 rimbalzi e più di 3 stoppate a partita, conducendo i Blazers all’anello di Campioni NBA. In finale della Western Conference, Walton si prese la rivincita su Jabbar, non personalmente, ma Portland spazzò via i Lakers 4-0. In finale trovarono sul loro cammino i 76ers di Julius Erving. Sotto 2-0 dopo aver perso le prime due gare a Philadelphia, Walton prese per mano i propri compagni, conducendoli all’anello. Nella decisiva Gara-6 segnò 20 punti, conditi con 23 rimbalzi, 7 assists e 8 stoppate, conquistando anche il meritatissimo titolo di MVP.

La stagione successiva vide, dopo 60 gare, i Blazers con un record di 50-10, ma ancora una volta il piede sinistro di Walton fece crack. Delle 22 partite restanti i Blazers ne vinsero solamente 8. Nonostante tutto Walton vinse il premio di MVP della regular season e riuscì a rientrare in campo per il secondo turno dei Playoff. In Gara-2 purtroppo il piede diede di nuovo delle noie. Il navicolare del suo piede sinistro si ruppe, i Blazers persero in 6 partite e anche il proprio centro.

Si era arrivati al punto di rottura. Walton non giocò per tutta la stagione seguente, entrò in lotta con la dirigenza dicendo di non offrirgli le adeguate cure mediche. Al termine della stagione venne scambiato ai San Diego Clippers.

La prima stagione della nuova avventura però lo vide in campo solo per 14 partite, prima di rompersi di nuovo il navicolare. I medici dissero che non avrebbe più potuto giocare, la sua carriera sembrava terminare in quel momento, ma Walton non ci stava. Secondo i medici poteva giocare solamente una partita alla settimana, Walton quella stagione giocò 33 partite con una media di 14 punti. Il suo fisico era debilitato e logorato dagli infortuni, ma la sua tecnica ed il suo talento erano sempre al loro posto. Giocò sempre di più e riprese sempre più confidenza, ma ormai aveva 33 anni. Era ora di scegliere una squadra da titolo, era ora di tornare a vincere.

Così scelse i Boston Celtics e Walton sembrò quasi un giocatore nuovo. Giocò 80 partite, 20 minuti di media a gara, e conquistò subito il titolo nella stagione 1985/86, l’ultimo. Immaginate i Celtics di quell’epoca: Bird, McHale, Parish e Walton da sesto uomo, roba da fantascienza. Anche in quella vincente stagione ebbe un infortunio, si ruppe il naso, ma rimase fuori solo un paio di partite. Il 28 Marzo, nella sfida contro i Washington Bullets, mise insieme una partita da 20 punti e 12 rimbalzi in soli 26 minuti sul parquet. Qualche settimana più tardi ne fece 22 con 12 rimbalzi in 28 minuti. A fine stagione ovviamente vinse il premio di sesto uomo dell’anno.

L’anno successivo, però, segnò il suo capolinea. L’ennesimo infortunio lo costrinse al ritiro dopo sole 465 partite giocate in 13 anni di professionismo. Una carriera a dir poco falcidiata dagli infortuni, che senza probabilmente lo avrebbe fatto salire sul podio dei migliori centri della storia NBA. Un giocatore tanto talentuoso quanto sfortunato.

Auguri di cuore Bill.