Mike Brown e il 3-0 ai Sixers: l’identità dei Knicks nasce dalla resilienza
Dopo la vittoria esterna che ha portato New York sul 3-0 contro Philadelphia, Mike Brown ha aperto la conferenza con un pensiero personale: «Vorrei dare ancora le mie condoglianze a Nick Nurse e alla sua famiglia. È una cosa più grande di quello che stiamo facendo ora». Poi ha analizzato la partita, riconoscendo l’impatto iniziale dei Sixers: «Sapevamo che sarebbero stati energizzati dal pubblico. Ci hanno colpito forte all’inizio, ma i nostri ragazzi si sono sistemati e hanno capito come affrontare i tre quarti successivi. Grande risposta del gruppo, sono resilienti».
Il coach ha sottolineato la gestione dei possessi come chiave del successo: «Siamo stati davvero bravi a rimbalzo offensivo e anche in transizione. Cercare di vincere la battaglia dei possessi, soprattutto in trasferta, è stato enorme». Pur ammettendo qualche problema nelle palle perse, ha rimarcato l’efficacia in altre aree decisive: «Non l’abbiamo fatto nel reparto palle perse, ma nei liberi e nei rimbalzi offensivi abbiamo fatto un buon lavoro ed è ciò che ci ha aiutato a vincere».
La difesa nel quarto periodo è stata un altro punto centrale: «La nostra difesa nell’ultimo quarto è stata davvero buona, soprattutto contro una grande squadra. Abbiamo fatto un buon lavoro cercando di mostrare le mani e non mandarli in lunetta». Brown ha voluto evidenziare anche il contributo di Mikal Bridges: «Il lavoro che Mikal sta facendo sul punto d’attacco contro Maxey è incredibile. Devi fare sforzi multipli quando lo marchi».
Infine, l’allenatore ha lodato la panchina e la cultura di squadra: «Mitchell Robinson è stato enorme per noi, in entrambe le direzioni. Landry Shamet è stato grande su entrambi i lati del campo, ci serviva una scintilla e ce l’ha data». Ha ribadito il concetto di prontezza: «Il tuo numero può essere chiamato in qualsiasi momento, quindi sii pronto. I nostri ragazzi lo hanno preso a cuore». Chiudendo, Brown ha riflettuto sull’identità dei Knicks: «Non conosci davvero la squadra finché non sei nelle trincee con loro. Ma dall’esterno sentivi che questo gruppo ti avrebbe dato una chance».